giovedì , 16 Aprile 2026
Api sopra i telaini

Le conoscenze globali sul virus delle ali deformate ( DWV), il più diffuso negli alveari

I risultati dimostrano che: La progenie di varroa acquisisce in alcuni casi il DWV e suggerisce che la fonte primaria di infezione sia l’ape ospite. La presenza di virus DWV nella varroa madre non necessariamente conduce al rilevamento di virus nell’ape infestata e vice versa. In celle invase da una singola varroa madre si osserva un significativo aumento della quantità di varroe positive a DWV se l’ape ospite è positiva al virus.
Quando il livello di presenza virale di DWV in pupe di api infestate da una sola varroa madre aumenta oltre un certo livello, tutte le varroe madri che le infestano divengono altamente positive al virus (sembra cioè che sia il livello virale presente nell’ape a determinare la possibilità di trasmissione virale e secondariamente la sua quantità di virus trasferito). Non è invece riscontrabile un analogo livello di soglia nella varroa, oltre il quale la trasmissione del virus alla pupa di ape è certa.
Una varroa può avere una alta carica virale, ma l’ape ospite continua a mostrare una bassa presenza virale.
Ciò significa che la trasmissione dei virus dall’ape alla varroa è molto più probabile della trasmissione dei virus dalla varroa all’ape. All’interno di una singola cella di covata infestata, la progenie di varroa può essere tutta positiva all’infezione virale, tutta negativa, oppure con solo qualche varroa figlia positiva.
La progenie di varroa risulta significativamente più spesso positiva all’infezione virale da DWV se essa si nutre su una pupa di ape ospite infetta dal virus, sia nel caso di infestazione con una singola varroa madre, sia nel caso di infestazione con più varroe madri.
In aggiunta la progenie di varroa risulta significativamente più spesso positiva al virus se la varroa madre è positiva essa stessa al virus. Tuttavia madri positive al virus DWV sono significativamente più comuni di progenie positiva al virus senza distinzione di stato di infezione dell’ape ospite. Questo significa che l’infezione virale non è facilmente trasmissibile alle varroe figlie e che la trasmissione ad esse dipende soprattutto dal carico virale della pupa di ape che le ospita nella cella.
Nello studio di Nordström nessuna progenie di varroa positiva al virus è rinvenibile in celle di covata in cui la varroa madre risulta positiva al virus DWV e l’ape ospite è negativa al virus. Questo significa chiaramente che la diffusione dell’infezione virale alla progenie di varroa è determinato dalla presenza virale nell’ape ospite, il carico virale della quale può esserle trasmesso sia direttamente dalla regina alla deposizione dell’uovo da cui nasce, che dalle nutrici attraverso l’alimentazione con cibo contaminato. Le nutrici a loro volta possono divenire contaminate alla deposizione dell’uovo da cui nascono oppure attraverso la trofallassi oppure i virus possono essere inghiottiti in conseguenza di normali attività etc..
L’infezione può avvenire attraverso la semplice condivisione di superfici.
I virus penetrano anche attraverso piccole ferite nell’esoscheletro, ad esempio in conseguenza di perdita di peli, tanto più quanto più è alta la densità delle api e cioè è stretto il contatto fra i corpi. Lo studio di Nordström mostra che se la carica virale della pupa di ape ospite supera una cera soglia, tutta la progenie di varroa diviene fortemente positiva al virus. Non è invece rinvenibile una soglia virale nella varroa madre in grado di far sì che la sua progenie sia infetta dal virus. Progenie di varroa da celle con pupa di ape negativa a DWV o con varroa madre negativa risulta sempre negativa al virus.
Lo studio di Nordström dimostra che, se V. destructor agisce regolarmente anche da vettore di DWV, essa non acquisisce o trasferisce virus in ogni occasione in cui questo potrebbe essere ipotizzato. Considerando varroe madri contenenti DWV, il 29 % in celle infestate da un solo acaro e il 24 % in celle infestate da più acari non iniziano infezioni DWV nell’ape loro ospite. Il fatto che una proporzione di api nascenti non infette da DWV siano comunque state infestate nella cella da varroe madri infette dal virus indica che questi acari avevano acquisito il virus prima di entrare nella cella (dalle nutrici o dalla regina).
