martedì , 7 Luglio 2020
3Bee

L’estrazione della cera

L’estrazione della cera presenta problemi diversi se il prodotto di partenza è costituito dagli opercoli ottenuti dalle operazioni di smelatura o da favi vecchi.

Trattamento degli opercoli
A seguito della disopercolatura, comunque sia essa effettuata (coltello o disopercolatrice automatica), il problema principale è quello di separare la cera dal miele che vi è rimasto. Questi i procedimenti:

  1. sgocciolatura: gli opercoli vengono lasciati sgocciolare in un apposito cestello. In ambiente caldo la sgocciolatura è abbastanza efficiente; Il miele che si ottiene è di qualità equivalente a quello estratto dalla centrifuga e vi può essere mescolato;
  2. lavaggio: gli opercoli possono essere lavati con acqua tiepida per eliminare il miele residuo. Questo metodo è consigliabile solo quando il miele sugli opercoli sia già cristallizzato. Non si può dire che così il miele sia recuperato, a meno che non si utilizzi l’acqua residua, con le dovute precauzioni, per la nutrizione delle api. Gli opercoli devono essere asciugati o fusi entro breve tempo, per evitare il formarsi di muffe;
  3. pulizia da parte delle api: è possibile, seppur non proprio consigliabile far pulire gli opercoli dalle stesse, utilizzando solo poche famiglie per non rischiare di diffondere eventuali malattie ancora allo stadio latente, con le precauzioni necessarie a non scatenare un saccheggio generale;
  4. pressatura: la massa di opercoli può essere pressata con un torchio manuale o idraulico, per estrarne il miele e diminuirne il volume. Per evitare che restino sacche di miele all’interno del pane di opercoli pressati bisogna non esagerare nel riempire il torchio ed aumentare la pressione gradatamente. Il miele che si ottiene è pieno di bolle d’aria e di particelle di cera. È preferibile farlo decantare separatamente;
  5. centrifugazione: gli opercoli possono essere asciugati per mezzo di centrifughe. Possono venir utilizzate le normali centrifughe per l’estrazione del miele dai favi, dotate di appositi cestelli per il contenimento degli opercoli. Migliori risultati si ottengono però con centrifughe più potenti (1200 giri al minuto per 70 cm di diametro, cioè circa tre volte la normale velocità di un normale estrattore centrifugo). All’estero ce ne sono in commercio di appositamente adattate a questo uso, ma alcuni apicoltori ne hanno realizzate di artigianali a partire da vecchie lavatrici;
  6. spin-float: per trattare grosse quantità di opercoli vengono a volte. utilizzate macchine il cui uso primario è quello di separare la panna dal latte. La separazione di cera e miele avviene anche qui in base alla forza centrifuga, ma funzionano in continuo. Vengono alimentate dalla miscela di miele e opercoli leggermente riscaldata perché sia più scorrevole ed escono opercoli e miele separatamente;
  7. sceratrice solare: gli opercoli sgocciolati possono essere messi a fondere nella sceratrice solare. Il miele e la cera si separano completamente ma il miele così ottenuto è troppo surriscaldato: in genere è molto inscurito, ha un odore caratteristico e non può essere commercializzato;
  8. fusione diretta: esistono apparecchi che permettono di risolvere velocemente il problema della separazione; in più sciolgono anche gli opercoli effettuando in un sol colpo separazione e fusione. Sono costituiti da una vasca a doppia parete, riscaldata con circolazione d’acqua calda. La vasca viene alimentata attraverso una tramoggia dove gli opercoli cadono a mano a mano che vengono prodotti. La temperatura della vasca è sufficiente a far separare miele e opercoli, che galleggiano sul miele. Quando gli opercoli raggiungono la parte alta della vasca, vengono a contatto con una resistenza elettrica (o una serpentina scaldata a vapore) che li fonde. In altri modelli la fusione è assicurata da lampade a raggi infrarossi. Lo strato di cera liquida è separato dal miele da uno strato di opercoli non fusi e questo dovrebbe evitare un eccessivo riscaldamento del miele. Cera e miele vengono spillati da rubinetti posti a diverse altezze. Anche se correttamente usate queste sceratrici producono miele troppo danneggiato per essere commercializzato per l’uso diretto: come miele per l’industria però è ancora accettabile in quanto anche se l’HMF è elevato, le caratteristiche organolettiche sono accettabili.

