giovedì , 4 Giugno 2020
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varroa
Disegno di Pasquale Angrisani

Limitare lo sviluppo della varroa

Messa a sciame sistematica
Mi sembra utile portare a conoscenza degli amici apicoltori l’esperienza che ho fatto in questi ultimi cinque anni con un metodo che mi ha permesso di convivere con la varroa, realizzando una buona produzione e la conservazione di tutte le mie famiglie.

Tenterò una descrizione dettagliata della messa a sciame sistematica, sforzandomi di esprimermi nel modo più chiaro possibile, così come io la utilizzo.

Ritengo doveroso precisare subito che questo metodo non presenta difficoltà per coloro che possiedono pochi alveari e che praticano una apicoltura a livello hobbystico; il metodo richiede invece per i professionisti, con centinaia di alveari, uno sforzo economico ed organizzativo notevole, tale da scoraggiarli. Nulla vieta loro tuttavia di provarlo su di un apiario di medie dimensioni.

A titolo orientativo informo che, lavorando da solo, non ho difficoltà a impiegarlo su 24 famiglie. Anche se non erano tutti nei miei propositi, sono riuscito a raggiungere nel corso di questi anni quattro obiettivi importanti:

  1. iniziare l’annata apistica con un livello d’infestazione molto basso, quasi nullo;
  2. arrivare sulla grande fioritura (robinia, castagno, tiglio, ecc.) con le famiglie al massimo del loro sviluppo;
  3. ridurre in maniera considerevole la sciamatura:
  4. ottenere, tutti gli anni o quasi, il cambio “automatico” delle regine.

Materiale occorrente
Per ogni famiglia da mettere a sciame occorrono: un portasciame vuoto da 6 telaini o un’arnia vuota, entrambi possibilmente con fondo mobile antivarroa, 2 diaframmi, un telaino trappola a 3 sezioni (mod. Campero), un vaporizzatore a mano (di quelli usati per curare le piante da appartamento), acido lattico e acido ossalico.

Quando intervenire
Si deve operare quaranta-quarantacinque giorni prima della grande fioritura; nei giorni precedenti alla data da noi stabilita per la messa a sciame sarà bene effettuare alcuni interventi che ci aiuteranno nel lavoro successivo. Per prima cosa, approfittando della temperatura mite di una delle prime giornate del mese di marzo provvederemo a segnare le regine (con un colore diverso da quello usato l’anno precedente); la loro ricerca sarà di molto facilitata dallo scarso numero di api presenti, se opereremo quando le bottinatrici sono nei campi attratte dalle prime fioriture. Successivamente una decina di giorni prima di effettuare la messa a sciame, eseguiremo il livellamento delle famiglie mediante gli opportuni spostamenti di favi, in modo di avere delle colonie omogenee per covata e provviste.

Messa a sciame
Si sistema il portasciame, o l’arnia vuota, vicino ( 40-50 cm) all’alveare da mettere a sciame; è opportuno operare in una bella giornata e, se c’è importazione, lavorare al mattino al momento in cui si nota già il via vai delle operaie; in mancanza d’importazione si può lavorare anche nel pomeriggio.

Da questo momento chiameremo “CEPPO” l’alveare da mettere a sciame e “NUCLEO” il portasciame, o arnia vuota, dove trasferiremo 2 favi di provviste e 4 favi di covata.

Previa leggera affumicatura preleveremo dal ceppo 2 favi di provviste e 4 di covata (con le api) sistemandoli in modo che le provviste siano ai due lati estremi della covata. Cercheremo di trasferire nel nucleo solo covata opercolata o prossima all’ opercolatura, curando però che ci siano anche un po’ di uova o di larve molto giovani, in maniera che il nucleo, che è orfano, possa allevarsi una regina. Se abbiamo usato un’arnia dopo l’ultimo favo sistemeremo il diaframma. Applichiamo coprifavi, tetto e col nucleo abbiamo terminato.

Durante l’operazione di trasferimento dei favi dal ceppo al nucleo, dobbiamo stare attenti a lasciare la regina nel ceppo; senza il rispetto di questa condizione il metodo fallirà.

Ora torniamo al ceppo in cui, a seconda del tipo di arnia da noi adottato, sono rimasti da 4 a 6 favi con provviste e covata giovane. Se vi fosse ancora qualche favo di covata opercolata o prossima ad esserlo, dovremo trasferirlo in un’arnia vuota appositamente predisposta e collocata in un punto qualsiasi dell’apiario. Questa arnia serve per accogliere tutti i favi con queste caratteristiche che troveremo in più nei ceppi.

Limitare lo sviluppo della varroa
Ceppo (da sx a dx): favo di scorte, foglio cereo, due favi di covata, telaino trappola, favo di scorte e diaframma.
Nucleo (sx a dx): favo di scorte, quattro favi di covata, favo di scorte e diaframma.

Nel ceppo metteremo i favi di provviste alle due estremità; dopo l’ultimo favo di covata inseriremo a destra un telaino con foglio cereo ed a sinistra il telaino trappola a tre sezioni (metodo Campero); limiteremo il tutto con un diaframma. Chiuso il ceppo, lo lasceremo tranquillo per 24 ore.

Da questo momento in poi tutte le bottinatrici rientreranno nella loro dimora abituale (in cui ora è presente il ceppo). Il giorno dopo, se le condizioni atmosferiche hanno permesso una normale attività di raccolta, quando cesserà il volo delle api, potremo fare al ceppo un trattamento con una soluzione al 15% di ac. lattico. Se invece il tempo è stato brutto aspetteremo la prima giornata favorevole.

