Integrare la conservazione della biodiversità con la sicurezza alimentare per una popolazione mondiale in perenne crescita rappresenta una sfida cruciale. Considerando che tre quarti delle colture agricole dipende dagli impollinatori, il legame tra questi aspetti è oggi di rilevanza globale.
Tra le oltre 20.000 specie di api selvatiche presenti sulla Terra, molte sono in declino e questo comporta da una parte una minaccia per la biodiversità e dall’altra un deficit di impollinazione. Per mitigare quest’ultimo aspetto ad oggi sono 19 le specie di api che possono essere gestite dall’uomo e possono quindi essere trasportate dove sia necessario implementare o integrare l’impollinazione delle colture vegetali. Allo stesso tempo, l’istituzione e il mantenimento di un’elevata densità di api gestite sollevano preoccupazioni circa il loro impatto sulle popolazioni di api selvatiche. Si sono così create diverse correnti di pensiero, schieramenti contrapposti e conflitti tra apicoltori, agricoltori, sostenitori della tutela ambientale e ricercatori. Inoltre, a causa della crescente pressione delle parti interessate, i decisori politici hanno iniziato a vietare/limitare le api gestite nelle aree di conservazione, come Aree protette e Parchi naturali, e in alcune città, basando soprattutto questa decisione sul “principio di precauzione”. Principio che prevede che, in assenza di dati scientifici certi ma con il rischio plausibile di un danno grave e irreversibile, si scelga di prevenire l’azione potenzialmente dannosa, evitando di attendere prove definitive che potrebbero arrivare troppo tardi. Stesso principio che dovrebbe essere utilizzato per vietare o limitare l’uso di pesticidi sospettati di avere effetti negativi sulla salute umana, sulla fauna o sull’ambiente. Tuttavia, in diversi sono certi che le decisioni politiche siano state influenzate più da considerazioni emotive che da evidenze scientifiche e questo ovviamente ha creato forti dissapori.
C’è poi da considerare che le tensioni create dal declino degli impollinatori e la progressiva dipendenza dalle api gestite sono aggravate dalla perdita di habitat e dagli effetti del cambiamento climatico.
Per questi motivi, negli ultimi decenni, un numero crescente di progetti scientifici ha indagato le dinamiche di coesistenza tra le api gestite e quelle selvatiche, provando a rispondere a domande come: esiste una competizione per le risorse floreali e i siti di nidificazione? È possibile che avvenga una trasmissione di patogeni verso le api selvatiche? Questa convivenza comporta degli impatti negativi per le api selvatiche?
Di seguito riportiamo alcuni dei punti essenziali che il gruppo di ricercatori guidato da Beaurepaire propone per generare la conoscenza necessaria a valutare i rischi associati alla presenza di api gestite e a sviluppare politiche gestionali efficaci e sicure, facendo leva sulle azioni da intraprendere per mitigare i conflitti. Beaurepaire e colleghi sottolineano innanzitutto che, sebbene oltre 200 studi scientifici, da loro analizzati, abbiano indagato le interazioni tra api gestite e selvatiche e il 66% di essi evidenzi potenziali rischi per le api selvatiche, i risultati sono sempre legati ad un contesto specifico e mancano di valutazioni a lungo termine e su scala di popolazione. Di conseguenza, ritengono che una conoscenza limitata di queste interazioni può portare a valutazioni del rischio imprecise, con possibili conseguenze economiche negative.

Uno dei primi aspetti che i ricercatori ritengono necessario migliorare è la valutazione di parametri chiave per la conservazione a lungo termine delle api selvatiche, come la dimensione delle popolazioni e la diversità genetica. A questo proposito, l’analisi dei campioni museali rappresenta una grande opportunità per studiare le dinamiche di popolazione e la diversità genetica nel tempo. I recenti progressi negli strumenti genomici permettono infatti di integrare questi dati con quelli delle popolazioni attuali, offrendo una prospettiva storica utile per valutare l’impatto degli stress ambientali e sviluppare strategie di mitigazione più efficaci.
Affrontano poi il problema della trasmissione di patogeni tra api gestite e selvatiche, una minaccia concreta e una fonte di preoccupazione crescente. Ad oggi però, resta ancora poco chiaro quali patogeni colpiscano le api selvatiche, in che misura e in quali contesti.
Strumenti come il rilevamento molecolare e il lavoro sperimentale possono aiutare a valutare questi rischi e a sviluppare politiche per una gestione delle api più sostenibile, così da poterne regolare la localizzazione e la densità. Nel frattempo, gli apicoltori dovrebbero applicare con maggiore rigore e consapevolezza le misure preventive per ridurre i patogeni nelle api gestite (es. trattamenti terapeutici) tenendo a mente che le loro azioni non tutelano solo il benessere delle proprie api. Questi trattamenti, infatti, hanno un impatto positivo sia sulle api degli apicoltori vicini sia sulle api selvatiche. Parallelamente, il mantenimento o il ripristino di comunità botaniche multi-specifiche può ridurre il rischio associato alla trasmissione di agenti patogeni derivante dalla condivisione di nicchie di foraggiamento.
Riguardo a questo aspetto, sarebbe importante riuscire a misurare la “capacità di carico degli ecosistemi”; visto che l’intensità della competizione tra gli organismi dipende dalla quantità e qualità delle risorse ambientali. In pratica, aumentare le fioriture disponibili per gli impollinatori, ad esempio nei paesaggi agricoli, come previsto dalle politiche europee, può ridurre la competizione e limitare lo spostamento, sia naturale che praticato dall’uomo (nomadismo) delle api gestite, attenuando così i loro impatti sugli ecosistemi circostanti. Tuttavia, manca ancora un metodo condiviso e standardizzato per stimare con precisione la capacità di carico degli ecosistemi, così da poter collegare le risorse disponibili alle esigenze delle comunità di api e regolamentare in modo più consapevole la densità degli alveari. In queste condizioni è quindi difficile valutare l’efficacia delle misure di mitigazione adottate. Per colmare questa lacuna, servono progetti multidisciplinari in grado di ottimizzare i modelli di gestione basati su grandi quantità di dati ed evidenze scientifiche indipendenti tra di loro.
È fondamentale tenere in considerazione i fattori descritti in precedenza, ma è importante ricordare che non sono gli unici fattori di stress presenti nell’ambiente. Ad esempio, l’uso di pesticidi e i cambiamenti nell’uso del suolo sono altre variabili da non sottovalutare. Questi elementi, infatti, non agiscono in modo isolato, ma spesso interagiscono tra loro, creando effetti sinergici che rendono ancora più difficile comprendere in che modo e quando le api gestite possono influenzare quelle selvatiche.
Infine, i ricercatori sostengono che riconoscere le esigenze e le aspettative degli attori principali (apicoltori, sostenitori della tutela ambientale e agricoltori) nella gestione degli impollinatori richieda un processo inclusivo di co-creazione. La partecipazione attiva tramite consultazioni, come quella della piattaforma IPBES, e la creazione di strategie nazionali con incentivi da parte di associazioni locali e gruppi di settore possono favorire soluzioni vantaggiose per tutti, allineando interessi spesso divergenti.
Si può quindi concludere, come già accaduto in altri articoli, che, per tutelare la biodiversità senza compromettere la sicurezza alimentare, servono la collaborazione scientifica e il dialogo aperto tra tutti gli attori coinvolti, così da trovare il miglior equilibrio tra la conservazione della biodiversità, le esigenze dell’agricoltura e quelle dell’apicoltura.
Elisa Monterastrelli
Fonte: mieleinforma
Apicoltore Moderno