sabato , 15 dicembre 2018
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Una delusione la mielata

Quando, nel colmo dell’importazione, con giornate splendide, promettenti il terzo melario, l’apicoltore s’accorge dal caratteristico luccichio, che le sue api portano mielata, o manna, certamente gli sfugge qualche rabbiosa imprecazione che rivela un disappunto assai amaro. Molti apicoltori non conoscono la «manna»: fortunati loro! Ma nella zona alpina, fra i 500 e i 1200 m., nelle annate siccitose è molto frequente questa produzione.

La mielata può avere origine vegetale o animale. Nel primo caso è trasudazione delle foglie o delle gemme di alcune piante come la quercia, il frassino, l’olmo, il larice, vari abeti e molte altre. Nel secondo caso sono deiezioni di afidi che succhiano la linfa che scorre sotto la corteccia, se ne cibano e quindi sprizzano i residui liquidi della digestione sulle foglie circostanti. In entrambi i casi le api, che non trovano più nettare nei fiori colpiti dalla siccità, raccolgono la mielata e la portano nell’alveare. Le varie mielate hanno valore e consistenza molto differente fra loro. L’abete bianco e l’abete rosso danno mielate di ottime qualità, che si conservano fluide a lungo e sono ricercate. Invece il larice dà una mielata che cristallizza immediatamente nei favi e le api riescono a scioglierla con evidente difficoltà.

Altre piante danno mielate di varia consistenza, ma in generale di scarso valore e non adatte come riserva alimentare per l’inverno.

Ricordo a questo proposito che dopo l’anno 1976, fra i più ricchi di produzione di miele, le api svernarono male a causa delle riserve contenenti mielata, e l’anno 1977 è stato il peggiore di quanti ne ho conosciuto a causa della manna che provocò spopolamento primaverile e nosemiasi.

Anche il 1982, ricco di miele e di polline, nella seconda metà di luglio ha fornito mielata in abbondanza in molte zone, compresa la mia; qualche alveare né ha portato 10 – 12 kg., altri 7 – 8, e altri ancora meno. Munito del rullo chiodato ho cincischiato molti favi, ho insistito con lo smelatore elettrico portato alla velocità limite, ma nei favi è rimasta molta mielata.

Allora ho ripreso l’esperimento che avevo provato più volte negli anni scorsi.’

Ecco le operazioni:
Sopra il nido, ho messo un melario con favi vuoti perché la manna non sia portata nello stesso impedendo lo spazio della covata. Ho aggiunto poi un foglio di nylon sopra il melario. Nella parte anteriore del nylon ho praticato 5 fori di cm. 1 x 1. Sopra il foglio perché i favi non lo tocchino ho messo una cornice; sopra questa un melario contenente 4 – 5 favi di mielata in parte vuotati, dopo essere stati punzonati col rullo chiodato e passati allo smelatore. I favi che avevano un certo numero di celle vuote, li ho riempiti di acqua spruzzandola con una pompa tipo spray qualunque. Dove non c’era spazio per l’acqua ho aggiunto tra i favi di mielata, altri favi con acqua.

Il melario contenente mielata e acqua va preparato prima di aprire l’alveare, in modo che l’operazione duri pochi minuti. Le api, eccitate dal profumo della mielata, salgono subito al melario aggiunto, escono anche di fuori, come quando si aggiungono i favi smelati e subito si vede un fermento notevole. Per questo l’operazione va fatta al crepuscolo, in modo da evitare tentativi di saccheggio.

L’entrata dell’alveare va ridotta in modo che sia ben custodita. Nessun foro deve permettere il passaggio di api fra i melari. E’ importante che le api abbiano a disposizione molta acqua, necessaria per sciogliere la mielata, specialmente quando   è bianca, dura e cristallina come quella dei larici. Dopo 24 ore, ancora al crepuscolo, si controlla il lavoro compiuto. Le api di solito, in queste condizioni, sono più aggressive, e perciò si opera con fumo e maschera.

Nei miei esperimenti ho trovato alveari che hanno vuotato completamente i favi di mielata in 24 ore, altri, che hanno impiegato di più.

