mercoledì , 14 Aprile 2021
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Il commercio incontrollato di api vive compromette la salute degli alveari

Il commercio incontrollato di api vive compromette la salute degli alveari

Le malattie infettive e parassitarie delle api possono essere suddivise in tre gruppi:

  1. quelle che colpiscono solo la covata (peste americana, peste europea, micosi, virosi, ecc.);
  2. quelle che colpiscono le api adulte (acariosi, amebiasi, nosemiasi, ecc.);
  3. quelle che interessano sia la covata, sia le api adulte (varroasi).

Spesso l’agente infettivo, responsabile di una malattia, è presente in forma asintomatica negli alveari: la comparsa dei sintomi viene favorita da fattori predisponenti e condizionanti.

Per milioni di anni, le malattie delle api si sono diffuse esclusivamente con la sciamatura ed il saccheggio: un lento e continuo processo di adattamento che ha favorito, attraverso la selezione naturale, la sopravvivenza di quei ceppi di api in grado di adattarsi e di resistere ai vari patogeni. La situazione è radicalmente cambiata con l’avvento dell’apicoltura “razionale”, che ha trasformato l’apicoltore in un “untore”, spesso involontario, in grado di trasferire batteri, virus, acari e miceti da un alveare all’altro, con lo spostamento dei favi, favorendone la moltiplicazione e la virulenza con errate tecniche apistiche. Gli agenti patogeni sono stati trasportati in zone indenni, anche a grande distanza, attraverso la pratica del nomadismo e la commercializzazione di famiglie di api.

L’apicoltore, prima sentinella delle malattie
L’avvento della varroa ha costretto gli apicoltori ad aggiornare le proprie conoscenze per poter sopravvivere e gestire, ln modo redditizio e professionale, l’allevamento delle api.

In pochi anni si è assistito ad un notevole cambiamento culturale della comunità apistica. Una piccola rivoluzione per un settore della zootecnia che ha sempre goduto di scarsa considerazione. Gli apicoltori che utilizzavano i bugni villici sono stati sostituiti da giovani, che hanno adottato con intelligenza e professionalità nuove tecniche apistiche, impiegando per l’allevamento delle api materiali innovativi. In questa fase è stato fondamentale l’apporto fornito dalle Associazioni degli Apicoltori.

Solo l’apicoltore, preparato ed attento, è in grado di capire se ci sono problemi nei propri alveari. È lui che, effettuando visite accurate, sa individuare e percepire quei sintomi premonitori, tipici di alcune malattie infettive. È sempre lui che, adottando gli opportuni provvedimenti, può evitare la diffusione di agenti patogeni non solo nel suo apiario, ma soprattutto negli alveari di altri apicoltori. L’ intervento del Servizio Veterinario serve spesso ad integrare e a perfezionare quanto è già stato attivato.

Il peggior nemico per chi pratica l’apicoltura è l’apicoltore “incapace ed ignorante”, che vedendo morire i propri alveari non solo non si preoccupa di scoprirne la causa, ma soprattutto non adotta alcun provvedimento per evitarne il saccheggio.

Chi vuole allevare api dovrebbe frequentare un corso di aggiornamento obbligatorio per conseguire la patente di “apicoltore”. Un corso che dovrebbe soprattutto insegnare che gli alveari di un apiario non sono isolati, ma sono interconnessi con gli apiari circostanti. Una rete invisibile che mette in collegamento gli alveari di tutto il mondo.

Il commercio: la principale causa di diffusione delle malattie

In natura le malattie delle api si diffondono lentamente sul territorio con la sciamatura ed il saccheggio. Con l’avvento dell’apicoltura moderna la diffusione delle patologie ha subìto un incremento esponenziale attraverso l’attività di vendita e di commercializzazione di regine, nuclei e pacchi d’api a livello nazionale ed internazionale.

Si pensi alla rapidità con la quale autocarri, navi ed aerei possono trasportare migliaia di famiglie di api a notevole distanza. Ed inevitabilmente con le api vengono trasferite anche le loro patologie.

Con la commercializzazione di regine, nuclei e pacchi d’api si assiste inevitabilmente alla frammentazione della partita originaria: se questa è portatrice di malattie infettive si otterrà una capillare diffusione di queste patologie su vasti territori e la comparsa di innumerevoli focolai. È per questo motivo che diventa essenziale permettere lo spostamento solo a materiale apistico “sano”.

