lunedì , 20 agosto 2018
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Favo di covata in vari stadi

Nuovo ciclo vitale

La vita degli alveari, prima ancora che dalle cure dipende dalle condizioni climatiche in cui si svolge. Perciò, in Italia si potrebbe parlare di tre grandi fasce che dal sud al nord per un’estensione latitudinale di dieci gradi offrono clima e flora di grande varietà, anche perché le due catene Alpi e Appennini influiscono decisamente sul clima.

La fascia più calda è quella degli aranci e dell’olivo; un’altra molto mite è quella della vite e del castagno; e finalmente la terza, che dai mille metri sul livello del mare, va fino al limite della vegetazione. In ciascuna fascia le condizioni climatiche sono determinate dall’esposizione al sole, dalle correnti d’aria e dalle rispettive protezioni naturali. L’esposizione al sole, unita alla protezione dai venti può invitare le api che vivono sui 600 m. a iniziare il nuovo ciclo vitale insieme con quelle che si trovano sui 200 m. Come pure il clima influenzato dal tepore del mare, rende breve la durata del glomere; qui le api volano per dieci mesi all’anno e anche più.

Naturalmente il nostro lavoro viene determinato dalle varie condizioni che dobbiamo conoscere per operare convenientemente. Tuttavia nel periodo dei due mesi febbraio e marzo in qualunque zona d’Italia arriva il momento di controllare l’inizio della deposizione della nuova covata. Gli alveari che sembravano incantati dal freddo che impediva loro ogni movimento, si risvegliano gradualmente riprendendo il volo, la vita ritorna.

Il glomere che sembrava una massa di api in letargo durante le ore calde si scioglie, le operaie volano per scaricare le ampolle rettali degli escrementi e poi se il tepore continua, i voli si fanno più lunghi, le api diventano bottinatrici; attirate dal profumo e dal colore dei fiori visitano ogni aiuola verde, in cerca d’una goccia di nettare, o di una pallina di polline.

Ecco una delle gioie dell’apicoltore in primavera: vedere il ritorno d’un ape con le cestelle colme di polline splendente.

Un’operaia che ritorna carica ci rivela alcune cose importanti: l’alveare è vivo, ha una regina feconda, è ripreso l’allevamento della covata, il nuovo ciclo di vita dell’alveare è iniziato.

Mi viene spontanea una domanda: Chi procura la pappa reale indispensabile alla regina e alle larve appena schiuse? Le api più giovani sono nate nel settembre dell’anno scorso, perciò hanno almeno 120 giorni!

Che ne pensano quelli che scrivono o dicono che le api possono produrre pappa reale soltanto dal quinto al sedicesimo giorno di vita?

Certamente riflettendo su questa realtà, converranno con Von Frisch il quale afferma che le api possono produrre il latte fresco necessario alla regina e alla covata a qualunque età, quando la vita dell’alveare lo richiede.

Ammirando questi primi voli, possiamo comprendere anche altre cose interessanti, senza aprire gli alveari.

Dall’intensità del volo s’indovina la forza d’un alveare; dai confronti si possono dedurre le relative condizioni e decidere per interventi, ritenuti urgenti.

Arriviamo così alla prima visita primaverile.

L’estensione della durata della primavera per le api è molto elastica; non si può certo stabilire una data precisa come detta il calendario gregoriano. Tutt’alpiù il 21 marzo ha per noi un valore psicologico di promessa.

Ma il momento opportuno per compiere la visita più importante dell’anno ce lo indicano le api stesse. Quando il volo di raccolta del polline è iniziato da tre – quattro giorni, la temperatura supera i 10 gradi °C., con tempo calmo, con volo delle api intenso, possiamo compiere la visita. Portiamo con noi la cesta degli attrezzi, l’affumicatore pronto, favi di miele a portata di mano, un panno per coprire la parte del nido non interessata alla visita. Come sempre il nostro comportamento dev’essere calmo, preciso e fatto in modo da non perdere tempo. Apriamo l’alveare usando poco fumo, appena quel tanto che serve a mantenere calme le api.

