sabato , 25 Maggio 2024
Come l’Intelligenza Artificiale sta plasmando il futuro dell’industria dell’apicoltura

Il riscaldamento del nido è un’altra attività logorante per le api

Quando invece la superfice del glomere è formata , come normale, da quattro strati di api, l’endotermia non è osservata. Indesiderato ospite anche nella fase invernale, anche la varroa, si trova ad essere presente nel glomere e nel suo movimento. Secondo Ritter , la distribuzione della varroa all’interno del glomere è casuale. Bowen-Walker et al hanno studiato come l’acaro si colloca sull’ape che lo ospita.
La maggioranza degli acari è stata rinvenuta tra il terzo e il quarto tergite ventro-laterale con significativa presenza nella parte sinistra del corpo dell’ape. Questa posizione potrebbe mettere in grado l’acaro di piazzare l’apparato boccale in prossimità della porzione centrale del ventricolo dell’ape, zona da cui può prelevare nutrimento ad alta densità, non altrove così tanto disponibile.
Secondo Bowen-Walker et al. la varroa è in grado di passare da un’ape all’altra durante il corso dell’inverno eventualmente abbandonando api morenti che cadranno dal glomere al fondo dell’arnia.
I risultati degli studi sembrano suggerire che la varroa soffra una mortalità invernale più bassa di quella dell’ape. Almeno, secondo Rosenkranz, dopo un periodo prolungato in fase foretica, senza possibilità di riprodursi, molte varroe divengono sterili, tanto di più quanto più si allunga la fase foretica e la mancanza di riproduzione.
Inoltre, secondo Martin , dalla ripresa dell’allevamento di covata che avviene in gennaio fino a marzo, la progenie della varroa che riesce a riprodursi soffre di una consistente mortalità del primo uovo deposto, quello che dà luogo al maschio. Tale perdita fa si che l’intera discendenza deposta rimanga sterile. Dunque ,anche se non si conosce ancora esattamente il perchè, sembra che la varroa non passi senza stress e difficoltà il periodo invernale.
Siegel e al. definiscono lo scudo di calore come un metodo usato dalle api per isolare termicamente la covata sensibile al calore. Consiste in una congregazione di api che stazionano nella zona da loro ritenuta ottimale col ventre rivolto alla sorgente di calore. Le prove condotte dagli autori non hanno evidenziato però una risposta uniforme. Questa tecnica usata dalle api sembrerebbe più utilizzata per raffreddare che per scaldare. Questi risultati lasciano ipotizzare che le api creino correnti utilizzate per dissipare il calore e assorbano calore in prossimità della sorgente spostandosi poi in altre aree per dissiparlo.
La regolazione termica dei favi di covata è essenziale. E’ stato scoperto da Basile e al. che per regolare la temperatura del nido di covata nella maniera più efficiente possibile, alcune api si infilano completamente all’interno delle celle vuote poste nella zona di covata e dall’interno di questa scaldano le celle circostanti. Il metodo è più efficiente del solo riscaldamento dall’esterno.
L’autore ha verificato la vita di queste api trovando che si dedicano con continuità a questo compito che viene interrotto, a parte i trasferimenti da una cella all’altra, solo per brevi riposi e per il rifornimento di cibo. Queste api vengono nutrite dalle consorelle con miele a bassa umidità proveniente dalle zone di stoccaggio delle riserve. Fehlere al. hanno verificato l’efficienza di questa tecnica di riscaldamento in differenti condizioni ambientali e per un numero variabile di celle vuote ( da 0 a 50%). Con una quantità di celle vuote da 4 a 10%, tipica delle famiglie calde e in buona condizione di forza, è stata verificata una significativa riduzione del tempo di incubazione della singola cella necessaria per mantenere la corretta temperatura. Con una quantità di celle vuote fra le celle opercolate maggiore del 20%,condizione che può presentarsi nei casi di eccessivo imparentamento tra la regina e i fuchi che la hanno fecondato oppure in colonie scarse, la termoregolazione del nido diviene meno efficiente, il periodo di incubazione per ogni singola cella aumenta è si necessità di maggior lavoro per mantenere la stessa corretta temperatura di allevamento.
Perciò , una piccola quantità di celle vuote in mezzo alla covata opercolata ne consente il riscaldamento in maniera più economica riducendo il tempo e l’energia che devono essere spesi per questa necessità fondamentale,anche per il fatto che in parallelo si sviluppa a sua volta la varroa. Infatti più è lungo il tempo di opercolazione necessario per la nascita dell’ape, piu varroe fecondate riescono a nascere insieme a lei.
