domenica , 8 Febbraio 2026
Api selvatiche e api gestite dall’uomo

Api e Osmie come indicatori biologici del carico di pesticidi negli ambienti agricoli

Gli ambienti agricoli, sia coltivati che non coltivati, rappresentano una delle fonti principali delle risorse trofiche necessarie al nutrimento delle api allevate e selvatiche. Nettare e polline tuttavia possono essere contaminati da pesticidi dannosi per loro e per gli altri organismi viventi, tra cui l’uomo. Al momento attuale esistono più di 1000 differenti principi attivi disponibili in commercio.

Le sono simultaneamente esposte a diverse combinazioni di agrofarmaci, alcuni dei quali vengono utilizzati sulle colture diverse settimane o addirittura mesi prima dell’inizio dell’attività di volo. Tuttavia, data la loro lunga persistenza, possono dare origine a preoccupanti effetti sinergici se ancora presenti nell’ambiente contemporaneamente ad altri prodotti utilizzati in seguito. Effetti a oggi ancora troppo poco conosciuti e studiati.

Durante il bottinamento le api intercettano molti inquinanti e li concentrano all’interno delle diverse matrici dell’alveare, quali miele, cera o polline, che possono essere quindi facilmente campionate. L’ape da miele è una delle circa 20.000 specie di api descritte nel mondo, e grazie alle sue caratteristiche alimentari, comportamentali e sociali, differisce ampiamente dalle altre specie e viene usata da tempo come bioindicatore. Ma in tempi recenti anche le api solitarie del genere Osmia hanno ricevuto particolare attenzione e sono state incluse nei modelli di valutazione del rischio dei pesticidi.

Nel recente studio di Sgolastra et al. viene valutato in 34 aziende agricole italiane il potenziale delle api da miele (Apis mellifera ligustica) e delle Osmie (Osmia cornuta e Osmia bicornis) come bioindicatori dell’esposizione ai pesticidi.
Lo studio è stato condotto nel 2021, su aziende agricole biologiche o condotte in regime di lotta integrata. All’inizio del periodo di fioritura le colonie di api e/o i nidi di osmie sono stati installati in ogni azienda, principalmente su colture di melo, pero, ciliegio, arancio, kiwi ed erba medica. In 24 postazioni sono state rilasciate ambedue le specie.
Il polline raccolto da entrambi gli apoidei è stato utilizzato per definire le specie di provenienza e per analizzare il livello dei residui di pesticidi. Quello raccolto dalle api è stato prelevato mediante trappole sistemate all’ingresso degli alveari, mentre quello delle osmie è stato estratto dalle provvigioni stoccate nelle celle di nidificazione.

In totale sono stati riscontrati 103 tipi di polline appartenenti a differenti specie botaniche. Il polline delle colture su cui sono stati posizionati alveari e nidi è stato il 14,5% e il 35,2% della quantità totale raccolta rispettivamente da api e osmie.

65 differenti principi attivi sono stati rilevati nei pollini analizzati, con la presenza da 0 a 23 prodotti per ogni campione raccolto dalle api e da 1 a 22 per ogni campione raccolto le osmie. Tutti eccetto due hanno presentato più di un prodotto. Nel polline delle api i maggiormente ritrovati sono stati l’erbicida glyphosate seguito dai fungicidi fluazinam, tebuconazole, pyrimethanil e cyprodinil, mentre gli insetticidi più presenti sono stati flonicamid e tau-fluvalinate, come pure nel polline delle osmie, mentre per quanto riguarda i fungicidi, i più ritrovati sono stati fluazinam e captan, seguiti da dithianon e tebuconazole. 34 su 55 composti rilevati nel polline delle api hanno mostrato livelli di residui eccedenti il livello massimo legalmente tollerato per l’uomo.

Considerando le caratteristiche ecologiche specifiche delle due specie di api, i ricercatori si aspettavano differenze significative tra la scelta dei pollini e la conseguente presenza di pesticidi, e come da previsione la diversità pollinica è stata maggiore per le api da miele, così come è invece stata inferiore la presenza di pollini della coltura di posizionamento, a causa delle maggiori distanze di volo percorse. In ogni caso questi risultati non sono stati influenzati dalle proporzioni dell’area agricola attorno agli alveari o nidi.

Il numero e la composizione degli ingredienti attivi e il livello di rischio sono stati simili nelle due specie. Nelle osmie il rischio non è stato influenzato dalla diversità delle piante, mentre nelle api si è contrariamente riscontrato come decresca all’aumentare della diversità pollinica. In generale si può affermare che il rischio per una specie non sia un buon indicatore del rischio per altre specie. E’ quindi stato calcolato per le api, le osmie e l’uomo. In ogni caso l’indice di rischio non ha tenuto conto del potenziale sinergismo tra i composti, pertanto è possibile che il valore effettivo sia sottostimato.

In generale i composti con il maggior livello di rischio sono gli insetticidi per gli impollinatori e i fungicidi per l’uomo. Un esempio su tutti è rappresentato da boscalid e tebuconazole, che sono considerati distruttori endocrini in quanto possono interferire con la produzione di ormoni endogeni, determinando quindi effetti negativi sulla salute umana.

Due principali conclusioni si possono trarre da questo studio.
Per prima cosa gli ambienti agricoli sono diffusamente contaminati da molteplici mescolanze di pesticidi, ma le informazioni sulle potenziali interazioni tra di loro sono carenti per la maggioranza delle combinazioni.

La seconda deduzione è che le api da miele e le osmie interagiscono differentemente con le risorse fiorali, ma in generale forniscono una valutazione simile dell’esposizione dei territori ai pesticidi.
Lo studio mostra che il modo in cui api da miele e osmie intercettano i pesticidi dipende dai specifici tratti comportamentali ma è anche altamente dipendente dal contesto.

Questi risultati concordano con quelli di un recente studio (Nicholson et al. 2024) che conclude che semplici metriche di paesaggio, come la proporzione di terreni agricoli, non sono sufficienti a prevedere il rischio dei pesticidi.

L’uso combinato di api da miele e osmie come bioindicatori della contaminazione da pesticidi rappresenta una valutazione complementare di cui tener conto.

Questi risultati hanno importanti conseguenze per quanto riguarda la valutazione del rischio. La positiva relazione in entrambe le specie tra il rischio dei pesticidi e il numero di sostanze attive sottolinea l’importanza di valutare scenari di esposizione a più pesticidi contemporaneamente, un gap ancora purtroppo presente nei protocolli attualmente in vigore.

Le scoperte derivate da questo lavoro accentuano l’importanza di cambiare l’approccio alle valutazioni sulla tossicità ambientale, allontanandosi da una visione tradizionale dell’uso dei pesticidi nelle singole aziende per orientarsi su una visione su scala ambientale che consideri anche la deriva dei prodotti e la loro persistenza.

Serena Alessandrini
Fonte: mieleinforma

Info Redazione

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