L’aspetto del nido può essere vario: In superficie appaiono molte api che si estendono su alcuni telaini. Un numero di 5 o più telaini sono quelli di un alveare forte. Se sono meno di 4 l’alveare è debole e dev’essere riunito a un altro debole, oppure rinforzato con api prese da alveare forte, nel modo che descriverò.

Talvolta in superficie non appaiono api e può sembrare un alveare spopolato. Continuando la visita ci accorgiamo che le api sono agglomerate nella parte inferiore dei favi perché la parte superiore, occupata dal miele, è più fredda. Questa ci rassicura sulla quantità delle scorte disponibili.

In questa visita non si devono estrarre completamente i favi, basta quel tanto che serve per controllare che ogni favo abitato abbia una fascia di miele opercolato. I favi non coperti dalle api vanno levati e il vuoto riempito. Finito questo veloce controllo, copriamo il nido come al momento dell’invernamento. Se troviamo favi coperti dalle api, ma privi di scorte, controlliamo bene che non portino la regina e poi dobbiamo scuotere le api nel nido e levarli; se per caso un favo privo di scorte, contenesse la regina, si lascia tranquillo e si mettono ai due lati due favi con api e scorte abbondanti. Se l’invernamento è stato eseguito bene, troveremo sempre in qualche alveare dei favi ricchi di miele da usare per sostituire i vuoti.

La pratica di togliere dal nido i favi non coperti dalle api, ha una grande importanza per i seguenti motivi:

  1. E’ il momento in cui, per la presenza della covata, la temperatura del glomere che finora era di circa 24 gradi, viene portata a 32 gradi, e lo spazio da riscaldare è meglio che sia ridotto.
  2. I favi disabitati si raffreddano e sulla loro superficie si condensa in goccioline il vapore umido emanato dal glomere, disperdendo una quantità incontrollata di calore.
  3. L’umidità può penetrare attraverso gli opercoli, essere assorbita dal miele, provocarne la fermentazione e di conseguenza anche la fermentazione del polline che avrebbe dovuto conservare. Come si vede i favi non coperti dalle api se lasciati nel nido possono provocate una catena di danni che in definitiva sono spesso causa di spopolamento e malattia.

Se nell’esecuzione dell’invernamento, abbiamo sistemato verso le pareti i favi vecchi o difettosi, dopo averli marcati con una puntina da disegno, ora ci sarà facile eliminarli per farne cera.

Durante questa visita possiamo incontrare anche qualche sorpresa sgradevole. Fra queste ne cito tre che nel clima alpino sono le più frequenti: la diarrea – la fame – lo spopolamento.

La diarrea non è una malattia, ma un disagio provocato dalla clausura prolungata in alveari provvisti di scorte di scarsa qualità, tali cioè che lasciano nell’ampolla rettale troppi residui della digestione.
Quando l’ampolla rettale è turgida di escrementi e il tempo rigido non permette di uscire a scaricarla, le povere api sono costrette a scaricarsi all’interno, l’una sull’altra, sulle pareti interne, sul fondo, fino alla morte di tutte.
In principio cedono soltanto poche api, le più deboli, e intanto può arrivare la giornata di sole che permette a tutte di salvarsi scaricando in aria il peso mortale. Ci si accorge dello scampato pericolo dalle macchioline color caffè lasciate cadere sui portafavi dalle api più deboli.

Ma quando, il disagio, a causa del freddo si estende da un favo all’altro, le api lordate e intirizzite cadono sul fondo e tra un favo e l’altro, una massa informe imbrattata, di deiezioni scure emana” il fetore caratteristico degli escrementi delle api: l’alveare è perduto!

M’è capitato di trovare alveari colpiti soltanto in parte, ed ho potuto salvare le rimaste riunendole ad altri alveari.

