sabato , 15 dicembre 2018
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L’invernamento

E’ il problema di sempre: preoccupante nella zona alpina; impegnativo nelle zone umide della pianura padana e veneta; tempo d’attesa per gli apicoltori delle zone più miti, dell’olivo, della vite e del castagno, dove freddo e umidità non preoccupano molto. Naturalmente i miei consigli sono rivolti soprattutto ai giovani che non hanno lunga esperienza, mentre per gli anziani considero queste ripetizioni come gradita occasione di parlare e scrivere su cose che piacciono, e perciò interessano anche se risapute.

L’invernamento, per quanto riguarda le scorte, va eseguito al più presto, specialmente in montagna, perché le api possano sistemare le scorte, chiudere e propolizzare. La norma da seguire è la seguente: ogni favo abitato deve avere una fascia di miele di 6 – 7 cm.
Poiché i favi non sono più occupati dalla covata, è il momento in cui si possono scartare i favi vecchi o malfatti spostandoli verso i lati, o addirittura oltre il diaframma, grattando con la forchetta eventuali zone di favo contenenti miele opercolato.
Più tardi in occasione dell’invernamento definitivo, i favi, puliti dalle api saranno eliminati e trasformati in pani di cera.

Se le scorte non corrispondono al fabbisogno, si possono integrare in due modi: prelevando i favi ben forniti da famiglie che ne hanno in eccesso, o somministrando sciroppo di zucchero con miscela del 70% di zucchero e 30 % di acqua. La nutrizione va eseguita quando il volo è normale, mentre quando il glomere è raccolto e il freddo impedisce l’uscita, la nutrizione liquida può diventare pericolosa perché lascia molti residui nell’intestino, nel momento in cui non possono uscire, e questo fatto può causare diarrea.

Le operazioni da eseguire per lo spostamento dei favi, spazzolatura di api e movimenti che possono farle cadere perché non rimangano a terra intirizzite, vanno fatti a temperatura che supera i 10 gradi C. Molte volte mi viene chiesto: «Quand’è che un favo da un nido va eliminato perché troppo vecchio?» Come sempre rispondo:
«Quando messo di fronte alla luce del sole, ha perso ogni trasparenza». Perciò non serve scrivere sui telaini l’anno di costruzione del favo.
L’invecchiamento dipende dal numero dei cicli di covata che vi si sono sviluppati? I favi disposti al centro del nido ricevono le prime uova in febbraio e le ultime in settembre, quindi la metamorfosi delle api vi si svolge 6-7 volte, mentre gli altri favi, man mano che si trovano verso i lati, ospitano un numero minore di cicli e quindi restano trasparenti più a lungo? Perciò il criterio da usare per giudicare l’età resta quello di osservarli in trasparenza.

Se i favi vecchi sono ben fatti, a celle femminili, nelle arnie a 12 telaini possono essere conservati sui fianchi, dove non vengono usati per la covata, invece nelle arnie a 10 telaini vanno senz’altro eliminati per non causare la degenerazione delle api che vi si dovessero sviluppare. Molte volte avviene che i favi vecchi sono troppi per poterli eliminare tutti. In questi casi si segnano con una puntina da disegno per poterli eliminare gradualmente nell’anno prossimo. Conservati in magazzino possono diventare utilissimi in primavera graffiati e messi oltre il diaframma, per stimolare la deposizione di uova.

Questa visita la possiamo chiamare di preinvernamento.  Alla fine, avremo la conoscenza precisa della consistenza delle scorte, avremo disposto i favi in modo che il futuro glomere trovi posto sui favi ben costruiti, non vecchi, ben forniti di provviste. Per l’invernamento definitivo dovremo aspettare che le api formino il glomere.
Questo fenomeno avviene gradualmente. Già nelle prime settimane d’ottobre, durante le notti sempre più lunghe e più fredde, le api si ritirano dai favi laterali e si stringono verso il centro, ma coi primi raggi di sole ogni giorno sciolgono il glomere provvisorio e si diffondono su tutto il nido. Naturalmente ciò avviene in tempi differenti a seconda del clima della zona. Ma, in generale, quando la brina imbianca i prati, il glomere resta compatto anche durante il giorno. Questo è il momento dell’operazione definitiva. Le notti di brina sono sempre seguite da una giornata di sole, favorevole alla visita programmata. Aperto l’alveare vedremo subito la sua forza reale.

Proveremo delle sorprese gradevoli e meno: vedremo le migliori famiglie occupare ancora 8-9 favi, le medie 6-7 e le deboli 4-5. I favi non occupati, vanno levati e depositati in magazzino, usando melari e nidi come contenitori. Se sulla parte esterna dell’ultimo favo c’è un gruppetto di api, è opportuno spazzolarle sopra il centro del nido, altrimenti col freddo intenso rischiano di rimanere intirizzite, incapaci di raggiungere il glomere. Qualcuno usa praticare nel centro dei due favi laterali un foro del diametro d’un centimetro che permetta il passaggio delle api verso il centro: il metodo è indubbiamente utile. La consistenza necessaria per superare la crisi invernale dipende dal clima della zona. Nelle zone più fredde, dai 1000 ai 1500 m. il glomere deve coprire almeno 7 favi; dalla zona del castagno alla quota 1.000 deve coprire almeno 6 favi.

