venerdì , 20 Settembre 2019
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Revisione delle strategie sanitarie in apicoltura

Visto il tasso attuale delle perdite annuali di alveari e le loro produzioni , sembra evidente che nelle strategie sanitarie adottate più di qualcosa non sia adeguato al quadro sanitario attualmente presente in apicoltura. Si tratta perciò di fermarsi a riflettere su come possono essere migliorate per riuscire a evitare che di anno in anno il numero degli alveari si riduca sempre di più.

La varroa è generalmente considerata l’unico problema da affrontare, ma questo sembra non essere ragionevolmente corretto. In aggiunta anche la tradizionale gestione della varroasi sembra non essere più adeguata.

La storia
Da dove viene la strategia di contenimento della varroa tradizionalmente adottata? Quando cominciò a insediarsi in Occidente si capì ben presto che il fatto che si riproducesse nella covata opercolata costituiva un grosso ostacolo per lottare contro di essa.Si cominciò intervenendo così: Dove nell’inverno non vi era presenza di covata si approfittava per trattarla con fumigazioni di bromo propilato o amitraz mentre nelle situazioni del meridione dove continuava a essere presente covata il problema era consistente. Quando ,comunque, la presenza dell’ acaro riusciva a raggiungere alti livelli ,la famiglia periva velocemente con sintomi caratteristici di paralisi acuta delle api e da virus delle ali deformate. Sembrava letteralmente che nelle cellette la varroa si mangiasse le api e si riteneva che fosse questo il tipo di danno che arrecava loro.

 Una svolta positiva arrivò allora dalla realizzazione di strisce a cessione di lunga durata che consentivano,potendo coprire diversi cicli di covata, di iniziare efficacemente il contenimento della popolazione di acari con due mesi buoni di anticipo e ridurre la presenza di varroa prima che raggiungesse numeri in grado di uccidere l’alveare.

Già allora si sapeva che se si trattava tardi gli alveari morivano ugualmente, ma non si conosceva il perchè.

Ci sono voluti due decenni per capire che le malformazioni osservabili sulle api in presenza di varroa non sono dovute a effetti diretti ma derivano dalla proliferazione di virus delle api stesse (con effetti più o meno gravi e non sempre facilmente osservabili che vanno dalla riduzione della durata di vita in maniera lenta ad una morte molto prematura ) prima molto rari. Le api sono vive , ma non lo sono a tutti gli effetti. Molte avrebbero diritto alla pensione di invalidità che comunque riscuoterebbero per breve periodo essendo la loro una vita ridotta prima come qualità e poi come durata.

 Certo sono gli aspetti più evidenti alla vista che colpiscono l’apicoltore, ma la scienza ha dimostrato che ve ne è tutta una serie che pur non essendo osservata superficialmente a occhio condiziona la vita delle api in maniera determinante . Per l’apicoltore è come sbattere il naso nel vetro di una vetrina.

 Sempre decenni sono stati necessari per capire come e perche si moltiplicano questi virus (che sono comunque propri dell’ape e non della varroa ) e come circolano nell’alveare (spesso veicolati e moltiplicati dalla varroa , ma spesso anche dall’ape stessa ) e quali effetti ,anche se non evidenti, hanno su singola ape e alveare .

Schema che mostra la trasmissione del nosema nelle api

Oggi si può dire che si dispone di un quadro relativamente completo che può certo far capire come sia modificato negli anni il problema di questa parassitosi. Se a varroa non fosse oggi associata una presenza virale devastante non sarebbe un problema maggiore di quello che era 30 anni fa, invece gli alveari muoiono per quantità sempre più basse di varroa presente .

Tuttavia la gestione numerica della varroa è rimasta inalterata e ad essa non sono state apportate modifiche atte a influire sulla diffusione virale presente nell’alveare e a lenirne gli effetti.

È difficile negare che oggi varroa porti un carico consistente di virus dopo pochi cicli di riproduzione sulla covata di ape e in autunno e durante l’inverno ne rimanga comunque troppa negli alveari ad iniziare già da primavera ad infestare i primi cicli di covata con alti livelli virali provenienti dalla sua vita passata sulle api.

In primavera i primi a ricevere virus in regalo dalla varroa sono i fuchi che da subito cominciano via via a fecondare le regine. Sempre che queste non discendano da regine infette da virus, vengono infettate dai fuchi e la loro deposizione avrà “nel sangue “ una infezione virale latente che aspetta solo di essere scatenata da varroa o altri stress. Questa diffusione virale portata dai fuchi alle regine ,sommata all’infezione che la regina può aver ricevuto per via materna, è la mina che sfalda le fondamenta sanitarie dell’alveare andando a mantenere in chi fa nascere tutte le api , la regina,presenza della matrice virale che vari fattori possono far esplodere provocando riduzione della durata di vita , ma anche effetti letali nelle varie generazioni di operaie che si susseguono .

