giovedì , 18 Luglio 2024
Acherontia atropos L. (Foto Didier Descouens)

La sfinge testa di morto, un predatore del miele

Proseguendo nell’esposizione dei nemici dell’alveare, vogliamo questa volta porre l’attenzione su un bellissimo insetto chiamato Acherontia atropos L., conosciuto anche col nome di «sfinge testa di morto», termine che gli deriva dalla particolare colorazione del torace su cui si riconosce il disegno di un teschio umano. Questo lepidottero, appartenente alla famiglia degli sfingidi, è ben noto da sempre agli apicoltori che operano in territori con clima mediterraneo.

A molti altri allevatori risulterà invece del tutto sconosciuto, ed è per questo che ne parliamo anche se i danni da esso provocati sono, fortunatamente e salvo rari casi, molto contenuti. Acherontia atropos (in alcuni libri di apicoltura, anche recenti, e ancora denominata Sphingx atropos) ha un corpo che può raggiungere una lunghezza di oltre 5 cm, e un’apertura alare fino a 13,5 cm. Le ali anteriori, bruno scure e più grandi, sono strette e con angolo apicale piuttosto appuntito; quelle posteriori sono giallastre con due evidenti fasce trasversali brune. Gli adulti hanno abitudini notturne e già dal crepuscolo compiono veloci voli durante i quali si pongono alla ricerca degli alveari. La dieta alimentare è basata su soluzioni zuccherine che le farfalle ricercano anche su vegetali. La spiritromba molto corta (la spiritromba è un organo peculiare dei lepidotteri che consiste in una sorta di «proboscide» atta a suggere i liquidi, che in condizioni di riposo viene tenuta avvolta o ripiegata sotto il capo), non risulta funzionale a succhiare il nettare dai fiori, ma nella nostra farfalla è però bene sclerificata e tanto robusta da permettere di rompere gli opercoli del miele di cui è golosa.

La distribuzione geografica di questo «commensale» delle api è molto ampia; in Europa è stato segnalato dai Balcani alla Francia meridionale. