domenica , 24 giugno 2018
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Un mondo in pericolo

Risulta almeno curioso sapere che un terzo di ciò che mangiamo non esisterebbe senza il lavoro delle api. Coadiuvato da un’avanzata tecnologia di ripresa, il regista svizzero Markus Imhoof ci guida in un viaggio intorno al mondo dal quale emerge l’importanza di quest’insetto che, oltre al ruolo diretto nella produzione del miele, ha il compito di impollinare fiori e piante. Dalla visita ad un apicultore delle Alpi svizzere alla Cina, dall’America ad una minuscola isola in cui si spera che una nuova razza metta fine alla loro lenta agonia, il film informa su un problema di schiacciante attualità.

«Se l’ape scomparisse dalla faccia della Terra, all’uomo non resterebbero più di quattro anni di vita», suona in maniera davvero cupa la celebre frase attribuita ad Albert Einstein, soprattutto a fronte del fatto che Un mondo in pericolo mette in allerta su una spaventosa emergenza ambientale, fornendo dati precisi e intervistando chi lavora in questo delicato campo. Non c’è soltanto una causa dietro alla moria delle api, ma una concatenazione di motivi facenti tutti capo ad uno scriteriato utilizzo dei sistemi industriali che hanno inesorabilmente cambiato il modo di allevarle. Gli apicoltori di ieri non avevano certo problemi derivati da pesticidi, acari e antibiotici, perché in contatto con un equilibrio naturale oggi del tutto assente, da cui derivano le covate acide o la nascita di insetti killer.

Fortunatamente, però, il discorso non si trasforma mai in una sterile tirata contro la contemporaneità in difesa di quel passato in cui si usavano ben altri metodi per lavorare le arnie, perché il ricorso continuo a testimonianze qualificate, che siano di apicultori delle più disparate latitudini oppure di entomologi, sostanzia in maniera precisa e puntuale l’agitazione da cui si comincia a raccontare. Oltre al legittimo e encomiabile grido di allarme che lancia verso la sensibilità dello spettatore, il documentario in questione è anche un ammirato omaggio alla perfezione del sistema in cui vive questo straordinario insetto: nei momenti in cui illustra, con tangibile adesione, i meccanismi alla base di quella che è una vera e propria società scandita dal lavoro e dal controllo, Imhoof sveste i panni del cronista tanto informato quanto indignato per trasformarsi in un cantore della bellezza della natura.

Anche grazie a riprese in grado di regalare momenti intensi, si pensi al volo dei fuchi intorno alla regina oppure alla ricerca del luogo sicuro in cui depositarsi da parte di cinquantamila minuscoli cervelli che formano un solo grande organismo. Giustamente catastrofico, il titolo italiano è preferibile all’originale e quasi ironico More than Honey.

Recensione di Marco Chiani

Info Redazione

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