venerdì , 20 Settembre 2019
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Schema che mostra le fasi dell'ape operaia, da uovo ad adulto

Riflessioni sulla strategia sanitaria

Dalle conoscenze scientifiche acquisite si intuisce la necessità di alcuni “cambi di rotta “ volti al contenimento della presenza virale dai mesi estivi al fine di ridurre le perdite invernali. L’ alveare è una città e come per tutte le città il suo benessere deriva in gran parte dal suo passato.Dalla sua storia.

E’ in conseguenza di questa storia che l’alveare riesce a esprimere le sue difese immunitarie individuali e sociali e per contro si trova ad essere aggredito da un carico più o meno consistente di patogeni. In ogni momento le sue difese immunitarie derivano dalla qualità delle risorse alimentari a sua disposizione nel presente e nel passato. In altre parole le premesse per la sopravvivenza di un alveare ovvero per contro l’instaurarsi delle condizioni che possono portarlo al collasso tendono a manifestarsi molti mesi prima.

In una grandissima percentuale dei casi il momento della resa dei conti per l’ alveare è l’inverno. Una grandissima parte delle perdite di alveari avviene in questo periodo. Se per alcuni “ perché ?” i motivi sono del tutto evidenti ,per altri è necessaria un’ analisi decisamente più sottile. Va ricordato che la fisiologia dell’ ape invernale è assolutamente diversa da quella dell’ape estiva.

E anche che l’ aspettativa di vita dell’ ape invernale è determinata dalla quantità di proteine che la stessa può assorbire e accumulare subito dopo la nascita come adulta in età giovanile da trasformare in proteine di stoccaggio, soprattutto vitellogenina. È dunque la possibilità di un’ ottima alimentazione proteica in autunno cioè la quantità di scorte (proteiche ) ammassabili all’interno del corpo che determina quanto tempo le api invernali possono campare ovvero se possono arrivare a marzo inoltrato o se devono crepare prima per mancanza di carburante proteico.

Già questa è una grande novità dato che finora l’apicoltura razionale si è affannata a fornire all’alveare solo glucidi che l’ape invernale trasforma per produrre calore, ma che non hanno in pratica altre funzioni. Per converso il lavoro di Aurori e colleghi (2013 ) ha messo ben in chiaro il ruolo degli antiossidanti relativamente all’aspettativa di vita dell’ape invernale e scarsità di anti ossidanti esogeni nella dieta, in aggiunta a scarsa capacità di produzione di anti ossidanti endogeni possono di fatto limitare la capacità dell’ape invernale di eliminare gli stress ossidatitivi quando è proprio questa capacità a conferirle la caratteristica longevità.Purtroppo i limiti di spazio sulla carta stampata costringono a rimandare per la trattazione di questo argomento ad Apitalia On line .

Capito in quale modo il massimo di aspettativa di vita delle api invernali può essere espresso è anche evidenziato che fattori di stress possono accorciare l’ aspettativa di vita così determinata. Come fattori di stress ( e fra questi potrebbero essere inseriti anche interventi mal gestiti con ossalico ) le infezioni virali soprattutto da DWV sono oggi quelle più preoccupanti . Molte ricerche scientifiche hanno appunto determinato un ruolo estremamente consistente delle infezioni virali nella mortalità invernale.

Si riporta brevemente l’ultima ad essere apparsa che ha studiato anche il maggior virus della Varroa ovvero VDV1: DWV/VDV-1 and overwinter colony losses in Germany – German Bee Research Conference marzo 2013 Myrsini E. NatsopoulouS, D. P. McMahon, V. Doublet, V. Maibach, E. Frey, P. Rosenkranz, R. J. Paxton (Halle, allg. Zool., Hohenheim)

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