Gli opercoli liberati dal miele con uno dei metodi descritti (1-6) devono essere fusi (vedi più avanti). La resa alla fusione degli opercoli si avvicina al 100%.

Fusione

Pixabay License

La cera fonde ad una temperatura di 62-65°C. La fusione della cera è un’operazione richiesta in più fasi della sua lavorazione e in particolare durante l’estrazione e la purificazione.

Il primo degli accorgimenti da seguire per non cambiarne le caratteristiche è quello di non fonderia mai a fiamma diretta. Uno dei motivi è quello della sicurezza: la cera ad alta temperatura rischia di infiammarsi. Anche se questo incidente non si verifica con frequenza, le alte temperature che si ottengono sulla fiamma (o su resistenze elettriche scoperte) sono sufficienti a volatilizzarne in parte i componenti e a provocare una rottura termica (cracking) di altre molecole. Tra fiamma e cera va sempre posto quindi uno strato che assorba il calore e lo riceda in maniera uniforme, senza superare le temperature che vogliamo raggiungere. Questo si ottiene ponendo sul fondo dello stesso recipiente che contiene la cera una certa quantità d’acqua, oppure utilizzando dei recipienti separati, uno dentro l’altro, per acqua e cera (bagnomaria).

La cera allo stato fuso non deve venire in contatto con ferro, rame o zinco, in quanto si liberano degli ioni metallici che, reagendo con componenti (probabilmente impurità) della cera la rendono scura e foto attiva (cioè, al sole, invece di schiarirsi si inscurisce).

L’acqua che viene a contatto con la cera durante la fusione deve essere il più possibile priva di sali, che ne saponificherebbero gli esteri. Si deve utilizzare perciò acqua distillata o piovana o si deve eliminare almeno una parte della durezza dell’acqua per bollitura prolungata. Questo non è necessario se l’acqua deriva dalla ricondensazione del vapore, come nel caso delle caldaie a pressione.

Il riscaldamento tende anche a far inscurire la cera: il cambiamento di colore è più accentuato nelle cere più scure (probabilmente perché dovuto all’alterarsi delle sostanze contaminanti), soprattutto se in presenza d’acqua e ancor di più in recipienti di metallo.

Per la fusione della cera possono venir utilizzate attrezzature non specifiche, che però rispondano alle esigenze sopra elencate. Attrezzature specifiche sono invece le sceratrici solari e le caldaie a vapore.

Nella sceratrice solare il calore per la fusione della cera è fornito dal sole; essa è costruita in maniera tale da captare il massimo della radiazione solare e da evitare le dispersioni di calore. Al suo interno nelle giornate di sole si raggiungono i 70-75°C necessari alla fusione e allo scorrimento della cera. È costituita da una cassa metallica con coperchio in vetro (doppio). Il piano del coperchio deve essere inclinato perché possa ricevere il massimo di radiazioni. La chiusura deve essere perfetta. All’interno un piano d’appoggio anch’esso inclinato riceve il materiale da fondere. Alla base di questo una vaschetta raccoglie cera e miele che ne colano. La cera si stratifica sul miele e una volta solidificata, generalmente la mattina dopo, può essere prelevata. È sufficientemente purificata se ha avuto il tempo di decantare. È meglio raccogliere il pane di cera ogni mattina per evitare che tra strati di cera di giornate successive restino incluse sacche di miele.

Le caldaie a vapore sono costituite da recipienti, generalmente in acciaio inossidabile, in cui acqua e cera sono alloggiati in scomparti separati. L’acqua viene scaldata su fiamma di gas o da una resistenza elettrica. Il vapore che si genera è convogliato verso la cera, la fonde e questa viene prelevata con un rubinetto. I residui restano in un cestello interno. Visto che queste caldaie hanno in genere un coperchio a tenuta, all’interno si producono pressioni e temperature sufficienti a sterilizzare con sicurezza la cera ed a ottenere buone rese dalla fusione dei favi vecchi.

