lunedì , 26 Ottobre 2020
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Visita di un alveare
Foto di Antonio Angrisani

Escludiregina: metodo valido e a buon mercato

Agli inizi della scorsa primavera mi sono trovato nella condizione di dover aggiornare il mio “parco melari”: i telaini disponibili sarebbero stati sì sufficienti per numero, ma non certamente adatti ad una produzione razionale, in quanto di varie misure in larghezza e altezza. Men che meno lo sarebbero stati per un raccolto di qualità, poiché molti presentavano marcate tracce di covata precedentemente deposta in assenza degli escludiregina.

Tenendo per buoni solo quelli esenti da simili difetti era necessario quindi farne costruire almeno la metà di quanti già ne possedevo, onde evitare una forte penalizzazione sul raccolto dell’ormai incipiente acacia. Gli alveari, distribuiti sulle prime colline brianzole in varie postazioni, normalmente si evolvono in modo leggermente diverso tra loro, comportando una differenza tra il primo e il terzo apiario di circa 10/15 giorni per arrivare al punto ottimale prima del periodo di sciamatura. Il fattore a tutti comune è invece quello del pericolo derivante dall’ esposizione ai repentini abbassamenti notturni di temperatura, dovuti ai frequenti “sbuffi” freddi che scendono dalle vicine montagne, a volte imbiancate di neve anche fino alla prima metà di maggio.

escludiregina
Escludiregina: foto di Adolfo Percelsi

In queste condizioni l’importazione è altalenante: le api per brevi periodi allargano il loro raggio d’azione all’ interno dell’alveare, con “puntate” nel melario sempre più frequenti e produzione di nuova cera e con conseguenti “visite non gradite” della regina a deporre, specie nelle celle da poco costruite. Va da sé poi che il miele che vi verrà stivato allo sfarfallamento della covata ne sarà fortemente sminuito nella qualità.

Per ovviare a questo inconveniente l’unica strategia dai risultati sicuri è l’adozione della griglia escludiregina. Sappiamo però bene che il suo uso non è esente da qualche problema: alle volte una forte colonizzazione con propoli fra le barrette della stessa griglia; una marcata irascibilità delle api per il logorio causato dai passaggi ridotti; l’irrequietezza dei fuchi confinati nel volume del solo nido; la difficoltà della pulizia dalle costruzioni di cera; lo stesso stoccaggio delle griglie in magazzino quando se ne è terminato l’uso; non  da ultimo il prezzo di acquisto.

Al fine di non incappare in questi inconvenienti, dopo le “dritte” ricevute dai titolari di una ben nota ditta di apicoltori, ho ritenuto di adottare una sorta di parziale diaframma orizzontale che ha funzionato da escludiregina. All’atto della posa dei melari sopra il centro del nido, longitudinalmente secondo il senso dei telaini, una striscia di polietilene scuro della misura di cm. 20 x 50, che ho ritagliato da un comune telo in uso per la pratica della pacciamatura (in commercio tre tipi e di questi è stato utilizzato quello di media densità).

Risultati e osservazioni
Accanto a una iniziale minima difficoltà nel posizionare i leggerissimi teli a causa della giornata appena poco ventilata, con inevitabile arrabbiatura di qualche ape stuzzicata, è stata nei giorni seguenti netta la sensazione che lo sviluppo delle famiglie fosse più omogeneo che in altre annate in cui era stato utilizzato il tradizionale escludiregina a griglia.

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Foglio in polietilene facente funzione da escludiregina. Foto di Giuliano Camesaca

Sono stato anche tentato di pensare che il sottile diaframma posto in alternativa, lasciando sfuggire in minor misura verso l’alto l’aria appena più calda del nido, permettesse alle api di abbandonarlo in maggior numero, favorendo la risalita delle più giovani a costruire i cerei. Naturalmente è stata questa solo un’impressione, forse solo addirittura poetica fantasia, non suffragata da nulla di concreto.

Tornando comunque a considerazioni e a risultati certi è bene dire che su un totale di 64 arnie condotte con il nuovo sistema solo in tre famiglie vi è stata deposizione di covata nel melario. Queste facevano parte di un lotto di undici in cui per cause contingenti l’applicazione del polietilene è stata seguita circa una settimana dopo la posa del primo melario.

Alla successiva aggiunta del secondo è stato inserito un altro telo fra i due scomparti mobili e da allora la regina non vi è più salita per tutta la stagione, pur applicando anche un terzo o un quarto melario.

I melari, da nove telaini, erano composti con sei favi costruiti e tre cerei, questi ultimi posti al centro alternati. Ne sono stati usati 114 preparati in questo modo. Solo in una dozzina dopo la prima grossa fioritura vi era qualche cereo non totalmente costruito, per un totale di diciannove telaini su 320 inseriti.

Non sono state constatate differenze di comportamento significative fra le arnie preparate con i due diversi tipi di escludiregina, se non nel fatto che le famiglie col “telo” hanno preso pieno possesso dei melari circa una settimana più tardi delle altre. Nessuna disparità invece per la quantità prodotta che a fine stagione si è rivelata omogenea per tutte le arnie, in relazione ad ogni singolo apiario.

Il costo del materiale usato è irrisorio per arnia.
Sono state tolte le strisce di polietilene solo a stagione ultimata, quando sono stati riposti i melari in magazzino. I telaini del nido nella parte sopra del portafavo presentavano una superficie con un grado di “pulizia da costruzioni” mediamente superiore che negli anni precedenti: forse la miglior aderenza del polietilene al legno e alle asperità già presenti ne ha impedito la formazione di altre. Probabilmente le api “riconoscono” come “soffitta” il telo.
Si potrà discutere sulle misure e sul tipo di materiale degli originali escludiregina e certamente altre prove saranno effettuate nel corso di questa stagione.

Giuliano Camesasca
esperto apicoltore

Fonte: “L’Ape nostra amica anno XIX n. 2”

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