martedì , 12 dicembre 2017
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alveari sotto la neve

L’invernamento

La stagione apistica con l’ottobre sta per finire in ogni parte d’Italia. Che annata strana! Speranze, ansie e delusioni si sono susseguite senza tregua. La varietà dell’andamento stagionale non permette di esprimere un solo giudizio: ci sono state poche zone con produzione buona, altre mediocre, molto scarsa o addirittura nulla, come l’alta Valle di Piné dove lavorano le mie api.

Si è sperato fino a settembre in qualche miracolosa melata, inutilmente. Tuttavia l’immagine della stagione apistica, primavera – estate, ricca di speranze, allietata dai numerosi convegni e incontri ci lascia sempre una certa nostalgia. Quanta gioia nel rivedere tanti amici, nel discutere sulle tecniche di conduzione degli apiari, sul futuro dell’apicoltura, sull’incremento di cui siamo testimoni!

E siamo già alle soglie dell’inverno, la stagione che mette ogni anno alla prova gli apicoltori, specialmente quelli delle zone più fredde o più umide.

Premetto che le api possono superare bene l’inverno anche ad una quota di 1.500 m. sul livello del mare. Perciò sono certo che in qualunque zona d’Italia tutti possono conservare intatto il patrimonio apistico fino allo sbocciare della nuova primavera. Le condizioni d’un buon invernamento sono quelle descritte tante volte: tuttavia mi scuso, se, accettando l’invito dei lettori più giovani e meno esperti, ripeto suggerimenti già noti ai più; spero anche di poter aggiungere qualche particolare in più, tanto da giustificare il proverbio «repetita iuvant».

L’invernamento che io suggerisco è quello sperimentato tante volte in montagna a quota 1.100 m. Naturalmente nelle zone della vite, il freddo è meno intenso e quindi meno pericoloso. Meglio ancora stanno le api dove biancheggia l’olivo. Posso quindi assicurare che i miei consigli valgono specialmente per le zone più fredde.

Per un invernamento accurato e completo i nostri interventi possono essere tre: il primo in questo momento, il secondo quando le api avranno formato il glomere, il terzo in occasione della prima visita primaverile.

Questo primo intervento potrebbe chiamarsi «preinvernamento» ed ha lo scopo di esaminare le condizioni generali degli alveari, spostare favi e completare le scorte.

E’ necessario che sia fatto mentre le api possono essere scosse o spazzolate e possono muoversi perché la temperatura lo permette Ecco perciò le condizioni che dobbiamo verificare o creare e che sopra i 500 metri devono essere completate entro questo mese:

1) Una popolazione che copra bene almeno sei favi; non basta che ci siano su di essi poche api, devono essere coperti per circa 3/4.

2) I favi sui quali le api formeranno il glomere devono essere costruiti a celle femminili, trasparenti, almeno un poco; senza vuoti o malformazioni, di spessore normale, senza muffe. I favi difettosi vanno eliminati se contengono poche api; oppure spostati verso le pareti laterali e segnati con una puntina da disegno in attesa dell’eliminazione.

3) Le scorte, nell’invernamento hanno la massima importanza, esse devono essere abbondanti e di buona qualità. Per la quantità, la condizione ottimale è che ogni favo abbia una fascia di 6 – 7 cm. di miele opercolato. Se abbiamo solo favi completamente pieni, è opportuno graffiarli nella metà inferiore per indurre le api a liberarli dal miele, sul quale svernerebbero meno bene che sulle celle vuote.

Il miele proveniente dal nettare dei fiori è ottimo per l’invernamento perché dopo la digestione lascia pochissimi residui. Si pensi che in alcune zone della Russia le api rimangono chiuse senza voli di purificazione dall’ottobre all’aprile, con una perdita insignificante di circa il 4%.

Il miele che nella zona alpina provoca più spesso la diarrea è quello proveniente da varie manne. Oltre a causare la diarrea la manna può indebolire gli alveari al punto che subiscono facilmente la nosemiasi.

E’ necessario controllare le scorte, sostituire i favi di manna con altri di miele oppure completare le scorte di sciroppo di zucchero concentrato (70 per cento zucchero). Se la famiglia ha sofferto durante l’anno di nosemiasi si rifornisce sciroppo medicato con Fumidil. Naturalmente queste cure sono superflue dove la durata della clausura, non è lunga più. di venti giorni: fortunati gli apicoltori delle zone miti!

Nei periodi freddi ha grande importanza la forza numerica del glomere, perché il calore naturale non costringe le api a nutrirsi per vincere il freddo, perciò i residui intestinali saranno più scarsi e facilmente trattenuti. Anche questo è un motivo per invernare famiglie forti.

4) L’entrata dev’essere ridotta alla metà della larghezza del glomere, più stretta dove il clima è secco, più larga dov’è umido.

5) Il coprifavo è bene che sia munito di foro largo 10-12 cm., coperto con rete metallica o di plastica, sopra la quale va bene un quadrato di gomma piuma, dello spessore di 6-7 cm.,  allo scopo di permettere un passaggio dell’aria, senza corrente. Il tutto va coperto con un foglio di polistirolo dello spessore di 2-3 cm., e finalmente negli alveari all’aperto, va posata la tettoia.

6) Il fondo sta meglio se viene difeso dall’umidità con un robusto rettangolo di polistirolo o materiale simile usato in edilizia.

Alveari riparati dalla neveRiprendo la prima condizione che riguarda la popolazione per specificare i differenti modi da usare nei vari casi. Per un buon invernamento, in montagna sono necessari almeno sei favi, ma nelle zone miti possono essere sufficienti anche quattro.