La temperatura di allevamento ha effetto anche sulla quantità di spermatozoi dei fuchi . Koeniger lo ha dimostrato provvedendo ad allevare fuchi in condizioni di incubazione, a temperature controllate ( da 33 a 37 gradi ). Il ricercatore ha anche provveduto a far allevare i fuchi a microcassetine di 30 api mantenute a 29°C.
Tutti gli allevamenti artificiali hanno dato risultati ben peggiori di quelli ottenuti in natura. A temperatura di allevamento di 37 °C nasce solo una ristretta minoranza dei fuchi allevati . A 36 °C in fuchi nascono , ma hanno pochissimi spermatozoi. A 33 , 35 e 29 °C si ha una quantità di spermatozoi attorno ai 5 milioni , quantità ben più bassa di quella ottenuta dall’allevamento in alveare ( 8 milioni ). Koeniger ha potuto concludere che le condizioni di temperatura presenti durante l’allevamento possono condizionare pesantemente le capacità riproduttive dei fuchi.
Per la pratica si può osservare che è sicuramente necessario evitare alle famiglie che allevano fuchi “ da riproduzione “ lo stress termico “da caldo”. Sembra che la maniera per ottimizzare la temperatura di allevamento sia avere famiglie ben popolate e pertanto in grado di gestirsi al meglio la termoregolazione.
Secondo Tautz vi sono notevoli differenze di comportamento tra api allevate e basse temperature ( 32°C) o alla normale temperatura di 36°C. Le nate a 32°C sembrano presentare deficienze motorie che ne compromettono la normale capacità di volo e orientamento. Arrivate all’età in cui si diviene bottinatrice; escono per i voli di orientamento ma spesso non fanno ritorno.
Se lo fanno , molte volte non riescono ad eseguire le waggle dance normalmente utilizzate per raccontare le informazioni di cui sono a conoscenza. Presentano inoltre difficoltà di apprendimento e memorizzazione.
Approfondite analisi del cervello di queste api ne rivelano una conformazione definibile non nella norma per ciò che riguarda l’organizzazione delle sinapsi. I risultati lo portano a far concludere che l’allevamento alle temperature piu basse rinvenibili nel nido ( si ricorderà che Apis mellifera presenta una escursione termica di 3 °C ) porta alla nascita di api “diversamente abili’, limitate nei fattori sopra citati.
Groh, Tautz, Rossler hanno verificato che la temperatura di allevamento condiziona la maniera in cui il cervello dell’ape si forma.
In particolare sono state studiate aree della memoria e dell’ apprendimento. Particolarmente interessante la relazione tra temperatura e sviluppo del sistema nervoso che nelle api viene completamente rimodellato durante la metamorfosi ( pupazione ). Questa fase risulta molto delicata per molti insetti e la temperatura di allevamento non risulta essere neppure in questo caso fattore trascurabile.
La gestione termica dell’alveare dipende però anche dalle caratteristiche dei favi. BERRY e DELAPLANE verificano l’efficacia di allevamento in favi nuovi e favi vecchi.
E’ necessario premettere in accordo con gli autori che il favo appena costruito risulta flessibile e di colore quasi bianco. Il favo usato ,per l’accumulo di scorte assume una colorazione giallastra a causa del contatto col polline. Il favo usato per l’allevamento di covata diviene piu scuro, quasi nero e piu rigido (Hepburn, 1998 citato da BERRY e DELAPLANE) in conseguenza dell’accumulo di materiale fecale (Jay,1963) e bozzoli di pupazione , propoli e polline (Free & Williams, 1974 tutti citati da BERRY e DELAPLANE). Il colore scuro puo anche essere il risultato di numerose e indefinite contaminazioni nel corso del tempo.
La cera, che é costituita di idrocarburi ed esteri (Tulloch, 1980 citato da B &D) é in grado di assorbire molto facilmente di tutto, purtroppo anche spore di funghi e batteri, fitofarmaci e metalli pesanti. A seguito dell’accumulazione di materiale , il diametro delle celle diviene sempre piu piccolo(Hepburn & Kurstjens, 1988 citati da BERRY e DELAPLANE) e le api nascenti risulteranno sempre piu piccole, fino al 19% in meno (Buchner, 1955 citato ).
Anche i feromoni sono assorbiti e trasferiti dalla cera (Naumann et al. 1991). Le famiglie mantenute su favi nuovi hanno presentato una maggiore area di totale covata e una dimensione maggiore delle api.

Ai ricercatori sembra verosimile che la regina riesca a lavorare meglio sui favi nuovi, visto che misura il diametro delle celle e in conseguenza di questa verifica depone da operaia o da fuco. La riduzione del diametro delle celle tipica dei favi vecchi potrebbe rallentarne la produttività.

Savorelli Gianni – Prodotti per apicoltura
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