Il 2 aprile il presidente Donald Trump ha introdotto una nuova serie di dazi sulle importazioni verso gli Stati Uniti, con l’obiettivo di riequilibrare rapporti commerciali ritenuti sfavorevoli per l’economia americana. Le tariffe, comprese tra il 10% e il 50%, colpiscono numerosi settori, inclusi gli alimenti e le materie prime. Tra questi, anche il miele e i prodotti legati all’apicoltura rientrano nelle categorie soggette a tassazione doganale.
A seconda del Paese di provenienza, il dazio può variare: 10% nella maggior parte dei casi, 20% se proviene dall’Unione Europea, fino al 54% se importato dalla Cina. Messico, Cambogia, Vietnam e Lesotho sono anch’essi tra i più penalizzati, mentre la Russia non subirà modifiche rispetto ai dazi già in vigore. Poiché gli Stati Uniti rappresentano il principale importatore di miele a livello globale, queste misure avranno un impatto significativo. Nel 2024, il valore del miele importato ha superato i 650 milioni di dollari. La produzione nazionale non riesce a soddisfare la domanda interna, per cui molte aziende americane devono rivolgersi all’estero.
Anche l’Italia, uno dei principali produttori ed esportatori di miele di alta qualità, subirà un impatto significativo. Il settore apistico italiano è particolarmente orientato verso la qualità del prodotto e ha un’importante tradizione di esportazione, soprattutto verso gli Stati Uniti. Con l’introduzione dei dazi del 20%, i produttori italiani potrebbero vedersi costretti a rivedere la propria strategia commerciale, affrontando un aumento dei costi e una potenziale riduzione della competitività rispetto ad altri Paesi, come quelli sudamericani, che beneficeranno di tariffe più basse. Tuttavia, l’Italia potrebbe comunque mantenere una posizione di rilievo nel mercato grazie alla sua forte reputazione per la qualità del miele.
Oltre al miele, anche materiali e attrezzature per l’apicoltura — come arnie, abbigliamento tecnico, strumenti per l’estrazione e persino api regine — vengono importati in grandi quantità. Italia, Francia, Polonia, Pakistan e Cina sono tra i principali fornitori. Con l’introduzione dei dazi, questi prodotti diventeranno più costosi, influenzando i costi operativi degli apicoltori statunitensi. Tuttavia, il miele locale potrebbe diventare più competitivo rispetto a quello estero.
Tra i Paesi esportatori, l’India — primo fornitore degli USA nel 2023 con oltre 77.000 tonnellate — dovrà affrontare un dazio del 26%, che metterà sotto pressione molte imprese locali. Il Vietnam è tra i più penalizzati, con un dazio del 46%, mentre l’Argentina e il Brasile, entrambi con dazio del 10%, potrebbero trarne vantaggio in termini di competitività. Il Messico, invece, dovrà affrontare un 25% a causa di tensioni commerciali, anche se sono in corso trattative. La Nuova Zelanda, che esporta miele di alta gamma come quello di manuka, rischia di subire contraccolpi anche con una tariffa “moderata” del 10%.
Per l’Unione Europea, che ha esportato più di 5.000 tonnellate di miele verso gli USA nel 2023, si prevede una tariffa del 20%, penalizzando in particolare Paesi come Spagna, Germania, Francia, Grecia e Ungheria. La Spagna, primo esportatore europeo verso gli USA, ha una minore esposizione a questo mercato, dato che la maggior parte del miele viene venduto in altri Paesi europei e nel Regno Unito o Arabia Saudita.
Le reazioni internazionali non si sono fatte attendere. La Cina ha minacciato ritorsioni, mentre l’Unione Europea sta valutando misure diplomatiche per ridurre l’impatto. In Spagna, il governo ha già annunciato un piano da 14,4 miliardi di euro per sostenere le imprese colpite, includendo fondi per investimenti e incentivi all’occupazione.
In questo contesto acquisisce rilievo l’accordo UE-Mercosur, che punta a eliminare fino al 92% dei dazi su vari prodotti agricoli esportati, incluso il miele. L’intesa potrebbe portare benefici per circa 4 miliardi di euro, ma prevede anche aperture verso le importazioni sudamericane, con quote protette per prodotti delicati come carne, zucchero e riso.
In definitiva, le nuove politiche commerciali americane potrebbero ridefinire gli equilibri nel settore apistico globale. Se non si troveranno soluzioni condivise, le conseguenze per i produttori — soprattutto europei e asiatici — rischiano di essere pesanti e durature.
Articolo a cura della redazione
Apicoltore Moderno