giovedì , 18 Luglio 2024
Lotta alla varroa 2023

Le api muoiono? se è varroa si riconosce così!

Molto è stato già detto e scritto negli ultimi anni sulla varroasi, temuta malattia parassitaria delle api, diagnosticata per la prima volta in Italia nel 1981 in provincia di Gorizia.

E’ ormai a tutti noto che l’agente responsabile della malattia è la Varroa destructor, un acaro, appartenente alla famiglia Dermanyssidae, di cui si conosce parecchio, ormai, circa la biologia, la modalità di diffusione, i danni provocati e le terapie che possono essere messe in atto per combatterla.

Vi sono però ancora oggi alcuni apicoltori, soprattutto “hobbisti”, che non hanno conseguito la necessaria dimestichezza con questa forma morbosa e che, per disinformazione o trascuratezza, a volte anche involontaria, non intervengono con misure adeguate nelle fasi in cui la malattia è ancora reversibile, andando così incontro alla perdita di intere famiglie d’api, senza comprendere le cause esatte di tale mortalità.

Questo articolo vuole dunque descrivere come si presenta una famiglia portata a morte dalla varroa, per facilitarne il riconoscimento da parte dell’apicoltore.

Innanzi tutto bisogna dire che tale riconoscimento non è facile: lo stesso veterinario o esperto apistico, senza una specifica esperienza relativa a questa patologia, possono trovare serie difficoltà nell’identificare la causa della moria delle api.

Il riscontro in campo, dello stadio finale della malattia, si verifica generalmente nel periodo che va dagli inizi di settembre sino alla fine del mese di ottobre, poichè è in questo momento che un alveare gravemente infestato è più vulnerabile. Infatti, a quest’epoca, la forza della famiglia diminuisce moltissimo, essenzialmente per due motivi:

  1.  da un lato perchè il numero delle api adulte presenti viene ad essere ridotto in quanto la regina ha diminuito, per cause fisiologiche, l’entità della deposizione;
  2. d’altro canto, per la presenza di api con evidenti alterazioni morfologiche (malformazioni alle ali che possono risultare accartocciate; e all’addome, che di solito è più corto del normale; mutilazioni degli arti e delle antenne) e che quindi non sono in grado di fornire un rendimento normale.
Ape carnica con varroa sull'addome
Ape operaia con due varroe sul dorso

Il numero degli individui presenti nell’alveare diviene tale che ogni ape adulta può essere parassitata da almeno una varroa. Questo provoca una situazione di stress che induce le api a non svolgere adeguatamente i compiti ai quali di solito sono preposte.

Le conseguenze di questo stato di cose sono molteplici:

  • le api bottinatrici, fortemente parassitate e quindi indebolite, una volta uscite dall’alveare spesso non vi fanno ‘più ritorno;
  • l’ape regina non riceve più alimento in quantità sufficiente e quindi blocca completamente la deposizione;
  • la temperatura interna dell’alveare si riduce notevolmente, specie durante la notte a causa dell’escursione termica, già sensibile in quel periodo dell’anno e quindi le api non sono più in grado di riscaldare a sufficienza la covata che così è destinata a morire all’interno delle celle.

Una visita effettuata in questo particolare momento, metterà in risalto:

  • una popolazione ridotta a circa un centinaio di api adulte che circondano la regina e si trovano nella parte superiore di un favo;
  • la covata morente o già morta, formata da ninfe o pupe opercolate situate in un’area circolare di approssimativamente dieci centimetri di diametro, nel favo presidiato dalle api superstiti;
  • i favi normalmente forniti di polline e di miele opercolato in grandi quantità, fatto questo che permette di escludere che ci sia stato saccheggio.

A questo stadio la famiglia non è più recuperabile.

La regina, che generalmente non viene attaccata dal parassita, dopo essere stata accuratamente controllata, potrebbe essere utilizzata per rimediare a situazioni di orfanità di altri alveari, ma è sempre consigliabile la sua soppressione con le poche api superstiti.

I favi contenenti il miele possano essere utilizzati per integrare le scorte di famiglie che ne siano sprovviste.

L’arnia vuota potrà anch’essa essere nuovamente impiegata rispettando le stesse modalità viste a proposito dei telaini (sembra, infatti, che la varroa possa sopravvivere 6 – 7 giorni senza contatti con le api e 15 giorni sulle api morte), oppure dopo il trattamento disinfestante, preferibilmente mediante flambaggio.

I telaini contenenti la rimanente covata andranno sempre distrutti mediante incenerimento, in quanto nelle cellette opercolate sono contenute numerose varroe che possono restare vitali per una quarantina di  giorni.

Se la visita ha luogo in periodi successivi a quello descritto, si noteranno unicamente alcune api morte sul fondo dell’alveare e le scorte intatte.

Qualora nella zona, od anche nello stesso apiario, ci siano delle famiglie di api sufficientemente consistenti, queste andranno a saccheggiare il miele contenuto negli alveari, ormai pressochè incustoditi.

Questo fatto può creare confusione in quanto l’apicoltore è portato a pensare che la morte della famiglia sia la conseguenza del saccheggio e non della varroa, come risulta anche dalle osservazioni condotte in questi ultimi anni, dove la varroasi è ormai diffusa, purtroppo, nella totalità degli apiari.

Ivonne Caliz, Elena Roussel, Stefano Tonelli
Fonte: Apitalia Anno XIII n. 19

Info Redazione

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