domenica , 17 Febbraio 2019
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lavori del mese di febbraio

Febbraio mese di speranza

Febbraio con il suo tempo incerto fra giornate fredde intercalate da qualche bonaccia, fa intravvedere l’arrivo lento della primavera.
Già abbiamo qualche ora di luce in più e il sole, quando il cielo è sereno, fa sentire il suo tepore, svegliando nell’animo degli amanti della natura e specialmente nell’apicoltore un senso di speranza e di ottimismo nel nuovo anno che sta per aprirsi con corolle a dar vita a milioni di fiori profumati, pieni di nettare e polline pronto per essere donato all’uomo dalle nostre amiche api.

In questo periodo, passeggiando ai margini del bosco nelle zone più soleggiate, si nota già l’erica carnea (ricca di nettare), il nocciolo con i salamini grondanti polline, il salice con le sue gemme dorate molto ricche di polline e propoli; lungo le strade si vedono qua e là i bottoni del farfaro, altrettanto ricco di sostanze, resinose, per l’ape e curative per l’uomo.

Questo è il momento del risveglio delle famiglie che pian piano nelle ore più calde escono per i voli di purificazione e, con l’apporto del primo raccolto di nettare e polline, la regina che già a gennaio ha cominciato la deposizione, aumenta gradatamente la rosa di covata che sostituirà le vecchie api svernate ormai esauste.

È questo il momento più delicato e l’apicoltore deve avere l’occhio più attento e osservare prima di tutto il comportamento delle api ai primi voli. Si osservi se vi è della mortalità eccessiva, se le defecazioni sono chiare o scure, se sporcano in volo o a ridosso delle arnie o dentro sotto i coprifavi: in caso di diarrea si potrebbero nascondere nosema, amebiasi, micosi o altre malattie più gravi (speriamo di no). Osservare poi le api che cadono a terra davanti alle arnie se hanno l’addome gonfio e turgido lucido può trattarsi di nosemiasi; se hanno le ali molto allargate a cappa e sono incapaci di prendere il volo può trattarsi di acariosi, con un pò di esperienza si riesce a far una buona diagnosi in campo.

Certamente non basta l’occhio esperto per una diagnosi sicura è sempre utile prelevare qualche campione di api vive (almeno quindicina) e portarle all’Istituto zooprofilattico: si avrà una diagnosi certa con le istruzioni del caso in modo da intervenire in tempo.

In questo periodo è utile fare qualche visita specialmente alle famiglie più deboli o quelle che sembrano più affamate per constatare la consistenza delle scorte e lo stato di salute. La prima lettura si fa sul fondo osservando la caduta di opercoli sotto il glomere: se le strisce arrivano fino in fondo al cassetto e sono centrali vuol dire che c’è necessità di cibo; se sono laterali si può stare tranquilli che non sono ancora alla fame.

Per queste prime visite si attenda sempre una bella e calma giornata di sole; nelle ore più calde pian piano si levi il coprifavo tenendo a disposizione un panno o una coperta che sarà messa al posto delle assicelle scostandola man mano che si alzano i favi: questi non si devono estrarre completamente dal nido ma si alzano a metà e, osservata la consistenza delle scorte, si rimettono al loro posto. Si controllano poi quelli centrali per accertare la presenza di covata: non serve cercare la regina poiché la covata ci garantisce la sua presenza e inoltre rischierebbe di raffreddare eccessivamente il nido.

Durante queste brevi visite si troverà anche qualche telaino vuoto, abbandonato dalle api: è bene toglierli e restringere col diaframma. Questo è il periodo in cui hanno maggior bisogno di calore per la nuova covata e le api adulte sono ridotte al minimo causa lo spopolamento invernale. Durante la visita si usi pochissimo fumo, per non disperdere le api che, con il freddo, morirebbero.

Alveare imbrattato di feci

Se le scorte sono molto scarse si può intervenire con qualche telaino di miele graffiato o altrimenti con del candito posto sopra i favi; non usare ancora l’alimento liquido fintanto che le api non volano tutti i giorni.

Osservare bene se c’è umidità eccessiva dentro i nidi, eventualmente allargare un po’ le porticine allo scopo di far circolare più aria; si stringeranno più tardi quando aumenterà la covata e ci sarà più bisogno di calore.

Osservare con attenzione i telaini laterali contenenti polline e se si nota quella caratteristica muffetta bianca o verdastra si levino senza indugi e si eliminino per evitare così il formarsi di micosi che fanno più danni di quanto si creda.

Le api andando a contatto con queste muffe, le portano per tutta l’arnia contagiando la covata e dando forma a diverse malattie.
È comprovato che queste malattie anche se dette secondarie (per le quali non esistono terapie sufficientemente valide) possono fare dei danni notevoli e portare a un graduale indebolimento delle famiglie.

La più temibile e che da maggior preoccupazione in questi due ultimi anni è la covata calcificata (denominata Ascosphaera Apis) in certi casi se non controllata può portare all’estinzione della famiglia colpita: si presenta come muffa verdastra.

L’aspergillus flavus, la muffa biancastra che dà la covata a sacco, è meno diffusa e più facile da tener sotto controllo: è una muffa che si trova anche sui cereali (basti pensare che in Argentina sono state bruciate tonnellate di grano colpite da questo fungo dagli esperti ritenuto cancerogeno).

Per ora solo l’occhio attento dell’apicoltore è l’unico deterrente se si opera con tempestività e accortezza e si elimina alla prima visita il materiale contaminato e successivamente si travasano le famiglie in arnie sterili nutrendole bene.

Finita questa prima visita abbastanza svelta bisogna mettere tutto come prima in attesa dei primi segnali della primavera per un secondo controllo che sarà allora più attento e capillare.

Un’altra raccomandazione, non si usino medicinali come preventivi, si correrebbe il rischio di inquinare i prodotti dell’alveare senza curare le api, spendendo soldi inutilmente.

Pietro Francescatti

Ragstore

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