venerdì , 26 Aprile 2019
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La sciamatura naturale: considerazioni negative e positive

La sciamatura, ovvero la formazione di una nuova famiglia di api, come ogni nascita sarebbe da valutare in positivo. Ma, con l’avvento dell’apicoltura intensiva, poiché si tende ad ottenere la massima produzione di miele, la sciamatura viene valutata con segno negativo, in quanto la suddivisione della famiglia, prima delle importanti fioriture primaverili, porta come conseguenza la mancata produzione di miele nella stessa stagione.

Orbene, vediamo cosa succede in pratica. Finito, l’inverno climatologico, che non coincide con l’inverno astronomico: le famiglie di api, sfruttando le prime fioriture e anche le residue scorte alimentari, cominciano a svilupparsi con lo scopo di giungere al massimo livello, prima delle grosse fioriture primaverili e poter effettuare la sciamatura per propagare la propria specie.

Lo sciame, nato in questo periodo, potrà facilmente costituire una nuova famiglia e accumulare le scorte per superare la successiva, cattiva stagione.

Questo è il comportamento delle api e gli apicoltori da sempre, hanno rispettato il volere delle api, fornendo allo sciame una nuova arnia per formare una nuova famiglia.

In effetti l’apicoltore si limita a dare alle api quella sistemazione che esse andavano cercando e così facendo, si ottengono due famiglie e si perde la produzione di miele, in quella primavera.

Ma, se andiamo ad analizzare  il fenomeno della sciamatura, ci accorgiamo che lo sciame è composto di un 70-75% di api bottinatrici, di un 10-15% di api al primo volo e da un 5-10% di fuchi, oltre alla regina madre o alla regina vergine.

Questa composizione dello sciame, in prevalenza di bottinatrici, insieme alla necessità di sopravvivenza, dà allo sciame quello spirito che permette di ottenere degli eccellenti risultati produttivi: superiori ai risultati ottenuti con qualsiasi altro gruppo di api della stessa consistenza numerica.
Quindi, essendo lo sciame composto in prevalenza da api bottinatrici ed essendo in prossimità di grosse fioriture è più vantaggioso utilizzare lo sciame per la produzione di miele piuttosto che per formare una nuova famiglia.

Personalmente applico un blocco di covata allo sciame e lo utilizzo per produrre del miele, mentre il ceppo che ha sciamato viene utilizzato per formare dei nuclei e successivamente delle nuove famiglie.

Nelle zone che frequento, siamo nel «cuore» della Lombardia, nella pianura ai piedi delle Alpi, la sciamatura avviene tra la fioritura del tarassaco (15-25 aprile) e le fioritura della robinia (8-20 maggio). Ebbene, per poter fare delle buone produzioni sulla robinia, occorre stimolare pesantemente le famiglie, aumentando anche la possibilità di avere molte sciamature.

Ma, con la sciamatura si perde la possibilità di produrre miele di robinia. Mentre, se opero opportunamente sullo sciame: non solo riesco ad aumentare la produzione di miele, rispetto al metodo tradizionale, di porre il melario a ogni famiglia, ma riesco anche ad ottenere maggior numero di nuove famiglie.

Fatte queste valutazioni, senza inventare niente di nuovo, mi limito a fare un blocco di covata sullo sciame.

Trovato lo sciame, per prima cosa devo individuare l’alveare da cui è uscito. Molte volte, per questo, basta osservare attentamente tutti gli alveari e vedere se in uno di essi, non vi è più l’andare e il venire delle bottinatrici, oppure, al limite si può usare il metodo delle api infarinate.

Trovato l’alveare, lo si sposta e al suo posto viene sistemato un’altra arnia formata da un fondo mobile e, secondo la grossezza dello sciame, da due o tre melari, completi di favi da melario possibilmente costruiti. I melari sono alzati dal fondo, su tre lati con dei listelli di un centimetro di spessore. Il lato senza listello funge da entrata.

Allo scopo di attuare il blocco della covata nello sciame: tolgo, in due melari sovrapposti due favi da melari: uno, sopra l’altro e al loro posto inserisco un favo di nido, con cella opercolata, che ho recuperato nel ceppo sciamato.

Introduco lo sciame e poi chiudo provvisoriamente, l’arnia.