In questi casi è verosimile una perdita di infettività del materiale virale presente nella varroa, oppure che questo non sia trasmissibile. Bisogna considerare che l’ “insieme di sostanze” prelevato dalla varroa all’ape è probabilmente una quantità molto superiore alla quantità data dalla varroa all’ape. Secondo Nordström questo potrebbe spiegare perchè api DWV negative in cella con varroe positive risultano più comuni dell’opposto e cioè api positive al virus con varroe negative.
Per una diffusione virale mediata da vettore, occorre che lo stesso acquisisca e trasmetta il virus mentre questo rimane infettivo. I risultati di Nordström mostrano chiaramente che sebbene le varroe acquisiscano il DWV, questo non necessariamente porta all’inizio dell’infezione nell’ape da cui si troverà ospitata nel successivo giro di riproduzione.
Nello studio di Nordström, il 18 % delle varroe madri e il 30 % of della progenie di varroa parassitizzanti api infette da DWV in celle infestate da una sola varroa non acquisiscono quantità osservabili di virus.
Benchè la parassitizzazione in età da pupa sia decisamente importante per arrivare all’aperta infezione da DWV nelle api nascenti è da considerare che la trasmissione del DWV da nutrice a larva può avvenire in maniera tanto più consistente quanto più è alto il livello di parassitizzazione da varroa (Nordström et al. 2003).
In aggiunta, un’ape può nascere infetta da DWV senza essere stata parassitizzata nell’età di pupa. L’ osservazione di varroe adulte prive di DWV nonostante fossero parassiti di api ospiti infette da DWV porta a pensare che queste api siano state infettate nell’età larvale e che l’infezione si sia sviluppata lentamente e in tessuti inaccessibili alla varroa. In queste circostanze l’acaro non ha trasmesso il virus, ma comunque può facilitare la sua replicazione. In questo studio le api nascenti in cella con infestazione da singolo acaro privo di infezione virale hanno mostrato una significante più alta percentuale di infezione da DWV rispetto ad api nascenti in celle non parassitizzate. Ciò indica che varroa ha effetto sulla replicazione virale pur non essendone portatore.
Circa il 70 % della progenie di varroa cresciuta in celle con api infette da DWV contiene virus mentre tutta la progenie allevata su api non infette da DWV risulta negativa al DWV. La progenie di varroa può risultare vettore di virus, ma questo sembra essere largamente dipendente dal livello di infezione virale dell’ape, non da quello della varroa madre. La percentuale di varroe madri positive al virus DWV risulta sempre maggiore della percentuale di varroe figlie positive al virus in caso di ape infetta. Nessuna varroa figlia nata da celle con ape non infetta da virus risulta affetta dal virus stesso anche se la varroa madre è affetta da virus. Questo suggerisce in maniera molto forte che la progenie di varroa acquisisca il virus dall’ape ospite infetta e non dalla varroa madre.
E’ interessante notare che l’infestazione multipla della cella non provoca un aumento della probabilità di infezione virale dell’ospite rispetto a quanto avviene nelle celle infestate da una sola varroa.
La deformità alle ali nelle api nascenti è fortemente correlata ad alta presenza di DWV nell’ape (Bowen-Walker et al. 1999; Nordstrom et al. 2003) ed ai siti di replicazione virale ( Genersh ). La presenza della varroa fa aumentare la replicazione virale fino a parti del corpo dell’ape in cui il virus non arriverebbe in assenza di varroa ( Genersh).
Nello studio di Nordström, sia le varroe madri che la sua progenie immatura quasi invariabilmente hanno acquisito un’alta quantità di DWV nei casi in cui l’ape che le ospitava è risultata nascere con le ali deformate.
Ciò suggerisce fortemente che le varroe che escono dalla cella insieme con l’ape con le ali deformate possiedono alta quantità di DWV. La quantità di virus DWV presente nella varroa madre può allora essere originata sia dall’ape che nasce con le ali deformate che da una precedente ape ospite.