Il giorno successivo al trattamento, controllando nei cassetti estraibili, non troveremo probabilmente molte varroe perchè in questo periodo sono quasi tutte nella covata; anche quei pochi acari caduti sono comunque un successo.

Per 24 giorni lasceremo in pace i nuclei che, non soffriranno per l’improvvisa mancanza d’importazione (le bottinatrici sono infatti tutte tornate al ceppo), sia perché ben provvisti di scorte, sia perché giorno dopo giorno, fra le api di casa, inizieranno a formarsi delle nuove bottinatrici.

In questo periodo la nostra attenzione deve andare al ceppo, fornendo gradualmente fogli cerei e qualche favo vuoto, stimolando la regina a deporre somministrando, almeno nei giorni di cattivo tempo, sciroppo di zucchero al 50% eventualmente reso più appetibile con qualche infuso di salvia o rosmarino. Intanto controlleremo periodicamente il telaino trappola (TI), intervenendo secondo le indicazioni ed i suggerimenti di cui l’ideatore è stato prodigo e che sono stati riportati su tutte le riviste di apicoltura.

Se c’è abbondanza d’importazione, per evitare che il nido venga intasato dalle provviste, è necessario applicare il melario interponendo l’escludiregina.

Non dimentichiamo di curare anche quell’eventuale alveare in cui abbiamo sistemato i favi di covata opercolata eccedenti. Considerando che è sprovvisto di bottinatrici, andrà subito nutrito utilizzando sciroppo zuccherino al 50% in funzione della forza, evitando di forniglierne più di quanto non ne venga consumato; ciò per non più di 10 giorni.

Trascorsi 24 giorni dalla messa a sciame, anche i nuclei sono in assenza di covata o, se ne hanno già un po’ della nuova regina, non è ancora attrattiva per la varroa. Possiamo quindi effettuare un trattamento con ac. ossalico, in soluzione al 2%; l’ac. ossalico risulta più efficace del lattico, anche se richiede una maggiore cautela da parte dell’apicoltore. E’ inoltre buona norma non usare sempre lo stesso tipo di acaricida.

Il giorno dopo, osservando con attenzione i cassetti estraibili, ci renderemo subito conto se il grado di infestazione è tale da richiedere, dopo due o tre giorni, un secondo trattamento. A me non è mai capitato di doverlo effettuare.

Se abbiamo rispettato i tempi e se l’andamento stagionale è stato normale, dovremo essere ad una dozzina di giorni dalla grande fioritura; abbiamo tutto il tempo per riunire col metodo del giornale, tre giorni dopo il trattamento, i nuclei ai ceppi. Bucherellando con un chiodo sottile il giornale, la riunione si completerà in due giorni; potremo quindi riordinare le famiglie scartando i favi troppo vecchi o deformati. Lasceremo nell’alveare ancora il telaino trappola collocandolo al limite del gruppo dei favi di covata. Ora è tempo di porre il melario.

Se per i nuclei abbiamo utilizzato materiale col fondo mobile, le riunioni sono molto facilitate. Si tratta di sistemare un foglio di giornale sul ceppo, fermandolo su due lati con una puntina da disegno per evitare che 1’aria ce lo porti via, sganciamo i fondi dei nuclei e li sovrapponiamo ai ceppi. Se invece per formare i nuclei abbiamo utilizzato portasciami da 6 favi, sulla parte del ceppo che resta scoperto metteremo un mezzo coprifavo o, se non ne abbiamo, vi poseremo un coprifavo grande fermandolo con un mattone per bilanciare il peso della parte sporgente. Se a breve termine si prevede pioggia è opportuno coprire il tutto con un robusto foglio di plastica o con quant’ altro è possibile utilizzare (gli amici apicoltori sanno sempre come aggiustarsi).

Se per i nuclei è stato usato materiale col fondo fisso, occorrerà sistemare sul ceppo due melari sovrapposti quindi, quando è cessato il volo, si travasano i favi. Nell’effettuare le riunioni non mi sono mai preoccupato di cercare le regine per eliminarne una: provvederanno da sole e non ho mai avuto modo di notare nessun inconveniente. A volte, osservando il comportamento delle api sulla porticina, mi sono accorto che le due regine hanno convissuto a lungo, qualche volta sino a luglio inoltrato. La verifica dell’avvenuto cambio della regina si avrà comunque 1’anno successivo quando, come precedentemente indicato, provvederò a segnare le nuove regine (sempre con un colore diverso da quello utilizzato l’anno precedente). A volte trovo ancora qualche regina segnata l’anno prima, ma sono solo una piccola percentuale, spiegabile con la probabilità che qualche regina dei nuclei non sia rientrata dai voli di fecondazione.

Il metodo è migliorabile, specie per quanto riguarda la sciamatura. A tale fine suggerisco a coloro che utilizzano arnie per formare i nuclei di aggiungere, 10 giorni dopo la messa a sciame, un telaino con foglio cereo subito dopo l’ultimo favo di covata.

Se riuscirete a rispettare il programma che vi sarete prefissato, tenendo conto dell’epoca in cui avviene nella vostra zona la grande fioritura anche con l’approssimazione di una settimana in più o meno, le soddisfazioni certamente non vi mancheranno.
Coraggio dunque e buon lavoro.

Igino de Chiara
Fonte: “rivista di apicoltura anno IV n.2”

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