Estrazione dai favi vecchi
Ogni volta che una larva completa il suo ciclo di sviluppo lascia all’interno della cella il bozzolo di seta che aveva tessuto prima di impuparsi. Questo fa sì che lo spazio interno alle celle venga impercettibilmente ristretto e accorciato a ogni ciclo di sviluppo. Un favo di covata aumenta in peso e in resistenza col passare del tempo. Se un favo Dadant-Blatt nuovo e vuoto pesa circa 150 g, dopo 5 generazioni il suo peso è raddoppiato e dopo 15 triplicato. L’aumento è dovuto in gran parte a bozzoli, escrementi e residui alimentari. C’è però anche un piccolo aumento nella quantità di cera in quanto le api correggono in parte il rimpicciolimento delle celle allungandole verso l’esterno, fino a quando lo spazio tra un favo e l’altro lo permette.

Al momento della fusione i bozzoli si comportano da materiale assorbente e costringono l’apicoltore ad attuare metodi particolari di estrazione per ottenere rese vantaggiose.

  1. Sceratrice solare: le rese sono basse; possono essere un po’ aumentate tagliando i favi in strisce di 5-6 cm e mettendole sul piano inclinato di taglio;
  2. metodo del sacco: si possono chiudere i favi vecchi fatti a pezzi in un sacco di iuta e farlo bollire in una pentola d’acqua impedendo loro di galleggiare con pesi e sassi. La cera fusa, più leggera, viene in superficie dove può essere raccolta una volta solidificata. Le rese sono comunque basse;
  3. si bollono i favi direttamente in acqua: la miscela di acqua, cera e scorie bollenti viene poi torchiata (pressa manuale o idraulica). Al materiale da torchiare bisogna aggiungere paglia o creare un supporto con strati alternati di tela di iuta. Per evitare che la cera solidifichi bisogna versare acqua bollente sul torchio durante la pressatura. Acqua e cera vanno raccolti in un recipiente in cui far decantare e solidificare la cera. Dà buone rese ma è estremamente laborioso;
  4. caldaie a vapore: (vedi sopra) danno buone rese e sono molto semplici da utilizzare;
  5. un metodo industriale consiste nella separazione per centrifugazione, dopo fusione dei favi vecchi con vapore. Il metodo richiede attrezzature realizzate appositamente;
  6. sempre sul principio della fusione con vapore e della separazione con torchiatura sono basati anche alcuni impianti industriali in continuo;
  7. è possibile estrarre la cera sciogliendola in un solvente, filtrando il liquido ottenuto e recuperare solvente e cera per evaporazione del primo. E’ un metodo costoso non utilizzato in apicoltura anche a causa dei residui di solventi che possono rimanere nella cera, rendendola non più idonea all’uso apistico.

Decantazione
La cera fusa con uno dei metodi descritti contiene in genere impurità di vario tipo e numerose gocce d’acqua; se solidifica velocemente queste rimarranno imprigionate nel pane di cera.
Per ottenere cera pulita occorre lasciarla raffreddare lentamente, in contenitori coibentati, chiusi con un coperchio altrettanto isolante. Durante il raffreddamento lento le impurità, acqua compresa, si concentrano alla base del pane di cera, dove possono essere asportate facilmente. La cera può anche essere decantata in un bagnomaria termostatato che la mantiene liquida ed essere spillata da un rubinetto che non peschi sul fondo per essere colata direttamente in forme.

Dr.ssa Maria Lucia Piana

Fonte: “L’Ape Nosta Amica” Anno VII Numero 5

Info Redazione

Guarda anche

Postazione con alveari in fila

Far posto al Miele nell’alveare

Un buon avvio di stagione Nel momento in cui sto scrivendo, (8 maggio), la stagione …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.