In somma la presenza virale nella varroa può aumentare all’aumentare dei suoi cicli riproduttivi in funzione del livello di presenza virale nelle api ospiti. Viene pertanto ad essere facilmente comprensibile che la varroa porta alla moltiplicazione del carico virale presente nelle api e che di conseguenza questo deve essere mantenuto al più basso livello possibile per contenere i danni provocati dalla sua presenza, sia attraverso una accurata opera di selezione delle api regine che attraverso una adeguata condotta di igienizzazione dell’alveare.
Di conseguenza la problematicità del virus DWV, ovvero la sua virulenza sembra relazionata non alla presenza del virus stesso, ma alla quantità di virus presente. La riduzione di salute dell’ape ospite sembra tanto più consistente quanto più è alto il carico virale presente, il quale carico viene ad aumentare in seguito alla somma di diversi fattori che risultano coinvolti a spirale nello sviluppo sia dell’ape che della varroa.
La carica virale dell’uovo da cui nasce l’ape le deriva dal carico virale della regina, la quale lo può ricevere dai fuchi. La larva può poi aumentare il suo carico virale in conseguenza di nutrizioni effettuate da nutrici infette. La varroa alla sua nascita non sarebbe portatrice di carica virale se non quella eventualmente assorbita insieme all’emolinfa della pupa ( Nordstrom ) la quale pupa, quando infettata da virus, è l’inizio della spirale di infezione virale, prima della varroa e da qui, poi, potenzialmente di altre larve e altre varroe. Ad ogni ciclo riproduttivo, la varroa madre, può assumere altri virus dalla pupa che la ospita fino ad arrivare ad una carica virale in grado di risultare devastante per la larva e a quel punto anche trasmissibile con facilità alle varroe figlie.
Improbabile dunque la facile eradicazione della presenza del virus DWV, l’apicoltore dovrà cercare di mantenerne il più basso possibile il livello di presenza tenendo conto delle caratteristiche della sua veicolazione e moltiplicazione. La regina, essendo il primo elemento di diffusione dell’infezione, potrà essere sostituita ai primissimi sintomi di problematiche. La sostituzione tardiva, quando diviene alto il carico virale delle nutrici, per quanto utile, non porta risultati immediati, dal momento che a quel punto la veicolazione orizzontale risulta notevole e decisiva. La riduzione del carico virale può essere ottenuta con adeguata disinfezione degli alveari.
Un aumento del numero di nutrici in corrispondenza di riduzione di numero della varroa ovvero il rimpiazzo delle nutrici con altre più giovani sperabilmente più sane (le giovani “ spostano” le vecchie ad altri compiti dell’alveare), ottenibile da adeguata stimolazione pollinica (che è il contrario di quello che si fa col blocco di covata) può portare ad una differente dinamica di nutrizione della covata e ad un minore apporto virale alla covata per via orizzontale arrivare ad avere nutrici non infette è fondamentale per ridurre la trasmissione orizzontale del virus e allevare covata relativamente sana.

La carica virale sulla varroa, oltre che relazionata con la quantità presente nella pupa, sembra essere anche in relazione alla quantità di cicli riproduttivi svolti dalla varroa stessa su covata infetta. Una alta carica virale nella varroa madre crea maggiori problemi alla ape nascente e aumenta la probabilità di trasmissione di virus alle varroe figlie, aumentando di conseguenza il numero di varroe portatrici di virus. Non si dovrebbe perciò consentire alla varroa di invecchiare troppo e ciò si ottiene con trattamenti periodici durante tutto il corso dell’anno (inverno-primavera-estate) a seconda del livello di problematica. Di consistente rilevanza la constatazione che DWV si riproduce nello stomaco dell’ape adulta (e potrà essere scaricato insieme a feci nell’alveare per infettare o aumentare la carica virale di altre api). Non vi è ancora evidenza scientifica, ma si può facilmente ipotizzare che la sua presenza faciliti la replicazione del nosema ceranae (la cui virulenza varia da regione a regione) e che gli effetti della contemporanea presenza dei due patogeni possano essere ben più pesanti delle singole infezioni.

Savorelli Gianni – Prodotti per apicoltura
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