E di questo la strategia tradizionale di controllo della varroa non tiene conto.

Durante i mesi estivi,mese dopo mese , le virosi in parte si sviluppano in proporzione alla quantità di varroa presente fino a portare presenza virale nel 100% delle api( chi più chi meno come quantità con picchi sui 10 miliardi ) a fine agosto. È a questo punto che la strategia tradizionale interviene riducendo la popolazione numerica di varroa, spesso in maniera non totale, ma non può nulla ( anzi e quasi sempre il contrario ) per ridurre la presenza virale ormai accumulata sulle api presenti nell’alveare e che per ogni singola ape è una croce da portare.

Queste avranno riduzione della vita e della capacità lavorativa molto marcata ed è difficile pensare che l’allevamento delle api invernali possa avvenire nel migliore dei modi.

Poi vi sono possibilità di reinfestazioni , ma questi acari che reinfestano non vengono certo dal purgatorio e tantomeno dagli sciami selvatici . Quando nel corso di prove scientifiche ( ovvero dati indubitabili ) si contano cadute da agosto a novembre di 10000 acari per alveare bisogna ammettere che molte cose a livello zonale risultano fuori controllo .

La strategia tradizionale somiglia a qualcuno che mentre la stalla si va svuotando ogni tanto da una occhiata e interviene quando vi sono rimaste poche mucche al suo interno.

Se la tradizionale gestione della presenza di varroa negli alveari durante il corso dell’anno può essere discutibile ( dovrebbe essere molto più bassa ) va detto che questo non è l’unico aspetto che sembra richiedere una interpretazione differente .

30 anni fa si diceva che i materiali provenienti da alveari morti di varroa non erano contagiosi e potevano essere riutilizzati tranquillamente. Questo derivava dall’ assenza di conoscenze relativamente ai virus ed era una affermazione assolutamente sbagliata.

Tuttavia ancora oggi sono in realtà molto poche le aziende che cercano di effettuare in qualche modo azioni di riduzione della presenza virale, ovvero di adeguata disinfezione, continuando a produrre un accumulo di presenza virale anno dopo anno .

Ormai da anni è stato conclamato l’arrivo del nosema ceranae che ha in larga parte sostituito il tradizionale nosema apis . Mentre quest’ultimo dava la nota sintomatologia diarroica ,il ceranae non presenta sintomi e questo porta a far concludere all’apicoltore che non è presente o non è un problema .

Salvo poche eccezioni in pratica nessuno in Italia sta trattando il ceranae , nè a primavera nè a fine estate e questo fa sì che , indisturbato, aumenti anch’esso la sua presenza di anno in anno .Non è però per niente una presenza innocua ,ancor che invisibile, ma al contrario ha un prezzo piuttosto alto ( da 0,4 a 1,4 favi di api per milione di spore per ape ).

Schema che mostra la trasmissione dei virus nelle api in orizzontale e verticale

Dunque di tre patogeni l’apicoltura ne ignora due lasciandoli accumulare, ne considera uno solo e lo gestisce concedendogli ampia possibilità di manovra.

Neppure gli sforzi di taluni singoli possono avere totale successo dal momento che ad esempio la trasmissione dei virus attraverso i fuchi è un problema sociale quanto la reinfestazione ( I miei fuchi infetti possono infettare nel raggio di 8 km le vostre regine sane o aumentare il “carico” in quelle già infette ).

Visto che le ultime evidenze scientifiche affermano che il problema è l’accorciamento della durata di vita delle api causato dall’accumulo di questi patogeni, l’avvenire è di produzioni in diminuzione prima di perdite di alveari decisamente consistenti.

Nella situazione attuale sono percorribili due strade:
  • Sbattere la stessa testa nello stesso muro, continuando a rompersela;
  • Cambiare la testa ed evitare il muro.
Possiamo quasi a titolo di sfida proporre di trattare un mezzo apiario in modo tradizionale e nell’altro adottare sistemi diversi , che prevedano :
Azioni di riduzione di nosema in primavera e tarda estate, azioni di riduzione della presenza virale e riduzione della presenza di varroa anche in primavera .
Per poi valutare , i costi , i ricavi e il capitale superstite derivante dai due differenti modi di operare .

Ognuno si darà da solo delle risposte .

Savorelli Gianni  gsavore@tin.it

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