venerdì , 3 Aprile 2020
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le api nel codice civile

Le api nel codice civile

Il codice civile non prende in considerazione  esplicitamente le api se non  come sciame, cioè come “universitas rerum”, e vi dedica, in ogni caso, un solo articolo, il 924 fino al 15.01.2005, che, sostanzialmente, regola i rapporti patrimoniali tra l’allevatore ed il proprietario del fondo in cui questo si sia introdotto per inseguire il suo sciame, stabilendo che il proprietario del fondo non può impedire l’ingresso dell’allevatore (a meno che, ex art. 843, comma 3, c.c., non gli consegni personalmente lo sciame), ma ha diritto ad un indennizzo se subisce dei danni.

I danni in questione, si badi, non sono quelli causati dallo sciame, sebbene quelli causati dall’allevatore nell’introdursi nel fondo e durante l’inseguimento.

Questa particolare categoria di danni non dà, però, luogo a risarcimento, ma ad indennizzo (perché l’attività dell’allevatore, consistente nell’inseguire lo sciame, è lecita e non pericolosa in sé), la qual cosa, in concreto, significa che la somma dovuta verrà stabilita dal giudice secondo equità e non è commisurata al danno subito (ma, di norma, inferiore). Non trattandosi di responsabilità ai sensi dell’art. 2052 c.c., opereranno le normali regole relative all’art. 2043 c.c. (sarà, cioè, il danneggiato a dover provare, oltre al danno, la colpa dell’allevatore).

Nell’ultima parte, l’art. 924 tratta poi di un modo di acquisto a titolo originario specifico degli sciami ed affine a quello stabilito per gli animali mansuefatti. Affine, ma non identico, perché le api non sono considerate animali mansuefatti, non avendo acquisito la cosiddetta “consuetudo revertendi”.

Per quanto concerne i danni prodotti dalle api, è opinabile se essi diano luogo ad una responsabilità dell’allevatore ex art. 2052 o 2043, perché, se un lato le api possono essere considerati animali domestici (ancorché mansuefatti) e, sicuramente, non vivono in uno stato di assoluta libertà, l’altro il potere di controllo dell’allevatore sul loro comportamento è realmente minimo.

La giurisprudenza, però, sembra uniformemente orientata verso l’art. 2052. Ciò premesso, prenderemo in considerazione alcune situazioni particolari da cui può derivare una responsabilità per danni dell’allevatore.

Sciame di api piccoloLa confusione degli sciami.
Si ha quando lo sciame di un apicoltore si introduca nell’arnia di un altro apicoltore e qui permanga, confondendosi con quello esistente. In questo caso, indipendentemente dalla tempestività e durata dell’eventuale inseguimento, la proprietà dello sciame fuggitivo non può essere regolata dall’art. 924, perché non è materialmente possibile separare gli sciami.

A questo punto, ai sensi dell’art. 939 c.c., se il valore dei due sciami è pressappoco uguale, o se non è possibile determinarne il reciproco valore, il nuovo sciame, formato dai due preesistenti, diverrebbe proprietà comune dei due allevatori; se, invece, si prova che uno dei due sciami era di valore molto superiore all’altro, la proprietà di entrambi passerebbe al proprietario di quest’ultimo, salvo i conguagli stabiliti dal citato articolo.

E’ evidente che, in ogni caso, i due allevatori possono accordarsi per regolare diversamente i loro rapporti di proprietà.

Entrambe le ipotesi, comunque, non possono configurarsi come eventi dannosi, perché, altrimenti, il proprietario dello sciame fuggitivo sarebbe danneggiato dalle sue stesse api e si troverebbe nella paradossale situazione di dover chiedere il risarcimento a sé stesso. Diverso, invece, il caso in cui lo sciame fuggitivo sia stato attirato ad arte da un apicoltore nella propria arnia, o, comunque, quest’ultimo non abbia adottato tutte le precauzioni opportune ad evitare la confusione degli sciami. In questa eventualità vi è senz’altro, per l’apicoltore a cui è fuggito lo sciame, un danno, che, però, non può essere considerato come danno cagionato dagli animali, e perciò andrà risarcito ex art. 2043 c.c..

