mercoledì , 11 Febbraio 2026
Sebastiano Pulvirenti, maestro Fascitraru”
Sebastiano Pulvirenti, "maestro Fascitraru”

Da Aristotele a Sebastiano Pulvirenti: una apicoltura unica al mondo

L’apicoltura, nel bacino del Mediterraneo, risale a tempi antichissimi. Al paleolitico appartiene un disegno rupestre rinve¬nuto sulle pareti della cueva de la araña (grotta del ragno) a Valencia in Spagna.

L’immagine rappresenta una persona agganciata alle liane (corde) che sta raccogliendo il miele circondata da un volo di api.

Il simbolo dell’ape è stato rinvenuto anche in molte tombe egiziane ed è stato simbolo della regalità, di lavoro e di fecondità. I Greci appresero l’apicoltura con molta probalità dall’Egitto, praticarono quest’arte e la esportarono nelle colonie di Sicilia ed utilizzarono molto il miele nell’alimentazione, nella medicina, nei riti e nei sacrifici religiosi: “misture di miele entro coppe nuove” è riportato nella Lex Sacra di Selinunte (colonia fondata da Megara Ibla), relativa ai culti di Zeus Meilichios. Le città greche di Efeso in Turchia, Elyros nell’isola di Creta, Megara Iblea in Sicilia hanno coniato monete con l’immagine dell’ape, a testimonianza del rapporto che queste città avevano con le api, il miele e le divinità.

Ferula

Omero fa spesso riferimento alle api e al miele nei suoi poemi, in queste opere l’ape è assunta come simbolo alla sfera cosmica e religiosa, di alternanza tra nascita, morte e rigenerazione. Aristotele nella “Historia Animalium” trattato di storia naturale, nel IV sec. a.c. restituisce il primo studio scientifico sulle api che ci sia pervenuto dal mondo greco.

Miele e cera erano indispensabili nella vita quotidiana dei Romani, che ammiravano l’organizzazione delle api negli alveari, poiché assimilati a piccole “città”. Virgilio tratta delle api nelle Georgiche e guarda a questi insetti come esempio sociale da seguire. Gli autori latini Varrone, Columella, Plinio e Palladio nei loro trattati De Re rustica, De Agricoltura hanno descritto l’apicoltura della loro epoca, illustrando le diverse tipologie di api presenti nell’alveare, gli attrezzi, il comportamento sociale, gli sciami naturali e come catturali, i materiali, gli strumenti, le arnie, gli sciami artificiali, l’estrazione del miele e la produzione di cera. Descrivono tecniche di apicoltura del I sec. d.C. e praticate in Sicilia con arnie orizzontali di ferula ancora fino a pochi anni fa (1995, anno in cui viene vietato l’uso di arnie diverse da quelle razionali).

Antica arnia dell’apicoltura siciliana.

L’arnia di ferula è stata conosciuta come arnia favignanese, quando nel 1807 l’abate Teodoro Monticelli pubblicò il volume “Del trattamento delle api in Favignana”. Lo studioso ha apprezzato in maniera particolare la modernità della tecnica usata dai favignanesi, descrivendo con stupore, per esempio, la sciamatura artificiale con le arnie di ferula praticata già dai favignanesi certamente prima ancora che altri nel mondo ipotizzassero la possibilità di moltiplicare le famiglie di api. Infatti con i riferimenti a Varrone e Columella, Monticelli evidenzia la palese derivazione di queste tecniche dall’apicoltura dell’antichità praticata da Greci e Romani.

Diversi anni fa il prof. Pietro Genduso, docente di Entomoligia dell’Università di Palermo, e l’austriaco Prof. Mariano August Alber, docente di apicoltura, trovano nel comune di Sortino una comunità di apicoltori, i fascitrari, che usa ancora l’arnia di ferula e le tecniche antiche con notevole maestria.

I due studiosi assisteranno ad una crisi economica che vedrà l’abbandono delle vecchie arnie in favore delle arnie moderne, contestualmente si rischia l’estinzione dell’apis mellifera Sicula e delle antiche tecniche degli apicoltori sortinesi tramandate per generazioni da padre in figlio.

Proprio in questo contesto Alber e Genduso iniziano un progetto di studio e salvaguardia dell’ape Sicula in purezza e dell’antica tecnica dei fascitrari.

Il territorio ibleo era famoso già in età greca per il miele di timo, pregiato come il miele prodotto in Grecia sul monte Imetto.

Sebastiano Pulvirenti
Sebastiano Pulvirenti e le sue arnie di ferula

Cosa ci rimane oggi di questa antica apicoltura?
È importante trasmettere alle nuove generazioni di apicoltori le conoscenze, i saperi antichi dei fascitrari, garantendo così una comprensione duratura dell’apicoltura tradizionale siciliana praticata nei fascetri di ferula.
Oggi l’ultimo testimone e custode della memoria apistica tradizionale siciliana è Mastru fascitraru Sebastiano Pulvirenti.