Nelle zone dell’olivo e della vite possono superare l’inverno anche su 3-4 favi. Tuttavia è da notare che famiglie così deboli, difficilmente daranno nella stagione estiva un buon prodotto. I vantaggi degli alveari con abbondante popolazione, sono diversi: anzitutto il calore naturale del glomere permette un risparmio di consumo, in quanto per aumentare la temperatura consumano miele. Un minore consumo permette di resistere più a lungo alla clausura perché di conseguenza c’è un minor accumulo di escrementi nell’ampolla rettale. Le famiglie forti iniziano più presto la ripresa della deposizione di covata e di conseguenza il ricambio della popolazione.

Lo stress prodotto dal freddo in certe annate può indebolire la resistenza nel contenimento degli escrementi, causare lo spopolamento e favorire l’insorgere della nosemiasi.

Le famiglie ritenute deboli è opportuno che siano riunite. I metodi usati per la riunione possono essere diversi. Quello più usato consiste nel mettere sopra l’alveare ricevente un foglio di giornale e sopra, quello più debole, senza fondo, dopo averlo orfanizzato. Se non si dispone di nido senza fondo si può servirsi di due melari, notando bene che non vi siano fori che permettano l’uscita delle api senza rosicare il foglio. Dopo 2 giorni lo avranno rosicato. Per aiutarle si possono fare dei fori con un ago.

Un altro metodo consiste nel mettere fra i due nidi una rete metallica fine: dopo 24 ore si può levare la rete e mettere i favi in un solo nido. Se, la temperatura è molto bassa, cessato ogni volo, si può prelevare i tre telaini del più debole e, tenendoli compatti, trasportarli e metterli vicini ai favi di quello più forte. Le api intirizzite non si aggrediscono fra loro. Per usare questo metodo, è opportuno operare in due, per evitare la caduta di api in terra. E se per caso un gruppetto di api, staccate dal glomere, cadesse a terra, è necessario raccoglierlo con delicatezza e metterlo sopra il glomere.

Per un buon invernamento è importante la posizione e l’orientamento dell’apiario. Le api, sono amiche del sole mitigato quando è cocente; sono amiche del tepore calmo, mentre si trovano a disagio all’ombra fitta, esposte al vento e al riverbero di pareti troppo calde. Da novembre a marzo l’apiario deve godere di almeno tre ore di sole. So che in certe zone alpine il sole viene a mancare per settimane; eppure le api resistono. La loro salute si mantiene per effetto del miele di alta qualità di cui dispongono. E’ quello che avviene anche in alcune zone della Russia dove rimangono chiuse dall’ottobre all’aprile con perdite di appena il 3-4 %. Di solito si preferisce che gli alveari siano orientati verso sud – sudi est. Infatti anche la luce del sole influisce sull’uscita delle api, sia per i voli di purificazione, sia per il lavoro normale di raccolta. In ogni modo, è molto importante che l’apiario riceva possibilmente almeno tre ore di sole, come detto sopra, e sia ben difeso dalle correnti d’aria fredda.

Nelle zone umide è opportuno provvedere a forme di ventilazione, a tenere l’entrata un po’ più larga del glomere, a fare che l’altezza del fondo degli alveari dal suolo superi i 40 cm. Giova anche la difesa del fondo con polistirolo o altro materiale coibente di cui dispone oggi l’edilizia. Come tutti sanno, vi sono apiari coperti e riparati da una costruzione e apiari all’aperto.

Le curAlveari riparati dalla nevee che io suggerisco sono sufficienti per difendere le api invernate all’aperto a quota 1000 metri. Naturalmente in apiario chiuso e riparato, svernano meglio, consumano meno e si hanno meno perdite a causa del freddo. Il guaio più importante è il costo!

Due parole sul glomere sono necessarie per avere un’idea chiara sulla forma, sulla funzione e sulla vita che si svolge. Le api, dotate di un meraviglioso istinto, durante la stagione invernale, si difendono dal freddo in vari modi: stringono la porta d’entrata, chiudono ogni fessura e lasciano solo le aperture necessarie al ricambio dell’aria, si ritirano dai lati verso il centro del nido e dalla periferia dei favi ancora verso il centro di questi. Se il nido e i favi fossero trasparenti si vedrebbe il glomere formato da un pallone di api, sezionato dalla cera dei favi. Verso il centro del pallone riposa la regina: se per qualche necessità si dovesse cercarla, si trova certamente sui tre favi centrali. La temperatura all’interno del glomere ha due fasi: quando non c’è covata è di 28 – 29 gradi C.; quando c’è covata, è di 32 – 33 gradi. Questi dati, riportati da diversi manuali, possono variare di uno, due gradi.
Campioni di aria prelevati dal centro del nido hanno: dato sempre lo stesso risultato: l’aria è pura e ossigenata come quella esterna.