La riunione in questi casi come nel caso di alveare troppo debole, si compie quando è cessato ogni volo e le api stanno rifacendo il glomere. Trattandosi di 2 -3 favi, si prendono tutti insieme con due mani e si collocano nel nido ricevente, vicino al glomere, operando con estrema delicatezza per non farle cadere. Se le api sono quasi intirizzite si può operare senza altre preoccupazioni, se invece sono abbastanza vivaci si può spruzzare dell’acqua dolce sui due gruppi, riunire e chiudere.

La diarrea non porta infezioni e tutti i materiali, compresi i favi, una volta puliti possono essere usati senza timore.

La fame – Durante l’inverno, ma specialmente in primavera, molti alveari, muoiono ancora di fame. È una constatazione che denuncia una deplorevole trascuratezza, talvolta ignoranza, e solo di rado fatalità.

Si riconosce che le api sono morte di fame quando si trovano i favi con le celle occupate da api morte con la testa rivolta verso il fondo delle celle. Di solito tutti i favi sono completamente vuoti, ma vi sono pure casi nei quali l’alveare morto di fame avrebbe avuto dei [avi di miele, ma per cause d’invernamento difettoso erano disposti sul fianco lontano dal glomere, dove le api, a causa del freddo, non sono riuscite a raggiungerli, Un’altra causa di morte per fame può essere il saccheggio latente. Nel tardo autunno un lento e continuo saccheggio non avvertito, può spogliare completamente un alveare senza che tenti una difesa.

Ho fatto due volte quest’esperienza: ho invernato gli alveari con ogni cura, scrivendo sul registro ogni cosa più interessante. Nei due casi a distanza di due anni l’uno dall’altro avevo scritto «forte d’api e scorte, sui 10 telaini » ma in pieno inverno, durante un volo di purificazione, notando che dall’alveare «forte» non uscivano api, aprii con evidente emozione, e trovai tutte le api morte e i favi assolutamente asciutti. Un’altra volta mi capitò di visitare I’alveare saccheggiato, con api affamate, intirizzite che sembravano morte: riuscii a salvarlo! Quanta soddisfazione.

Penso proprio che un apicoltore non possa chiamarsi tale se lascia morire le api di fame, tranne i casi imprevisti e inevitabili già descritti. In più c’è da dire che la nutrizione, insieme con le regine giovani e le costruzioni trasparenti fa parte delle tre colonne che stanno al fondamento dell’apicoltura razionale.

Lo spopolamento – Avviene di trovare gli alveari che avevamo invernato in ottime condizioni, su 8 – 10 favi, ridotti a 3 – 4 e anche questi non bene coperti dalle api. Il fenomeno è abbastanza frequente perché le cause possono essere diverse. Le due più importanti sono deposizione irregolare in autunno e le malattie.

Per deposizione irregolare intendo il fatto che nel periodo agosto – settembre, destinato alla produzione delle api che dovranno superare la crisi invernale, l’alveare non ha prodotto il numero di api necessarie allo scopo.

Le cause di questo mancato allevamento di api possono essere tre:

  1. Un’abbondante importazione tardiva che ha occupato nel nido le celle necessarie alla covata.
  2. Una regina vecchia non cambiata al tempo opportuno.
  3. La mancanza d’importazione causata da siccità.

Se l’apicoltore non segue con attenzione l’andamento dell’alveare nel periodo agosto – settembre, gli può capitare di non accorgersi. che il nido viene occupato d’a una tardiva importazione a scapito della covata, che viene ridotta a piccole chiazze nella parte inferiore dei favi.

In autunno le api nate in luglio sono ancora numerose e fanno apparire forti anche gli alveari poveri di api giovani; ma in febbraio le api nate prima della metà d’agosto scompaiono: cadono nella neve durante i voli di purificazione, o sul fondo dove talvolta rimangono fino a quando saranno rimosse dall’apicoltore. Così gli alveari dove si è verificato tale fenomeno, già forti in ottobre ora sono ridotti a 3 – 4 favi: è opportuno riunirli nel modo indicato sopra, oppure, aspettare qualche settimana, affinché la temperatura si faccia più mite e poi mettere fra le due famiglie da riunire un foglio di giornale bucherellato con un ago; dopo tre giorni riunirle, operando quando le api non volano, mettendo i favi coperti dalle api in un solo nido.

