martedì , 5 Maggio 2026
Aumentano i gruccioni: sono una minaccia per le api?
foto: Antonio Sementa

Aumentano i gruccioni: sono una minaccia per le api?

Sono variopinti e fotogenici, tra gli uccelli più straordinariamente colorati in natura. E la crisi climatica sembra aver esteso l’areale geografico della loro distribuzione: si trovano sempre più numerosi, a quote impensabili fino a pochi anni fa. In Italia, per esempio, si è passati dalle cinquemila coppie stimate nel 1997 alle oltre dodicimila dell’ultimo censimento. Ora per comprendere gli effetti di quello che ha tutta l’aria di essere un boom demografico dei gruccioni, osservati anche in Francia, Svizzera, Germania, Polonia e Repubblica Ceca, dove fino a qualche anno erano del tutto assenti, i ricercatori chiamano a raccolta gli apicoltori, chiedendo loro di condividere informazioni preziose.

Proprio così: del resto questi uccelli si nutrono in larga parte di grandi insetti – soprattutto imenotteri, vespe, bombi e api – e dunque una loro comoda disponibilità, in prossimità degli apiari, può essere, come si suol dire, un invito a nozze. Già ampiamente minacciata da patologie, concorrenza di specie aliene e cambiamenti climatici, le api italiane devono guardarsi ora dall’incedere incontrastato di un nuovo predatore?

Cosa è cambiato nel rapporto tra gruccioni e api?

“Per avvicinarci a una risposta pensato di coinvolgere la comunità degli apicoltori italiani condividendo con loro e con chiunque voglia partecipare un questionario pensato per raccogliere dati utili, misurando la loro percezione sull’interazione gruccione-ape e attingendo alle preziose esperienze di chi vive quotidianamente questa realtà”, spiega un team di esperti, composto da Rosario Balestrieri (Stazione Zoologica Anton Dohrn), Luciano Bosso (Istituto per i Sistemi Agricoli e Forestali nel Mediterraneo del Cnr), Mattia Brambilla (Università degli Studi di Milano) e Gennaro Di Prisco (Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante, Cnr).

L’associazione AApi (Associazione Apicoltori Professionisti Italiani) ha aderito all’iniziativa fin da subito, diffondendo il questionario ai suoi soci e tramite i propri canali social: aperto a tutti gli apicoltori, professionisti e hobbisti, il questionario richiede appena circa cinque minuti per la compilazione ed è strutturato per raccogliere informazioni sull’attività apistica, la regione in cui si opera, la percezione dell’impatto dei gruccioni e le eventuali misure di allontanamento adottate. La partecipazione è completamente anonima. Le ricerche precedenti condotte in Italia, risalenti ai primi anni duemila, indicavano un impatto trascurabile di questo uccello sull’apicoltura: qualcosa, a quanto pare, potrebbe essere cambiato.

Aumentano i gruccioni: sono una minaccia per le api?
foto: Antonio Sementa

L’importanza della citizen science

E ancora una volta è la citizen science a tendere una mano potenziale alla ricerca, come sempre più spesso accade. “Il nostro obiettivo è identificare i contesti ambientali in cui la convivenza può diventare più critica, comprendere se esistano caratteristiche ambientali locali in grado di limitare i possibili impatti dovuti al gruccione – ad esempio, la presenza dei suoi predatori – e, al contempo, valutare se il gruccione stesso possa contribuire a mitigare altri problemi, come quello legato agli imenotteri alieni”. Non solo: la raccolta delle esperienze dirette degli apicoltori potrà aiutare a definire protocolli di dissuasione non cruenta efficaci, anche attraverso l’impiego di stimoli visivi e approcci acustici e bioacustici.

“Non è una specie aliena!”

“Senza dimenticare che il gruccione non è una specie aliena, ma un uccello migratore autoctono il cui aumento demografico evidenzia l’inefficacia delle attuali politiche di contrasto alla crisi climatica. – annota l’ornitologo Rosario Balestrieri – La sua proliferazione è una colorata denuncia che sottolinea la necessità di azioni più incisive e globali”.

“Miriamo a produrre mappe che aiuteranno a quantificare l’impatto del gruccione sulle api e a capire dove intervenire, con strategie mirate, per evitare possibili danni all’apicoltura”, spiega Bosso. Il form ha subito registrato un’importante partecipazione da parte degli apicoltori, con oltre 250 adesioni in meno di un mese. “E siamo solo all’inizio”, spiegano i ricercatori.

Pasquale Raicaldo
Fonte: repubblica

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