sabato , 2 Maggio 2026

Relazioni tra i trattamenti varroacidi e la prevalenza virale

Thompson e altri proprongono un interessante filone di riflessione e indagine. Le api indebolite a livello immunitario dalla varroa e dal Nosema cerane si trovano a essere esposte agli effetti subletali delle tossine utilizzate per i trattamenti alla varroa stessa, oltre che ai fitofarmaci presenti nell’ambiente.
Questa esposizione può indebolire ulteriormente api già deboli ed esacerbare l’infezione virale con effetto domino. Sensazioni parallele vengono provocate dal lavoro di Antunez che verifica come il Nosema ceranae riduca a sua volta l’efficienza del sistema immunitario dell’ape. Potrà di conseguenza essere problematico per l’ape così indebolita resistere ai fitofarmaci presenti nell’ambiente e agli effetti subletali dei trattamenti effettuati dall’apicoltore .Dunque la prima necessità diventa il contenimento di virus e N.ceranae.
VANENGELSDORP e altri hanno verificato l’effetto sulla permanenza virale di trattamenti antivarroa. Ne è risultata la conferma che a seguito del trattamento e della conseguente eliminazione di varroa non sia nessuna riduzione nell’immediato della quantità presente di virus DWV ( usato come studio ) e nemmeno nelle quattro settimane successive.
L’unica riduzione osservabile avviene in conseguenza della precoce morte delle api più infette ,che risultano avere una aspettativa di vita notevolmente accorciata. L’aspettativa di vita risulterà correlata al livello di infezione della singola ape che risulta estremamente variabile da un soggetto all’altro.
Il fatto che di nuovo arrivi la conferma che i trattamenti per uccidere la varroa per quanto efficaci siano non diminuiscono il carico virale fa si che non si possa che ribadire il concetto che la rimozione degli acari in tarda estate non ha, nel caso di alta infezione virale,un effetto risolutivo in positivo.

E’ per converso molto pesante il dubbio che l’effetto di indebolimento dell’ape di taluni trattamenti possa al contrario permettere una maggiore diffusione virale. I virus rimasti dopo il trattamento potranno comunque continuare a produrre danni alla nascente covata di api invernali con loro riduzione dell’aspettativa di vita e conseguenti spopolamenti invernali . I dati di questo studio suggeriscono trattamenti di inizio e mezza stagione per prevenire l’amplificazione del virus DWV e gli effetti avversi che esso provoca.

Ricapitolando lo scenario decisamente pesante:
  1. I fuchi trasmettono i virus alle regine che fecondano, le quali li trasmettono a tutta la famiglia, fuchi della stessa compresi( che infetteranno altre regine ). Questo porta ad una prima considerazione:nelle famiglie che presentano elevati sintomi di varroasi e perciò verosimilmente anche di presenza virale elevata, si dovrebbe provvedere alla sostituzione della regina con una esterna all’alveare cercando di abbassare in questo modo la presenza virale. A maggior ragione tali sostituzioni dovrebbero essere effettuate dagli allevatori di regine , che rischiano di far fecondare le regine allevate da fuchi infetti da virus . Si ha come conseguenza che quando si alleva o acquista una regina, si può immettere nell’alveare una carica virale più o meno alta,che potrà avere parecchio peso sul risultato della lotta alla varroa.
  2. le scorte contenute nei favi possono risultare contaminate da virus. Dunque, il regalare i favi di famiglie che hanno avuto problemi di varroasi sembra verosimilmente un azione di diffusione virale verso le famiglie che li ricevono.
  3. il ruolo della varroa nell’attivazione delle infezioni virali latenti è certo e determinante. Dunque è assolutamente necessario mantenerla ai più bassi livelli di presenza possibili. La scienza ci insegna cosa si é finora sbagliato o sottovalutato e cosa deve essere migliorato a livello di gestione sanitaria degli alveari.
Alla luce di questi elementi non sembrerebbe proprio il caso di prendere sottogamba i primissimi sintomi di virosi . Anziché lasciar passare ancora diverse settimane prima di effettuare il trattamento non dovrebbero essere lesinate risorse per sgominare ceppi di varroa altamente adatti alle proliferazione virale. E’ il lasciarsi sfuggire di mano il controllo di queste situazioni ; con la successiva più che probabile deriva di queste varroe verso altre famiglie e altri apiari che va a creare situazioni difficilmente gestibili.
Sembrerebbe anche che una famiglia di api che presenta sintomi virali sia geneticamente debole nei confronti di questi ovvero I virus riescono a moltiplicarsi tanto di più se le difese immunitarie sono deboli. E queste si indeboliscono se l’ape mangia poco e male per quel che riguarda il cibo proteico proveniente dal polline.
Si è detto di come sia ragionevole procedere alla sostituzione delle regine ai primi sintomi di virosi. In aggiunta sembra sempre più necessario fare quanto umanamente possibile per ridurre la presenza e la diffusione dei virus che, vale la pena ripeterlo un’altra volta , sono la vera causa di parecchie problematiche degli alveari,anche perchè i virus non si riducono di numero immediatamente dopo i trattamenti antivarroa.

Occorrono parecchie settimane e ricambio di api.

Altri vettori di virus delle api
Celle e al. spiegano che il virus della paralisi cronica (CBPV) è stato rinvenuto per la prima volta in due specie di formiche: Camponotus vagus e Formica rufa oltre che nella Varroa destructor.

I risultati propongono una nuova via di diffusione dell’infezione e nuovi siti di persistenza virale.

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