venerdì , 3 Aprile 2020
3Bee
Apis mellifera Ligustica Spinola
Foto di Luca Mazzocchi.

Che bella regina

E’ l’esclamazione più frequente che ci scappa spontaneamente durante la seconda visita primaverile. La prima, fatta in fretta, per non raffreddare il nido, non ci ha permesso di osservare la regina, la covata, l’età e la forma dei favi. E’ quello che dobbiamo fare in questa seconda visita. In marzo, nelle zone sotto i 1200, la covata deve già dimostrare la efficienza della regina. Per questo, la gioia nel vedere dopo tanti mesi la regina in azione ci strappa l’esclamazione del titolo.

Anche in quest’occasione la giornata dev’essere bella, senza vento, con temperatura dai 15 ai 20 gradi. Tuttavia dobbiamo programmare la nostra visita in modo da non perdere tempo con l’alveare aperto.

Esaminiamo anzitutto la regina, se, come ho consigliato tante volte, avete il registro dell’apiario con le annotazioni più importanti, avrete certamente sotto gli occhi l’età e le caratteristiche d’ogni regina e il compito riuscirà più facile.

In ogni caso, cercate la regina ed osservatela. Dall’aspetto, con qualche anno d’esperienza, indovinerete l’età e il grado d’efficienza. Una regina giovane, cammina sicura sui favi di covata, ha l’addome turgido e coperto di fine peluria che la fa apparire, come vellutata. Ma la caratteristica più notevole della regina ottima è costituita dalla quantità e qualità della covata. La superficie dei favi occupati dalla covata d’un alveare, confrontata con quelle d’un altro, ci fornisce un criterio di giudizio. La covata della regina giovane è compatta, senza celle vuote intercalate con quelle occupate. Quella della regina che s’avvicina ai 3 anni, è sparpagliata, contiene facilmente chiazze di covata maschile, anche il suo procedere sul favo è meno sicuro, sembra quasi che sia per cadere; talvolta ha le ali logorate dal fruscio subito nelle migliaia di passaggi fra le api tra un favo e l’altro. Può darsi anche il caso di regine menomate dal freddo, dalla fame o da altri strapazzi, che pur essendo giovani, non sono in grado di dare la popolazione d’un forte alveare.

L’attenta osservazione della regina nei suoi movimenti e il confronto con altre regine, sono sempre motivo di soddisfazione, e sono le cose che più giovano a completare la nostra esperienza. Anche la ricerca della regina, se non è marcata con bollino colorato, può essere causa di perdita di tempo. A questo proposito ripeto alcuni suggerimenti pratici che permettono di trovare più facilmente la regina.

Oltre che, in occasione di questa visita, può essere ricercata in altri due momenti importanti: in mezze ad uno sciame e in mezzo al glomere. In questi ultimi due casi la regina è sempre sui favi centrali. Invece nelle altre visite possiamo trovarla su qualunque favo che contiene covata, assai raramente su favi vuoti. La presenza della regina su d’un favo può essere segnalata dal comportamento delle nutrici stesse che circondano la regina. Sono in «posizione d’allarme» come sollevate dal favo, pronte a difendere la madre. Nel cerchio di 5 – 6 cm, che la comprende si nota facilmente tale comportamento e s’indovina la presenza della regina, prima d’averla vista.

Qualche volta, provocate dai nostri movimenti ritenuti da loro minacciosi, passano dall’allarme alla difesa ed è allora che una o più si lanciano verso la nostra bocca irritate dal fiato che non sopportano senza reagire. Ma si calmano subito con poco fumo. A proposito della regina, ripeto che per conoscere a colpo d’occhio quanto vogliamo sapere nella nostra visita, occorre avere la pazienza di cercarla finché si trova, osservarla attentamente nei movimenti, nell’aspetto, nella deposizione delle uova, nei rapporti con le nutrici. In questa visita dobbiamo esaminare a fondo i favi, i quali vanno cambiati quando sono vecchi o malfatti: Sul criterio da usare per stabilire se un favo è vecchio, i favi sono vecchi quando non sono più trasparenti e questo si vede mettendoli di fronte al sole e osservandoli in trasparenza.

Se per caso contengono covata, è utile segnarli con una puntina da disegno, spostarli verso i lati, per poterli levare, quando non ne conterranno più. Se sono occupati soltanto da miele e polline, possiamo metterli all’estremità dei fianchi, disopercolando con una forchetta le chiazze di miele. Saranno presto liberati. I favi malfatti sono quelli che contengono chiazze di celle maschili, celle stirate dall’alto in basso, frequenti nella parte superiore dei favi che hanno contenuto miele, celle malformate perché il foglio cereo aveva subito rotture e stiramenti.