Quando riteniamo che una famiglia sia troppo debole per superare l’inverno, è opportuno riunirla ad altra debole, eliminando la regina che riteniamo più scadente oppure lasciando alle api stesse questo compito. La riunione può essere fatta operando verso sera, quando tutte le api sono rientrate, mettendo un giornale sopra l’alveare che deve ricevere, sovrapponendo l’altro senza fondo, notando che non vi siano fori d’uscita, e che perciò le api siano costrette a rosicare il giornale per uscire. Se non abbiamo arnie con fondo mobile, possiamo usare due melari.

Con temperatura fredda può darsi che sia difficile per le api staccarsi dal glomere per rosicare la carta. In questo caso si può mettere fra i due nidi una rete metallica o di plastica, lasciarvela 24 ore e poi riunire i favi senza altre precauzioni.

7) L’apiario deve ricevere da ottobre a marzo due delle ore più calde dalle 10 alle 14. L’esposizione degli alveari è bene che sia disposta in modo che riceva il sole nascente, perché anche la luce, insieme col calore serve a invitare le api ad uscire per il «volo di purificazione».

Il secondo intervento, l’ultimo per quest’anno, dev’essere compiuto dopo una notte di brina. La temperatura scesa verso lo zero, avrà costretto le api a formare il glomere. Così, visitando, vedremo la reale consistenza della famiglia. In qualche caso troveremo popolazioni che nelle giornate di volo occupavano tutto il nido, ora sono ridotte a 4-5 favi. In ogni caso potremo annotare sul registro dell’apiario la reale forza del glomere ed altre osservazioni utili.

Ho parlato di glomere,  ed ora mi spiego meglio: si chiama glomere il complesso di tutte le api d’un alveare quando per difendersi dal freddo si stringono fra di loro negli spazi esistenti tra i favi. Se l’arnia e i favi fossero trasparenti, il glomere apparirebbe come un pallone ellittico, sezionato dai favi stessi. In questa posizione le api compiono lenti movimenti dal centro d’ogni favo alla periferia del glomere, quelle che sono a contatto col miele, trasmettono alle altre il cibo. Se i favi hanno un foro che permetta il passaggio delle api dalla periferia al centro nelle giornate di freddo intenso, i gruppetti che talvolta fanno il glomere sull’ultimo favo, possono più facilmente raggiungere il calore interno; altrimenti può accadere che intirizzite e incapaci di raggiungere il centro, muoiono, di freddo.

Molti studiosi hanno constatato che la temperatura del glomere verso il centro dei favi, quando non c’è covata è di 28-29 gradi °C., mentre con la covata viene elevata a 32-33 gradi C. La temperatura delle parti esterne del glomere è gradualmente più bassa, fino a raggiungere 10-12 gradi. Il glomere, in condizioni normali, emette un leggerissimo fruscio, percepibile mettendo un orecchio al foro d’entrata. Toccando con le nocche il predellino, il fruscio aumenta d’intensità, ma cessa subito. Se invece d’un fruscio, simile a quello delle foglie smosse, si sente un ronzio, è il caso di pensare che ci sia qualche anormalità: può trattarsi di orfanità o di fame. Anche la diarrea o la nosemiasi sono rivelate da ronzii che non si odono negli alveari normali, sani e ben provvisti di scorte. Anche la tranquillità del posto è una condizione indispensabile per un buon invernamento. Si devono evitare perciò, urti, scosse, colpi di pallone, tremolii causati dal passaggio di treni, o mezzi pesanti.
Le scosse di qualunque provenienza creano allarme fra le api che, nel timore di dover fuggire riempiono la borsetta melaria di miele che poi, cessato il pericolo, rigurgitano nelle celle, con un po’ di consumo che, alla lunga, può incidere sulle scorte causandone la fine prima del previsto.
Anche le forti correnti d’aria sono dannose, ed è necessario mettere dei ripari o cambiare posizione. Gli alveari sistemati nel modo descritto, possono stare indisturbati fino a marzo, al tempo della prima visita primaverile, quando, ricaricati di speranza e d’entusiasmo riprenderemo il ciclo dei lavori della bella stagione.

In magazzino – Compiuto l’invernamento in apiario, è necessario mettere in ordine il magazzino, dove abbiamo melari pieni di favi e qualche nido di riserva. Esaminiamo i favi dei melari, uno alla volta. Troveremo favetti costruiti solo in parte a celle femminili. Eliminiamoli altrimenti saranno il richiamo delle regine che andranno a melario a deporre covata maschile; mettiamo i melari in catasta aggiungendo al culmine un melario vuoto nel quale bruceremo delle strisce di zolfo da cantinieri, coprendo la catasta in modo che nella combustione l’anidride solforosa sia costretta a passare attraverso la catasta. Questa operazione serve a eliminare le larve delle tarme. Poiché l’azione della combustione dello zolfo non uccide le uova che si apriranno dopo un’incubazione di nove giorni, è necessario ripetere la solforazione dopo dieci giorni. Se il magazzino è fresco, arieggiato e a quota superiore ai 1.000 m. la solforazione non è necessaria perché le tarme in tale ambiente non si sviluppano.

Se il magazzino è asciutto, chiuso in modo che sia inaccessibile alle api e ai topi, non occorrono altre precauzioni, ma se c’è umidità, è necessario osservare bene che i favi non contengano miele, altrimenti assorbirebbe la umidità e fermenterebbe.  Un controllo empirico dell’umidità dell’ambiente può essere fatto in questo modo: si mette un piatto contenente un po’ di miele sul pavimento. Si controlla dopo 24 ore: se l’ambiente è umido il miele sarà diventato più fluido del normale, se invece è abbastanza asciutto il miele conserverà la densità naturale, e finalmente in ambiente molto asciutto, la densità del miele aumenterà.

Abramo Andreatta

Info Redazione

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