Il furto di miele.
E’ pacifico che l’allevatore a cui viene saccheggiato il miele andrà incontro ad una minore produzione, e perciò ad un danno. Altrettanto pacifico che detto danno sia prodotto dalle api di un altro allevatore, sicché si rientrerebbe nelle previsioni dell’art. 2052 c.c .. Bisogna, però, considerare che la situazione può anche essere ricondotta alla disciplina della specificazione (art. 940 c.c., prima ipotesi, vista la difficoltà di quantificare la manodopera delle api). Anche qui è ammesso che i due apicoltori regolino diversamente i loro rapporti.

Dall’esperimento dell’azione di danni, il saccheggiato ritrarrebbe certamente una maggior somma, posto che potrebbe chiedere un risarcimento pari al valore del prodotto finito che non potrà essere messo in commercio, mentre, in base alla disciplina della specificazione, egli avrebbe diritto unicamente al valore del miele grezzo saccheggiato. D’altra parte, in caso di azione di danni, il proprietario delle api che hanno saccheggiato potrebbe sottrarsi ad ogni responsabilità – e quindi ad ogni pagamento – dimostrando il caso fortuito; al contrario, il prezzo della materia è sempre e comunque dovuto, ex art. 940 c.c ..

Le punture subite da terzi.
Secondo i principi dell’art. 2052, l’allevatore, il possessore delle arnie e colui che le ha in uso non è tenuto ad alcun risarcimento se prova che l’evento dannoso è stato causato esclusivamente dal comportamento imprudente del danneggiato, o dal fatto di un terzo estraneo all’attività, oppure che ricorre l’ipotesi del caso fortuito. In tutti gli altri casi egli sarà responsabile e dovrà risarcire i danni non patrimoniali se verrà ravvisata una sua colpa (nel qual caso vi sarebbe anche una responsabilità ex art. 672 c.p.). E’ evidente che il problema maggiore, in queste evenienze, è l’eventuale reazione anafilattica nella persona punta, poiché essa potrebbe non venir considerata dal giudice un caso fortuito, rappresentando un rischio tipico (ancorché, per fortuna, non frequente) delle api.
Se una persona, però, sa di essere allergica alla puntura delle api e, ciononostante, si reca in prossimità degli alveari senza avvisare l’apicoltore della propria allergia, quest’ultimo non sarà tenuto a rispondere anche degli eventuali danni da shock anafilattico qualora riesca a provare che il danneggiato era a conoscenza del rischio che correva, ma non aveva avvisato in anticipo l’apicoltore stesso.

Viene qui in considerazione il problema della distanza degli alveari dai confini del fondo. Allo stato attuale la norma, volta a regolamentare le distanze minime per gli apiari, è stata introdotta dall’art.8 della legge24 dicembre 2004, n. 313. “Disciplina dell’apicoltura”.  La previsione si colloca nell’ambito della legge che riconosce l’apicoltura come attività di interesse nazionale utile per la conservazione dell’ambiente naturale, dell’ecosistema e dell’agricoltura in generale ed è finalizzata a garantire l’impollinazione naturale e la biodiversità di specie apistiche, con particolare riferimento alla salvaguardia della razza di ape italiana (Apis mellifera ligustica Spinola) e delle popolazioni di api autoctone tipiche o delle zone di confine (art.1).

Dal 15.01.2015 è stato introdotto l’articolo 896 bis dopo l’articolo 896 del codice civile, ad opera dell”articolo 8 della legge 24 dicembre 2004, n. 313, è stato disposto che gli apiari devono essere collocati a non meno di dieci metri da strade di pubblico transito e a non meno di cinque metri dai confini di proprietà pubbliche o private. Il rispetto delle distanze di cui al primo comma non è obbligatorio se tra l’apiario e i luoghi ivi indicati esistono dislivelli di almeno due metri o se sono interposti, senza soluzioni di continuità, muri, siepi o altri ripari idonei a non consentire il passaggio delle api. Tali ripari devono avere una altezza di almeno due metri. Sono comunque fatti salvi gli accordi tra le parti interessate. Nel caso di accertata presenza di impianti industriali saccariferi, gli apiari devono rispettare una distanza minima di un chilometro dai suddetti luoghi di produzione”.

