sabato , 14 Febbraio 2026
Una spiegazione scientifica della sosta delle api durante la sciamatura
Api raggruppate in attesa delle esploratrici. Foto di Pasquale Angrisani.

L’Ape di città

Da qualunque parte la si voglia vedere le notizie non sono purtroppo confortanti: “il pianeta terra continua a perdere api ad un ritmo sconcertante oltre che allarmante”. Vuoi per uno smodato uso di pesticidi praticato in agricoltura, vuoi per una impossibilità ad ottenere un perfetto controllo sulla infestazione da varroa, cosa questa che determina un indebolimento delle famiglie con conseguente comparsa di sovra infezioni devastanti da parte di patogeni altrimenti ben controllati, vuoi per la presenza di questa sindrome da spopolamento degli alveari e vuoi per altro ancora; ma noi, noi che abbiamo a cuore il destino delle nostre “tenere apette” potremo mai rassegnarci ad un mondo senza di loro? Storicamente però, quando i nostri gesti vanno inconsapevolmente al di là delle nostre intenzioni spesso capita che riusciamo a creare qualche cosa di positivo, qualche cosa in grado di contribuire ad invertire la rotta di un destino già drammaticamente segnato; a mio modesto avviso questa inversione di rotta ce la stiamo guadagnando con “l’invenzione” dell’apicoltura urbana.

maurizio1Questa pratica innovativa si è rivelata, probabilmente senza che ce lo aspettassimo, una mossa vincente in grado di aiutare le api a rimanere in piena efficienza, in grande forza, in ottima salute, insomma una pratica molto utile per la salvaguardia e la sopravvivenza di questo insetto importantissimo per l’ecosistema ambientale e per la nostra esistenza. Si sa, per noi apicoltori il rapporto con le api, agli albori della nostra carriera, è un rapporto di sospetto e circospezione che si trasforma gradualmente in un rapporto di stima e rispetto fino a sfociare, una volta ben conosciuta la docile natura delle stesse, in un rapporto di intenso e profondo amore da condividere con tutti i membri della famiglia affinché anch’essi entrino in perfetta sintonia con le nostre “tenere amanti”. Anch’io, medico per vocazione ed apicoltore per profonda passione, non sono sfuggito a questo inesorabile destino.

Così dopo aver impiantato il mio primo minuscolo apiario di ben “due” alveari nella casa di campagna ad una distanza di buona sicurezza dai muri perimetrali dell’abitazione, quasi a volermi proteggere da attentati alla integrità fisica mia e di tutti i miei familiari, con il tempo ho capito che forse era più saggio difendersi dagli umani piuttosto che non dalle api; quindi il mio iniziale rapporto di sospetto e timore nei loro confronti si è trasformato in un rapporto di stima e rispetto osservando la loro laboriosità e la loro splendida capacità organizzativa, per poi sfociare alla fine in un sentimento di “profondo amore”. Ecco allora nascere in me l’esigenza di poter condividere una maggior parte del mio tempo libero insieme alle mie “amate amichette” e quale soluzione migliore, per raggiungere questo scopo, avrebbe potuto esserci se non quella di trasportare un nuovo nucleo dalla campagna al giardino della mia casa di città? Sulla base di questo azzardato principio ho introdotto, quasi furtivamente e con forte preoccupazione per la paura delle conseguenze che questo “irresponsabile” gesto avrebbe potuto riservarmi, un alveare nel cuore di Sesto San Giovanni, mia città residenziale.

 Da subito ho avuto modo di accorgermi di come la forza di questo nuovo piccolo nucleo, trasportato dalla collina in città, andasse aumentando tanto che nel giro di ben poco tempo ho dovuto provvedere a sostituire l’arnietta porta sciami con una vera e propria arnia. La famiglia lavorava i fogli cerei dei nuovi telai, che via via andavo ad introdurre, con una velocità impressionante e nell’arco di un breve periodo l’arnia si era ben popolata e la famiglia era pronta per andare a melario. Le bottinatrici, di giorno in giorno sempre più numerose, si levavano in volo freneticamente, incessantemente ed instancabilmente dalle prime luci dell’alba fino al comparire del crepuscolo.

