domenica , 19 Gennaio 2020
Home / Tecnica apistica / Esperienze di raccolta del veleno d’api
3Bee
Addome e pungiglione di un'ape (gen. Apis) visti al microscopio

Esperienze di raccolta del veleno d’api

Ogni apicoltore ha sperimentato più o meno dolorosamente il veleno  delle api, mediante  le punture,  durante le visite in apiario. Il pungiglione è l’arma di difesa dell’ape e di conseguenza il mezzo che possiede la colonia per dissuadere le aggressioni di potenziali predatori e questo vale anche per l’apicoltore.

Oggi il veleno d’api viene raccolto e commercializzato per l’impiego farmacologico, ma non sono molti gli apicoltori che raccolgono, con particolari apparecchiature, questo prodotto. La raccolta richiede particolari precauzioni a causa della sua tossicità e per evitare che, in tutte le colonie, dell’apiario si scateni una situazione di allarme con le conseguenze che tutti possono ben immaginare. Il veleno in forma liquida è composto da 4-8% di sostanze volatili, dall’88% circa d’acqua e dal 5-8% di composti organici e sali minerali, che formeranno il veleno secco, quello che raccoglierà l’apicoltore.

Veniamo ora a descrivere brevemente lo sviluppo della tecnica di raccolta. Tra gli anni ’30 e ’50 si iniziò a prendere in considerazione la possibilità di raccogliere il veleno d’ape per impiegarlo nella cura delle forme reumatiche. La medicina popolare impiegava le punture d’api per la cura delle forme reumatiche, ma l’utilizzo diretto delle punture d’api non permetteva di somministrare i principi attivi contenuti nel veleno in modo controllato e dosato.

Tra i pionieri della raccolta del veleno d’api vi fu l’azienda apistica Mack che nel 1930 a Illertissen in Germania iniziò la raccolta con un metodo molto semplice: le api venivano prese una alla volta e indotte a pungere un pezzetto di tessuto; questo assorbiva il veleno che veniva successivamente estratto per mezzo di un solvente, ad esempio acqua distillata, che veniva successivamente eliminata per evaporazione, lasciando il veleno d’api sotto forma di polvere cristallina.

La stessa azienda sviluppò successivamente un sistema che utilizzava la corrente alternata a basso voltaggio, sistema molto simile a quello che viene ancora oggi utilizzato per la produzione del veleno d’api.

velenoSu un telaio orizzontale si pone una membrana molto fine (di solito si utilizza il nylon) in quanto deve permettere alle api che la pungono di poter ritrarre il pungiglione senza danno. Su questa membrana viene fissato un filo continuo di rame che permetta il passaggio di corrente elettrica alternata a basso voltaggio.
Il telaio così predisposto veniva fissato davanti al davanzalino dell’alveare. Con le prime scariche elettriche le api si irritavano, pungendo il tessuto di nylon e rilasciando il veleno, le altre api, percependo l’allarme prodotto dal ferormone contenuto nel veleno delle api che per prime avevano punto la membrana in nylon, iniziavano a loro volta a pungere la membrana. Le gocce di veleno rilasciate dalle api rimanevano al di sotto della membrana e venivano successivamente raccolte dall’operatore. Nella stagione estiva le gocce di veleno si asciugano e vengono quindi raccolte raschiando la membrana di nylon.

Un sistema analogo, basato sulla scarica elettrica a basso voltaggio, che induce l’ape a estrarre il pungiglione e a rilasciare una goccia di veleno, venne messo a punto negli Stati Uniti da A. W. Benton durante gli anni ’50. Questo sistema impiegava sempre corrente alternata con un telaino su cui erano tesi fili di rame attraverso i quali passava la corrente alternata che veniva a contatto con le api, causando una leggera scarica elettrica che permetteva il rilascio del veleno. Si riusciva a produrre circa un grammo di veleno nell’arco di due ore. Questo era il risultato delle scariche elettriche, prodotte da una batteria per auto, trasformate per fornire corrente alternata, su un numero di almeno 10.000 api.