Dopo, un quarto d’ora riapro l’arnia e tolgo il favo da nido, sul quale molte volte si trova la regina o le regine. Se vi è una regina vecchia, essa viene eliminata mentre se trovo una regina o delle regine vergini lascio una sola regina e in questo caso tolgo il favo con celle reali.

Nei due casi non avremo deposizione di uova per almeno una decina di giorni, poco meno della durata del blocco di covata.
Nella nuova arnia-melario lo sciame, comincerà subito a immagazzinare il miele preso nella vecchia famiglia, prima di sciamare e nei giorni successivi le api sfrutteranno al meglio le copiose fioriture.

Lo sciame, messo nella vecchia posizione della famiglia, recupererà tutte le bottinatrici della famiglia stessa e riuscirà con blocco della covata, a produrre molto più miele, della produzione media delle famiglie normali nelle stesse condizioni.

Nel vecchio alveare, spostato, si troveranno fino a sei o sette favi con celle reali opercolate.

Con ognuno di questi favi, si può fare un nucleo di fecondazione. Solitamente faccio due nuclei di fecondazione alle estremità opposte della stessa arnia. Ogni nucleo è composto da un favo con scorte alimentari e il favo con celle reali, delimito quindi il nucleo con un diaframma.

Alla estremità opposta dell’arnia, faccio un secondo nucleo. Infilo, nell’entrata un listello di legno, in modo da lasciare due piccole entrate in corrispondenza dei nuclei stessi.

Per questione di spazio e per facilitare la successiva ricomposizione della famiglia, sistemo le arnie di fecondazione, una sopra l’altra, mettendo le entrate in direzioni alternate.

Voglio precisare un’aspetto molto importante nella formazione dei nuclei di fecondazione. Quando si formano dei nuclei orfani, che non hanno una regina feconda, occorre dare sempre una buona scorta alimentare: miele opercolato, in quanto sono le scorte alimentari che formano lo spirito aggregativo dello sciame e non la presenza della covata o della cella reale.

Un nucleo di api difende le sue scorte alimentari, mentre non difende mai la sua covata.

Invece, quando mi capita di trovare degli sciami, molto piccoli, circa un chilogrammo di api, in questo caso, faccio un alveare grattacielo, con dei melari. Sistemo uno sopra l’altro i melari contenenti ognuno uno sciame, separati da un diaframma orizzontale.

Dopo un giorno, tolgo i diaframmi orizzontali per riunire queste piccole famiglie, Per quanto riguarda le regine dei vari sciami, si possono prendere due provvedimenti. Si possono cercare tutte le regine e eliminare quelle vecchie, lasciando quelle giovani: feconde e non feconde. Ogni due o tre melari, contenenti una regina, si crea una entrata, con i soliti listelli di legno.
In corrispondenza delle entrate si infilano tra i due melari un escludiregina e un listello di lamiera per formare il predellino di volo. Si procede in modo da formare dei gruppi di melari, due o tre contenenti una regina e separati da una griglia escludiregina.

Questo è il sistema più laborioso, ma per semplicità, si possono eseguire le stesse operazioni senza curarsi della eliminazione delle regine eccedenti, che molte volte vengono eliminate dalle api stesse.

Queste torri create per sfruttare, tutti i piccoli sciami usciti prima delle grossa fioritura della robinia, vengono smontate dopo due o tre settimane, dopo aver sfruttato la fioritura stessa.

Si raccoglie il miele e poi si procede a ricomporre delle nuove famiglie, in arnie normali, che secondo la necessità possono essere: delle piccole famiglie da usare nella successiva stagione, oppure delle famiglie molto forti, che si possono usare per una seconda fioritura, in transumanza, nella stessa stagione.

Importante è cambiare il modo di valutare lo sciame ed utilizzarlo al meglio delle sue attitudini, anche se non si rispetta più il volere delle api, ma con l’aiuto dei metodi di apicoltura intensiva, senza alterare le leggi di vita delle api, si possono ottenere degli eccellenti e lusinghieri risultati.

Una lunga descrizione per una operazione che non prende mai più di mezz’ora di tempo, ma che ripaga sempre, lautamente delle fatiche sostenute.

Francesco Pesenti

Ragstore

Info Redazione

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