Il certificato veterinario: l’esperienza della Lombardia

Ape carnica con varroa sull'addome
Ape operaia con due varroe sul dorso

È stato detto che le malattie infettive si diffondono a grande distanza soprattutto attraverso la commercializzazione delle api. Per questo motivo la Regione Lombardia, il 26 marzo 2004, ha promulgato una legge che recita:

“Chiunque vende api vive, oppure trasferisce alveari anche per scopi diversi dal nomadismo, è tenuto a munirsi di un certificato sanitario, rilasciato da non oltre trenta giorni dal Dipartimento di prevenzione veterinario dell’ASL territorialmente competente, che ne attesti la provenienza da un apiario:
a) in cui a seguito di visita veterinaria non sono state rilevate manifestazioni conclamate di malattie delle api soggette a denuncia ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 8 febbraio 1954, n. 320 (Regolamento di polizia veterinaria) e successive modifiche ed integrazioni;
b) che è stato sottoposto ad adeguato trattamento profilattico annuale nei riguardi della varroasi, sotto controllo veterinario;
c) che non è sottoposto a provvedimenti di polizia veterinaria. “.

Pur essendo una norma molto importante essa viene spesso disattesa. Non tanto dagli apicoltori che praticano il nomadismo, ma da quella miriade di commercianti che all’inizio della primavera vendono agli apicoltori migliaia di nuclei di dubbia provenienza.

“Tra il 1 novembre e il 31 dicembre di ogni anno, gli apicoltori aggiornano in BDA le informazioni relative al censimento annuale, ossia alla consistenza e alla dislocazione degli apiari posseduti, con indirizzo e coordinate geografiche” che stranamente è simile a quello degli anni precedenti nonostante, durante l’inverno, abbiano subìto ingenti perdite. In pratica, gli apicoltori integrano gli alveari morti con nuclei provenienti da svariate regioni d’Italia (e dall’estero) senza alcuna certificazione e garanzia sanitaria.

La competenza apistica del medico veterinario
Una critica che viene rivolta ai veterinari è che questi, spesso, compilano in ufficio i certificati sanitari senza effettuare alcuna visita in apiario. In effetti, esiste un fondo di verità: molti veterinari delle ASL non sono competenti in materia, non hanno mai frequentato corsi di aggiornamento e non sono mai stati dotati di attrezzatura protettiva. La situazione sembra stia cambiando negli ultimi anni: sempre più veterinari si stanno interessando al mondo apistico, sebbene il loro numero non sia ancora sufficiente a rispondere alle reali esigenze del settore.

La massima attenzione dovrebbe essere rivolta a chi commercializza nuclei, pacchi d’api e regine. Queste sono le aziende che devono essere costantemente monitorate attraverso frequenti visite sanitarie ed esami di laboratorio. Solo in questo modo il certificato veterinario acquisterà “credibilità” e potrà effettivamente garantire la sanità di tutto il materiale destinato alla vendita.

Per questo motivo ritengo sia inutile e controproducente eseguire controlli sanitari su alveari traboccanti di api, con più melari ed in periodi nei quali l’apicoltore nomade è stremato dal lavoro.

La maggior parte delle patologie si riscontrano nella stagione primaverile ed autunnale.

È in questi periodi che devono essere concentrati i controlli per poter attribuire una classificazione sanitaria all’azienda apistica. Azienda che, ottenuta la qualifica di “indenne”, potrà spostare liberamente gli alveari per la pratica del nomadismo senza dover continuamente richiedere certificazioni.

Conclusioni
Per evitare la diffusione di malattie infettive è bene che gli alveari siano visitati con frequenza dall’apicoltore; egli per primo dovrebbe essere in grado di rilevare i primi sintomi di una patologia. La collaborazione con un Servizio Veterinario “capace e competente”, in un rapporto di reciproca fiducia, dovrebbe permettere di tener sotto controllo il problema e di trovare una soluzione per salvaguardare tutti gli apicoltori.

È importante, inoltre, limitare l’importazione di nuclei, pacchi d’api e regine dall’estero per evitare l’introduzione di malattie esotiche difficili da diagnosticare: i controlli frontalieri infatti, pur accurati, possono essere eseguiti solo su un numero esiguo di campioni.

Per questo motivo sarebbe indispensabile incrementare, attraverso specifici contributi, l’apicoltura nazionale, soprattutto quella praticata dalle aziende di professionisti e semiprofessionisti, per diminuire la dipendenza estera. Queste aziende dovrebbero essere costantemente monitorate dal Servizio Veterinario per assicurare la vendita e la commercializzazione di nuclei, pacchi d’ape e regine garantiti dal punto di vista sanitario.

I controlli, infine, dovrebbero essere eseguiti alla fine dell’inverno presso le aziende apistiche per verificare la corrispondenza fra il numero di alveari realmente posseduti e quelli comunicati all’ ASL. Un’ulteriore verifica andrebbe a fine aprile per accertare se i consistenti aumenti numerici degli alveari sono giustificati dalla presenza di un certificato veterinario.

di Giulio Loglio Veterinario presso la ASL di Bergamo
Fonte: Mondo Agricolo – Apimondia Italia- n.1/2 – 2011

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