Successivamente Benton sostituì il nylon, che formava il fondo su cui le api rilasciavano il veleno con un foglio di plastica molto sottile che essendo molto scivoloso non tratteneva il pungiglione e permetteva di raccogliere un prodotto più pulito. Oggi vengono impiegati sistemi simili dal punto di vista del metodo impiegato, anziché un foglio di plastica o un tessuto di nylon, si utilizza un vetro sul quale le api rilasciano il veleno che cristallizza e viene raschiato con una lametta, oppure un fondo in rete di gomma al silicone che trattiene le gocce di veleno.

La raccolta di veleno dovrebbe venire praticata in apiari isolati e questo per evitare che un’eccessiva irritazione delle api, prodotta dal ferormone di allarme, contenuto nel veleno, possa creare problemi per persone o animali che si trovino nelle vicinanze.

La raccolta si effettua in colonie con almeno 50.000 api, per un tempo limitato nello stesso apiario, non oltre 15 minuti per famiglia, ripetuta a distanza di tre giorni per altre due volte. Dopo di che si potrà raccogliere nuovamente il veleno nello stesso apiario solo dopo 2/3 settimane quando ci sarà una nuova generazione di api con ghiandole velenifere ben sviluppate. L’operatore deve essere ben vestito, per evitare punture di molte api irritate, ed avere maschere e guanti protettivi, prestando la massima attenzione, in quanto il veleno è molto irritante.

Si deve evitare di utilizzare l’affumicatore quando ci si avvicina alle colonie, in quanto particelle di fumo potrebbero contaminare il veleno che deve essere raccolto. Il periodo migliore per la raccolta va da maggio a settembre.

Manlio Casella
Fonte: “L’ape nostra amica, Anno XVIII – N. 1”

Bibliografia
E. Crane – Bees and beekeeping (1990). Chapter 14 pago 465-469. Heinemann Newnes Oxford.
The A.I. Root – ABC and XYZ of Bees Culture (1990). Medino, U.S.A.

Info Redazione

Guarda anche

Invernamento delle api

La pace dell’apiario

E’ un godimento che conoscono gli apicoltori appassionati. Dopo la partecipazione alla vita nell’ambiente di …

5 Commenti

  1. Ho iniziato a estrarre il veleno per uso personale.
    Essendo iperteso ho constatato che il veleno mi aiuta a tenere la pressione arteriosa nei parametri consigliati dai medici, i quali mi danno del pazzo per questa terapia che ho adottato.
    Estraggo il veleno, un farmacista lo riporta in stato liquido e lo mette in siringhe monouso e mi inietto la dose sotto pelle.
    Sono cinque anni che non faccio uso di pasticche e non ho nessun problema.
    Un aspetto negativo è che essendo donatore Avis, non mi permettono più di fare la donazione.
    Vorrei iniziare ad estrarlo non solo per uso personale ma poterlo commercializzare ma sinceramente non so come entrare nel mondo farmaceutico e cosmetico.

  2. Dopo che ho raccolto il veleno a chi posso venderlo?

    • Lucio Savastano

      Raccogliere il veleno non è difficile e non danneggia in alcun modo le api, ma le rende irascibili. Venderlo alle case farmaceutiche a 70.000,00 euro al kg è difficile.

  3. Raccolta veleno

    Per chi fosse interessato, alla raccolta del veleno delle api, consiglio di visitare il sito
    https://www.beewhisper.com/

  4. Domerego, nel suo libro che ho tradotto nel 2018, sconsiglia per diverse ragioni la raccolta del veleno. Lui per la terapia preferisce usare il veleno delle api vive. Ci sono diverse scuole e la sua a me – che ho scelto di tradurre il suo libro – è sembrata seria e ben documentata. Il libro è edito da Montaonda, “Terapia con il veleno d’api”. In poche pagine smonta la credenza che prelevare il veleno alle api sia una pratica innocua per la famiglia. Seeley non ne parla ma non potrebbe che essere d’accordo – non è certo una pratica naturale o “darwiniana”. Poi ognuno si regola come crede, chiaro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.