Altro difetto dei favi può essere quello di avere la parte inferiore deteriorata dalla muffa. Questa, quando trova condizioni favorevoli, penetra col micelio attraverso la parete del favo lo consuma in modo che diventato asciutto, è friabile, di nessuna consistenza, e perciò va eliminato. Se contenesse miele o polline, non sono più adatti alla nutrizione perché la fermentazione che hanno subito li ha resi velenosi e quindi possibile causa di malattie come il mal nero, la diarrea o la nosemiasi. Naturalmente controlleremo anche la quantità delle scorte. Se non sono sufficienti, ricorriamo ai favi del magazzino, e se questi non ci sono, in questo momento possiamo usare la nutrizione con sciroppo con 60 % di zucchero e 40 % di acqua.

 ape reginaIn generale se l’alveare ha scorte di miele, ha pure il polline necessario, custodito negli stessi favi, ma se avessimo l’impressione che manchi si può intervenire utilmente. Anche nelle zone ricche di polline precoce, come quello di nocciolo e di erica carnea, un andamento stagionale freddo o piovoso, può impedire il volo delle bottinatrici, e quindi può mancare il polline indispensabile alle nutrici. In tal caso si può ricorrere alla fornitura di surrogati del polline, che le api accettano. Vi sono tante ricette a base di farina dì castagno, farina di soia, lievito di birra, latte in polvere, ecc. E’ logico che la nutrizione artificiale va eliminata quando la stagione favorisce quella naturale.

Dopo questa visita che deve darci la conoscenza precisa della situazione del nostro apiario, è necessario programmare il complesso delle operazioni che intendiamo eseguire per lo sfruttamento razionale di ciascun alveare. Il piano di lavoro può essere fatto in tante maniere dipendenti dall’entità dell’apiario, dalla posizione, dall’andamento stagionale, dalla preparazione professionale e dall’estro dell’apicoltore.

Dividiamo gli alveari in tre categorie:
1. Alveari con regine nate nell’anno precedente.
Li destiniamo tutti alla produzione, e li prepariamo convenientemente: li equilibriamo con rinforzi e nutrizione perché giungano alla grande fioritura, in epoca varia, secondo l’ambiente, nelle stesse condizioni di benessere.

2. Alveari con regine di due – tre anni.
Scegliamo 2 alveari su 20 fra i migliori per mitezza, laboriosità e resistenza alle malattie. Le due regine devono essere di bell’aspetto. Le nutriamo convenientemente, incominciando 40 giorni prima del periodo normale della sciamatura. In pratica, la nutrizione si fornisce nelle giornate in cui non vi è stata importazione.

3. Il terzo gruppo lo formiamo con gli alveari che hanno le restanti regine di due anni. Vanno seguiti con particolare attenzione perché l’età delle regine è una delle cause più frequenti della sciamatura. Se non la vogliamo, è necessario eliminarne le cause.

Nel momento in cui gli alveari sono impegnati a riprendere il ciclo di allevamento, consumano molto; qualche volta si resta sorpresi di trovare alveari ritenuti ben provvisti, a corto di miele e di polline.

Con andamento stagionale favorevole, che s’indovina dall’intensità del volo delle bottinatrici, si può stare tranquilli: l’importazione, anche nelle zone non molto ricche, supera il consumo. Nelle condizioni migliori, gli alveari in marzo, riescono pure a rifare le scorte consumate durante l’inverno. Ma le grandi fioriture sono ancora lontane, possono intervenire settimane di freddo e, in montagna anche di neve. Dobbiamo seguire con prudenza i capricci della primavera.

Conosco vaste zone dove in questa stagione fiorisce l’erica carnea. Se questa fioritura è favorita da belle giornate di sole, senza vento, può spingere le migliori famiglie a melario. Il miglior modo di prepararsi a tale fioritura è quella di avere famiglie forti che, anche con l’aria frizzante di marzo, possono dispone di decine di migliaia di bottinatrici.

L’erica carnea, pur essendo una pianticella strisciante non più alta di 25 – 30 cm. è ricca di nettare e di polline. Ne deriva un miele che non assomiglia a quello di altre ericacee come il brentolo e lo scopino: ha un colore quasi verde con riflessi ambrati, ottimo come sapore e aroma, si mantiene fluido per mesi. Ma è molto raro, perché i capricci di marzo riducono il volo delle bottinatrici, e la famiglia in pieno sviluppo consuma quasi sempre il prodotto giornaliero di tutti i fiori precoci. Tuttavia tra i negozianti di miele si trovano ciarlatani che in ogni stagione hanno vasetti con la scritta «miele di erica, mirtillo, ecc.». Naturalmente con simili ciarlatanerie finiscono con lo screditare anche i prodotti genuini, con danno degli apicoltori onesti.

lo, mi sono limitato a parlare di una sola fioritura precoce, perché nel Trentino è la più importante, ma in altre regioni, vi sono altre fioriture altrettanto precoci, come quelle della Maremma e di altre zone Meridionali. L’apicoltore deve farsi una cultura specifica per conoscere il tempo di ciascuna fioritura e saperla sfruttare.

Anche in questa seconda visita, dobbiamo stare attenti al comportamento di ciascun alveare, nel dubbio, è bene raccogliere campioni e farli esaminare. E aspettiamo con la solita ingenua fiducia quello che la stagione ci regalerà.

Abramo Andreatta

Info Redazione

Guarda anche

sciami con due regine

Sciami con più regine

È questo un fenomeno poco studiato dalla quasi totalità degli autori apistici mentre è abbastanza …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.