La quantità di calore che le api producono, all’interno dell’alveare, attraverso il loro metabolismo, fornita dai processi d’ossidazione degli alimenti ingeriti, si disperde per convenzione e per irraggiamento, attraverso il fondo, il coprifavo e le pareti dell’alveare.
Questa dispersione di calore, non dipende solo dalla variazione del gradiente termico tra l’interno e l’esterno, ma anche da altri parametri che sono: la velocità dell’aria interna carica di umidità; e dall’umidità delle pareti che si verifica quando ci troviamo in presenza di alveari che sono costantemente bagnati dalla pioggia.
Questo comporta, che le condizioni termoigrometriche interne all’alveare, non sono soddisfatte anche perché molte volte ci troviamo alla presenza di una famiglia debole che non riesce a riscaldare il nido.
Accade che sull’intradosso del coprifavo, si riscontrano fastidiosi fenomeni di condensa, che causa muffa, umidità e gocciolamenti all’interno degli alveari, agevolata anche dalla ridotta altezza della cornice di alcuni coprifavi, o dalla sua totale assenza. Questo fenomeno diventa più accentuabile, nelle coperture non igroscopiche, quale ad esempio quelle completamente metalliche, che provoca con l’abbassarsi della temperatura, un aumento dell’umidità relativa e quindi la formazione della condensa (abaco allegato).
L’abaco permette il rapido calcolo dei punti di rugiada, per i diversi valori della temperatura e dell’umidità relativa. Tracciando una linea retta, che passa per la temperatura dell’aria data e per l’umidità relativa, nota, si può leggere la temperatura di condensazione in corrispondenza del punto in cui la retta attraversa la scala dei punti di rugiada.
Le api che si trovano in alveari umidi, per mantenere costante la quantità di calore e l’umidità relativa interna all’alveare, devono aumentare la temperatura interna all’alveare attraverso il calore prodotto dal loro lavoro muscolare, sprecando una notevole dose di energia. A differenza di una famiglia d’api che, quando si trova in un ambiente asciutto, mantiene senza problemi la temperatura e l’umidità interna costante, anche con temperature esterne variabili, senza sprecare molte energie.
L’alveare con il tetto tradizionale a chalet, oltre a soddisfare l’esigenza estetica, mantiene attraverso le sue falde sporgenti rispetto al perimetro dell’alveare le pareti sempre asciutte, riducendo o eliminando la condensa sull’intradosso del coprifavo, che si crea nel periodo invernale o alla ripresa primaverile. Poi, i due fori diametralmente opposti nel tetto a falda consentono un’ottima ventilazione riducendo la trasmissione di calore verso l’alveare sottostante e inoltre consentono di far uscire le api da sotto il tetto, quando si appoggia sul coprifavo.
E’ successo che in un tempo relativamente breve, senza un’adeguata esperienza collaudata alle condizioni ambientali, dal tetto tradizionale a chalet, si è passato, al tetto piano, per soddisfare le esigenze dei nomadisti che chiedevano alcuni requisiti essenziali che erano:
- la riduzione dei costi;
- la possibilità di sovrapporre le arnie durante il trasporto senza togliere i tetti;
- la possibilità di sfruttarli come piani d’appoggio quando si lavora con i melari degli alveari adiacenti;
- la maggiore stabilità, alle folate di vento che tendono a scoperchiare i tetti;
- il minore ingombro nei depositi.