Mi è sembrato un successo l’essere riuscito a far sciogliere la manna. E’ curioso notare il comportamento delle api in questo caso: Mettendo la manna nel melario direttamente sopra il nido, le api la opercolano e non la trasportano nel nido sottostante, dove non pare che sia più identica, in quanto è fluida e limpida ed è possibile estrarla con lo smelatore.

Al fine di utilizzare la mielata sono stati compiuti molti tentativi, ma nessuno finora ha dato risultati soddisfacenti,  pari a quelli descritti sopra.

In questo momento, se già non è stato fatto, si procede all’invernamento. se nel nido si trovano scorte formate da favi di mielata è opportuno sostituirli con favi di miele, e in mancanza di questi si può nutrire con sciroppo di zucchero. La presenza di mielata nel nido è senz’altro pericolosa perché può essere causa di diarrea o di nosemiasi.

La diarrea è la conseguenza della quantità eccessiva di residui lasciati nell’ampolla rettale dalla mielata, quando il maltempo prolungato non permette il volo di purificazione. Consiglio perciò di tenere sott’occhio gli alveari che contengono scorte di mielata, e se il volo di purificazione ritardasse oltre i 25 giorni, ritengo opportuno provocare l’uscita delle api quando la temperatura supera i 9 – 10 gradi oC; In ogni caso gli stessi alveari vanno visitati, quando si vedono uscire api dagli alveari forti, per constatare l’eventuale inizio di diarrea.

Se in primavera, appena iniziato il volo normale delle api, restassero in magazzino favi di mielata, può essere usufruita nei seguenti due modi:

  1. Disopercolare due favi da melario per volta e metterli nel nido separati oltre i diaframmi, insieme con un favetto di acqua tiepida.
  2. Dopo avere aggiunto il foglio di nylon e la cornice, descritti sopra, aggiungere il melario con quattro favi disopercolati e due di acqua tiepida.

Il secondo caso è più consigliabile perché non si è obbligati ad aprire il nido per controllare, o per aggiungere altri favi, quando i primi siano stati vuotati.

Nel tempo passato per consumare la mielata si usava anticipare la posa del melario che la conteneva, nella speranza che le api lo vuotassero, ma talvolta si riscontravano degli inconvenienti, come quello del raffreddamento del nido, con danni per la covata, oppure avveniva più spesso che le api lasciavano il nido, troppo freddo, per trasferire nel melario la covata e le scorte.

Visitando l’alveare dopo 20 giorni, si aveva dapprima l’impressione che fosse forte, con covata nel melario, ma poi si constatava che il nido era stato quasi abbandonato.

Se si volesse usare la mielata per altri scopi, che non riguardino il cibo per le api, si può operare così:

Disopercolati i favi di mielata, si mettono in un recipiente contenente acqua tiepida. Vi si lasciano 24 ore e quindi si passano allo smielatore dove la mielata uscirà facilmente. Lo sciroppo ottenuto è ottimo per pasticceria o per cantina, ma non lo consiglio per nutrire le api se non con estrema cautela, perché può provocare dei saccheggi. Da notare che lo sciroppo deve essere usato entro una settimana, altrimenti va soggetto a fermentazione. In tale stato non può essere fornito alle api perché dannoso.

Nel momento in cui le api importano mielata, si può utilmente levare i favi che non contengono covata e dare fogli cerei, che di solito vengono costruiti facilmente. Quando i favi sono semicostruiti, si possono levare e sostituire ancora con fogli. Una scorta di semifavi sarà utilissima nelle primavere in cui scarseggiano i favi e le api non costruiscono a causa del cattivo andamento stagionale.

Abramo Andreatta “Le nostre api”

Ragstore

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3 Commenti

  1. Mielata? Forse il termine corretto, anche dal punto di vista merceologico, è MELATA.

  2. Mielata? Non è un termine che conosco, nè mi pare sia citato merceologicamente. Se fosse MELATA, (ottenuto dalla presenza di varie specie di rincoti), resterebbe liquido avendo la difficoltà a cristallizzare per la presenza di fruttosio. Potrebbe forse essere miele da edera, prodotta in settembre-ottobre?

    • La mielata è una variante meno comune di melata, nel solo significato botanico. Quando si secca sulle foglie, può provocare dei problemi alla fotosintesi.

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