Il signor Pulvirenti è iscritto al REIS, Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia, nel LIBRO DEI TESORI UMANI VIVENTI, con la seguente motivazione: “Sig. Sebastiano Pulvirenti, maestro Fascitraru” riconoscendogli il ruolo di caposcuola e maestro indiscusso come ultimo dei fascitrari iblei.
Sebastiano Pulverenti nasce a Sortino nel 1939, da Sebastiano, “mastru fascitraru”, e da Nunzia Pagliaro, figlia di Giuseppe, anche lui “mastru fascitraru”. L’arte del “fascitraru” era tramandata per generazioni da padre in figlio, tant’è che anche il nonno Sebastiano Pulvirenti e il bisnonno Santo Pulvirenti erano stati “mastri fascitrari” e tanti avi per numerose generazioni.

Sebastiano Pulvirenti ha svolto il suo antico mestiere di mastru fascetraru con devozione verso le api come hanno fatto i suoi avi attraverso un rapporto Uomo-Ape che induceva questi apicoltori a curare le api e dalle cure che loro praticavano verso gli alveari ottenevano in cambio dalle api miele e cera in piccola quantità lasciando sempre le scorte alle api. I fascitrari ottenevano il miele quasi come un dono riconosciuto dalle stesse api al fascitraru senza mai pensare a produrre miele ma sempre rivolgendo l’attenzione al benessere degli alveari.

Nel 1852 Langhstrot progetta la sua arnia moderna e razionale con il telaino mobile, in Italia nella prima metà del secolo scorso si diffonderà l’arnia Dadant. Grazie ai traslarvi (metodo Doolittle) si diffonde l’allevamento delle api regine e quindi la produzione di sciami artificiali. Gli antichi apicoltori sortinesi praticavano invece da secoli la sciamatura artificiale per gestire la sciamatura naturale e moltiplicare le famiglie attraverso i “partitura”, tanto che l’arnia di ferula siciliana è stata definita da diversi studiosi “semirazionale” perché si estraevano i favi per fare nuovi sciami, per raccogliere il miele oppure per ottenere la cera con i vecchi favi.

Negli ultimi anni l’apicoltore Pulvirenti ha praticato la sua attività a fini didattici, raccontando ai turisti, agli apicoltori, ai ricercatori la storia dell’apicoltura nelle arnie di ferula con lo scopo di non far cadere nell’oblio l’apicoltura tradizionale iblea e della Sicilia, esempio unico al mondo e frutto dei saperi di età greca e romana.
Sul sito apicoltoremoderno al link https://www.apicoltoremoderno.it/fasceddi-siciliani/ è possibile vedere il video di un gruppo di apicoltori di AMI guidati dalla dott.ssa Lucia Piana attenti ad ascoltare le spiegazioni di Mastru Sebastiano a Sortino nella posta di Pantalica (Sito Unesco).

Nel tempo ha istruito alcuni giovani apicoltori nell’arte di costruire i fascetri e di gestirli per praticare l’apicoltura antica. La sua ultima “posta ‘i fascetri” si trovava a Pantalica, in prossimità della stazione in un contesto naturalistico molto simile alla c.da Grottavide dove ebbe inizio la sua formazione all’età di 10 anni.

Sebastiano Pulvirenti
Fasceddi di Sebastiano Pulvirenti in un riparo sotto roccia

Alcuni anni fa ha contribuito ad allestire un piccolo museo “’A Casa do’ Fascitraru” per raccontare come avveniva la smielatura e la produzione di cera.

Stimato apicoltore ed amico dei ricercatori, alcuni anni fa ha incontrato Arturo Genduso, figlio del prof. Pietro Genduso, insieme a Bonetta Dall’Oglio, paladina della biodiversità, ed anche in questa occasione le sue illustrazioni hanno riacceso i ricordi del giovane Arturo che accompagnava il padre ed Alber alla ricerca di saperi antichi nella comunità sortinese per salvare l’ape mellifera Sicula dal rischio di ibridazione. Da allora anche Arturo Genduso si impegna nella valorizzazione dell’apicoltura antica e della figura di Sebastiano Pulvirenti.

Il maestro Pulvirenti oggi rappresenta l’eroe degli autori latini per non avere mai abbandonato l’arte dei suoi avi nei fascetri di ferula.

Personalmente ho avuto il piacere di conoscere questo grande apicoltore in occasione di una delle ultime sagre del miele a Sortino. Parlare con il maestro è un piacere, un onore, per chi è appassionato di apicoltura è emozionante. Il numero di arnie gestite da un apicoltore, oggi come in antichità, misura la bravura e la competenza di un qualsiasi apicoltore, il dato quantitativo determina il valore e il saper fare di questi maestri. Sebastiano Pulvirenti Mastru fascitraru ha gestito 1400 fascetri, realizzando le sue arnie di ferula con strumenti rudimentali praticando nomadismo a dorso di mulo e con il carretto.

A Pulvirenti va il merito di avere svolto per 75 anni questa antica arte intrisa di sacralità e spiritualità e di conservarne la memoria.

Giuseppe Salluzzo

Info Redazione

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