L’entrata va ridotta in proporzione al glomere; in generale due telaini più stretta di questo. E’ necessario controllare le porticine perché non devono avere fessure che permettano il passaggio di topi, o fori dovuti a «nodi morti». La parete anteriore, deve essere orientata in modo che riceva il sole, le altre vanno coperte con polistirolo o altro materiale simile!
Il coprifavo che io consiglio deve avere uno o più fori, coperti con rete, sopra la quale si mette un quadrato di gomma piuma dello spessore di almeno 4 cm. Sopra di questo un quadrato di polistirolo dello spessore di 3 cm. Infine la tettoia completa la copertura. Se il lavoro viene eseguito accuratamente, l’alveare può superare qualunque inverno come in apiario chiuso.

Finito l’invernamento è opportuno compiere una visita sulla sera, per controllare dall’esterno che tutto sia normale. Avviene spesso di riparare, così a qualche dimenticanza. Almeno una volta al mese è utile controllare dall’esterno la situazione di ciascun alveare mettendo l’orecchio alla porticina e ascoltando. Un leggerissimo fruscio ci assicura dello stato di benessere d’un alveare. Battendo leggermente con le nocche sul predellino, il fruscio aumenta d’intensità, ma cessa subito. Se invece d’un fruscio simile a quello delle foglie smosse, si sente un ronzio continuato con aumento e diminuzione di toni, può darsi che ci sia qualche anormalità: orfanità, fame, malattia. Il confronto tra i ronzii di vari alveari, può rivelarci situazioni irregolari. In tali casi aspetteremo un giorno di sole per controllare quale sia la causa della differenza di ronzio.
La tranquillità del posto ha notevole importanza. Possibilmente è meglio che siano evitati urti, scosse, colpi di pallone, tremoli i causati dal passaggio di treni, o mezzi pesanti. Ogni disturbo mette in allarme le api, che nel timore di dover fuggire, fanno scorta di miele, riempiendo la borsetta melaria.
Cessato l’allarme rigurgitano il miele, ma, naturalmente, ne consumano una parte, arrivando così all’esaurimento delle scorte prima del previsto. Il consumo delle scorte può essere causa di maggiori disagi se provoca diarrea.

Molto dannose sono le forti correnti d’aria, che ostacolano il volo, provocano e un maggior consumo, e, a lungo andare irritano le api inducendole ad una aggressività straordinaria. Perciò, quando è possibile, consiglio di scegliere posizioni riparate dai venti e, non potendolo fare, mettere almeno dei ripari adatti a stornare le correnti in modo che non colpiscano  la parete anteriore.

Ho sentito qualche apicoltore consigliare di lasciare sopra il nido un melario pieno di miele, per avere la sicurezza che alle api non manchi il cibo. Il metodo è sbagliato per vari motivi facili da comprendere:
1. Una famiglia normale d’inverno occupa poco più di metà del nido. lo consiglio di levare i favi vuoti e riempire lo spazio con materiale asciutto, perché le api abbiano meno spazio da riscaldare. Se invece lasciamo un melario in più avranno da riscaldare un nido e mezzo.
2. Le api alla ripresa della deposizione andranno a occupare con la covata il melario, lasciando vuoto parte del nido. Resta valido il metodo di preparare il nido come spiegato sopra.

L’invernamento si fa anche sistemando bene il magazzino. Abbiamo tutti i melari e qualche nido da mettere in ordine. I melari contenenti favi vuoti vanno messi in catasta, lasciandone uno vuoto al vertice, nel quale bruceremo delle strisce di zolfo coprendo accuratamente in maniera che l’anidride solforosa si diffonda nella catasta per uccidere le larve delle tarme. La zolforazione va ripetuta dopo dieci giorni perché non avendo efficacia per le uova nel frattempo sono uscite le ultime larve.
La difesa contro le tarme in magazzino è facile in montagna. A quota 1000, in ambiente arieggiato non c’è neppure la necessità di zolfare.
Invece a quota minore la zolforazione è necessaria e nella zona della vite, va ripetuta durante i calori primaverili. Anche la difesa contro i topi va fatta con cura, perché i danni di questi roditori nei favi a cui possono accedere sono gravi. Il magazzino dev’essere asciutto: l’umidità danneggia il miele e i favi che lo contengono.
Il controllo dell’umidità dell’ambiente si può fare facilmente mettendo sul pavimento un piatto con poco miele. Dopo due – tre giorni, se l’ambiente è troppo umido, il miele sarà diventato acquoso.

Abramo Andreatta

Ragstore

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