- L’eliminazione degli spioventi, oltre a ridurre l’effetto estetico, determina durante la pioggia che il fondo dell’alveare e la parte inferiore delle pareti per circa 1/3 sono continuamente bagnati dall’acqua. Tutto questo associata a una mancanza di ventilazione, quando si dispongono gli alveari in fila e molto ravvicinati tra loro, favorisce un facile deterioramento nelle parti basse delle pareti dell’alveare, anche se molti apicoltori il facile deperimento delle arnie l’attribuiscono all’umidità ascendente. Personalmente questa tesi non la condivido quando gli alveari sono appoggiati su dei supporti rialzati da terra di circa 40 ÷ 50 cm quindi molto bene isolati dal terreno e ben ventilati;
- Negli alveari privi di portichetto, il tetto piano a causa della sua ridotta sporgenza rispetto al perimetro dell’alveare non riesce a proteggere il predellino di volo e il fondo, dalla pioggia e dall’acqua di scolo del tetto e quindi diventano presto attaccabili dall’umidità marcendo rapidamente. Questo perché in inverno gli alveari sono sempre inclinati in avanti per permettere che l’acqua di condensazione che si crea all’interno dell’alveare possa fuoriuscire dalla porticina d’ingresso;
- Oltre a cambiare le condizioni termo igrometriche, il tetto piano, ha soppresso anche la ventilazione, determinando in estate quando l’alveare è riscaldato dal sole, che una certa quantità di calore si trasmette al materiale coibente, se esiste sotto la copertura, che può funzionare soltanto da ritardante termico, poiché il calore in seguito si trasferisce sul coprifavo e all’interno dell’alveare;
- quando si lavora con api particolarmente nervose, e si copre l’alveare con una certa rapidità, molte rimangano imprigionate tra il coprifavo e il tetto piano;
- i coprifavi che hanno i bordi rialzati, per permettere di disporre il nutritore senza problemi sotto il tetto piano, sprovvisti dei fori per l’areazione, quando il tetto di lamiera è scoperchiato dal vento durante la pioggia si verifica un accumulo di acqua sullo stesso (cfr. foto 1).
Per far avvenire questo, bisogna costruire le pareti delle arnie per i primi 2/3 con legno ad essenza dolce, mentre la restante parte e il fondo con essenza forte, (protezione attiva) e unendo le tavole con opportuni incastri e collanti biologici, adeguatamente studiati per resistere alle intemperie, oppure proteggere gli alveari in inverno (cfr. foto 4) sotto a delle tettoie metalliche o lamiere. (protezione passiva) Per eliminare contemporaneamente i difetti, descritti ai punti 3, 4 e 5, è nata l’idea di modificare il tetto piano, in un tetto piano isolato e ventilato, (detta anche a “tetto freddo”) inserendo del materiale a bassa conduttività sul coprifavo che consente attraverso le sue caratteristiche di esaltare le performance energetiche dell’alveare.
Per realizzare questo tetto si devono eseguire due aperture di qualsiasi forma geometrica, necessariamente tangenti all’estradosso del coprifavo e diametralmente opposte ai lati più corti della cornice del coprifavo, in modo che le acque di pioggia non stagnano sul coprifavo, ma possono defluire naturalmente, quando il tetto piano è scoperchiato dal vento durante la pioggia (molte industrie che producono materiale apistico realizzano i coprifavi senza fori per la ventilazione.)
Per contenere poi le dispersioni di calore in inverno o l’incremento di calore in estate, sul coprifavo, va inserito un pannello isolante di spessore tale che la parte superiore delle aperture resta sempre libera, per favorire la circolazione dell’aria, che serve ad asciugare l’umidità che può formarsi tra il pannello isolante posto sopra al coprifavo e il tetto piano.
La combinazione di questi due elementi, infatti, evita la formazione della condensa che si può formare sotto il coprifavo. L’impiego del pannello isolante in poliuretano, quando copre perfettamente il coprifavo, assicura anche un eccellente comportamento acustico della copertura, sotto gli effetti della percussione determinata dall’azione della pioggia e della grandine.
Questo tipo di tetto è quello che da un punto di vista termoigrometrico fornisce la migliore garanzia di un buon funzionamento, rispetto a quello non ventilato, infatti, l’isolamento termico e sovrastante intercapedine ventilata, permettono di avere uno scambio continuo d’aria interna con quella esterna, (moti convettivi) riducendo l’irraggiamento solare nel periodo estivo verso il nido sottostante e le dispersioni di calore verso l’esterno in inverno, con notevoli benefici in termini di coibentazione dell’alveare.
L’uso del tetto piano è nettamente sconsigliabile anche nelle zone nevose, per le arnie che sono sprovviste di portichetto, perché favorisce l’ostruzione della porticina di volo dopo abbondanti nevicate.
Si spera che gli apicoltori partecipino attivamente a queste modifiche e trasmettono all’industria apistica attraverso la domanda e l’offerta, le informazioni sulle modifiche e le caratteristiche tipologiche e prestazionali che vogliamo dai materiali apistici. A sua volta l’industria apistica deve abbandonare l’idea di agire da sola senza un’esperienza collaudata alle spalle, ma di avere fiducia nello scambio d’informazione, perchè le modifiche consigliate, sui coprifavi e sulle arnie torneranno tutte a beneficio delle api e degli apicoltori.
Diamo alle api, del terzo millennio, arnie più salubri.
Apicoltore Moderno
Ottime osservazioni