La forza crescente di questo sciame la si poteva percepire, come un senso di intenso magnetismo, già a qualche metro di distanza dall’alveare. La mia grande meraviglia è stata proprio quella di constatare come la capacità di crescita, la forza, l’efficienza, l’ottima salute, la laboriosità di questo nucleo piazzato in un piccolo giardino fra asfalto, cemento ed alti palazzi fosse di gran lunga superiore a quella delle famiglie che allevavo ed allevo in una ridente località lariana “sospesa” 500 metri al di sopra di “ quel ramo del lago di Como” e dispersa fra campi di foraggio e boschi di tiglio, sambuco, rubigna, ciliegi selvatici, betulle, rovi, noccioli, larici e castagni.

maurizio2Il mio grande stupore è stato invece quello di vedere la quantità del miele stivato nei melari durante la stagione del raccolto, quantità di gran lunga superiore rispetto a quella raccolta in collina, e con un miele, fra l’altro, di ottima qualità. Sulla scia di questa esperienza positiva ho introdotto altri tre alveari in “città” avendo la conferma che l’apicoltura urbana permette di allevare famiglie più sane, più forti, più laboriose e più produttive.

Facendo analizzare il miele raccolto ho scoperto che per le api; fra strade, palazzi e cemento delle nostre città, si insinua una foresta ricca di pascolo e di una grandissima biodiversità ed alle bottinatrici altro non resta che scegliere se raccogliere polline e nettare da: “ vite del Canadà, spino di Giuda, trifoglio bianco, ginestrino, cinquefoglio, ligustro, rovo, lampone, sofora, drupacee del gruppo del ciliegio, spina santa, albero delle farfalle, erba viperina, magnolia, tiglio, castagno, ailanto, tarassaco, ulivo, graminacee, cipresso, tasso e piantaggine”.

Da questa mia positiva esperienza posso sicuramente dedurre che allevare api in città consente di avere famiglie più forti, più sane, più longeve e di garantir loro un miglior futuro ed una migliore sopravvivenza; tuttavia questa non deve e non può proporsi come la soluzione alternativa al problema della sparizione delle api, ma può eventualmente essere un indirizzo temporaneo nell’attesa che gli agricoltori sviluppino una adeguata coscienza ecologista e si rendano conto che l’uso smodato e massivo dei pesticidi nelle campagne non giova ne a loro ne all’ambiente.

Parallelamente mi sono anche accorto che portare degli alveari in città produce vantaggi oltre che per le api anche per i cittadini che si ritrovano ad avere giardini e terrazzi ricchi di rigogliose fioriture grazie all’instancabile lavoro di questo preziosissimo insetto oltre che, eventualmente, regalar loro la possibilità di procurarsi del buon miele a “ chilometri zero”.

Il lavoro più duro di tutta questa operazione, soprattutto dopo una sciamatura, è stato, forse, quello di far comprendere al vicinato come le api facciano “più miele che male”, ma con qualche “affascinante” racconto sulla vita sociale e sulla vita organizzativa degli abitanti dell’alveare e, perché no, anche con qualche vasetto di miele penso di esser riuscito a completare perfino questa titanica impresa. E’ così che, inginocchiandomi al fianco di una delle mie arnie urbane, ho pensato: “ma noi, noi che abbiamo a cuore il destino delle nostre tenere apette abbiamo una missione speciale da compiere ossia trattare con grande amore e con il massimo rispetto, per garantir loro il miglior benessere possibile, gli animali che abbiamo deciso di prenderci in custodia ed allo stesso tempo abbiamo l’obbligo di impegnarci nel diffondere il principio che un mondo senza api non potrà mai essere un mondo sostenibile”.

Maurizio Ghezzi

Info Redazione

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