Un’altra causa dello spopolamento può essere costituita dalle malattie; nosemiasi e acariosi sono le più frequenti. La diagnosi di tali malattie non è ordinariamente possibile senza I’ esame di laboratorio.

Perciò, quando si ha il sospetto che possa trattarsi di malattia è meglio raccogliere campioni e mandarli ad un laboratorio specializzato che provvederà al resto. Un pronto intervento può riuscire a salvare la famiglia.

La presenza della nosemiasi può essere indicata dallo spopolamento, dalla presenza di escrementi gialli disposti in sottili righe a zig – zag sui favi, gruppetti di api morte su favi contenenti ancora chiazze di miele, gruppetti di api sui predellini, o in terra, incapaci di volare.

L’acariosi è più difficile da scoprire a occhio nudo, ma facilmente accertabile col microscopio perché bastano 20 ingrandimenti per vedere chiaramente l’acaro (acarapis Woodi) che infesta le trachee delle api, naturalmente in laboratorio.

Tutte due le malattie sono curabili, ma per questo invito i lettori a seguire i metodi suggeriti dai manuali.

I topi qualche volta possono essere causa di danni, anche rilevanti, specialmente d’inverno negli alveari all’aperto. La lotta contro di essi va condotta in autunno osservando che l’entrata non abbia un’altezza superiore ai 9 mm. e che le tavole delle pareti o dei fondi non abbiano dei fori in corrispondenza di « nodi morti ». La presenza di topi si avverte facilmente quando sulla parte interna dell’entrata e sul predellino, si trovano pezzetti di corpi di api rosicate. Quando riescono ad entrare, si. rifugiano in un angolo lontano dal glomere, dove costruiscono il nido accumulando foglie, carta rosicata e pezzetti di stoffa. Mangiano il miele più vicino e le api intirizzite all’esterno del glomere.

In questa visita si può scoprire anche qualche favo ammuffito, specialmente nella parte inferiore dei favi che si trovano negli angoli: sono coperti da una pruina bianca più o meno estesa costituita da funghi che penetrano nei favi fino a consumare cera e bozzoli. Naturalmente i favi ammuffiti si levano e si mettono in luogo asciutto.

Se l’umidità del nido è rilevante si deve rimediare allargando prudentemente il foro d’entrata o mettendo un coprifavo che abbia un foro per il nutritore del diametro di circa 10 cm., protetto da rete metallica e coperto con gommapiuma, attraverso alla quale una leggera traspirazione manterrà più asciutto il nido.

Anche la protezione esterna degli alveari serve a diminuire la formazione del vapore che provoca le muffe. Nelle zone più umide della pianura è necessario provvedere all’aereazione dei fondi fino dalla costruzione delle arnie.

Se la visita ci rivela una mancanza di scorte, tale da dover temere che l’alveare patisca la fame, in mancanza di favi con miele è necessario provvedere alla nutrizione con sciroppo di zucchero o con candito.

Lo sciroppo di zucchero in proporzione del 60 % di zucchero e 40 % di acqua, quasi calda, si può usare quando durante il giorno le api possono volare. Se il freddo impedisce il volo non si può usare lo sciroppo perché potrebbe causare diarrea, si usa il candito.

Il candito è una miscela di miele e zucchero a velo in proporzione 3 di zucchero e 1 di miele. Per la sua solidità può essere posto sopra i favi e servire anche per due settimane; oppure può essere fornito con nutritore. I manuali portano vari metodi e composizioni.

Importante ritengo sia il fatto di fornire in qualche modo il cibo necessario.

Una visita più prolungata la faremo quando la temperatura esterna arriverà ai 15 gradi e la covata avrà occupato 3 – 4 favi.

Abramo Andreatta.

Info Redazione

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Un commento

  1. Molto interessante e istruttivo per un neofita come me.

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