Si noti che, il rispetto delle distanze di sicurezza, quali che esse siano, non esonera dalla responsabilità ex art. 2052 c.c., perché non è sufficiente a dimostrare il caso fortuito, d’altro canto, in un giudizio risarcitorio per i danni derivati dalla puntura di un’ape ad una persona la quale si trovava fuori dal fondo dell’allevatore, qualora il giudice ritenga che la distanza degli alveari dai confini non sia sufficiente, sussisterebbe la colpa dell’allevatore, e pertanto egli potrebbe essere condannato a risarcire anche i danni non patrimoniali.

L’apicoltore, nella tenuta delle arnie non può ritenersi esonerato dal dovere di prudenza che gli impone di collocare gli alveari a distanza tale dal confine da impedire agli sciami l’invasione dei fondi contigui, restando l’esercizio di tale attività subordinato al rispetto del prevalente diritto alla incolumità e sicurezza delle persone.

la transumanza_degli_alveariL’incidente stradale con dispersione dello sciame.
L’ipotesi è certo ben nota ad ogni apicoltore, se non altro perché le compagnie assicuratrici rifiutano di coprire questo genere di sinistri.

A rispondere di tutti i danni causati dallo sciame dispersosi, ex art. 2052 c.c., sarà il conducente dell’autoveicolo, anche se non ne è proprietario, ma solo se egli ritragga un utile economico (così ne risponde il vettore, perché è pagato per il trasporto), mentre chi trasporti le api a titolo gratuito risponderà secondo l’art. 2054 solo se i danneggiati dimostreranno che i danni loro provocati dallo sciame sono conseguenza immediata e diretta del sinistro.

Concentrandoci sulle ipotesi riconducibili all’art. 2052 e precisando che ci occuperemo, evidentemente, solo dei danni causati dallo sciame, distinguiamo i casi principali:

1. Assenza di scontro con altri veicoli:
a. sinistro causato dal solo fatto del conducente del veicolo sul quale sono trasportate le api (per malore, colpo di sonno, disattenzione, eccetera) – il conducente potrà evitare il risarcimento solo provando il caso fortuito; risponderà anche per i danni morali solo se risulterà provata la sua colpa;

b. sinistro causato esclusivamente dal fatto di un terzo estraneo (ad esempio, un animale selvatico che attraversa improvvisamente la strada in assenza dell’apposita segnaletica) – il conducente che lo dimostri non è responsabile;

2. Scontro con altri veicoli
Qui le cose sono più complicate, perché entra in gioco la presunzione di colpa del secondo comma dell’art. 2054: pertanto, se il conducente del veicolo che trasporta le api non riesce a provare una delle ipotesi che escludono la sua responsabilità ex art. 2052 (fatto esclusivo del terzo estraneo o del danneggiato, oppure caso fortuito) egli risponderà di tutti i danni prodotti dallo sciame, ma, per quelli causati nell’immediatezza del sinistro (cioè, principalmente, per quelli causati agli occupanti dei veicoli coinvolti o in transito in quel momento), può esservi un concorso di colpa dei conducenti dei veicoli coinvolti che non diano prova della loro assenza di colpa nel causare l’incidente.

Si noti che, se vi è concorso di colpa, di norma ciascuno risponde dei danni in proporzione al proprio grado di colpa; siccome, però, ex art. 2052, il proprietario, possessore od usuario degli animali risponde anche se non è in colpa, in pratica sarà il giudice a dover determinare secondo equità la quota di risarcimento spettante al conducente del veicolo che trasporta le api, qualora non sia emersa una sua colpa.

Testo aggiornato al 05 febbraio 2020

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2 Commenti

  1. Finalmente è stato inserito nel codice civile l’art. 896 bis, che spiega dettagliatamente le distanze da rispettare tra un alveare e la proprietà altrui.

    • Carlo Esposito

      Queste sono le distanze minime da rispettare. Tuttavia l’apicoltore, nella tenuta degli alveari non può ritenersi esonerato dal dovere di prudenza che gli impone di collocare gli alveari a distanza tale dal confine, da impedire agli sciami l’invasione dei fondi contigui, restando l’esercizio di tale attività subordinato al rispetto del prevalente diritto alla incolumità e sicurezza delle persone

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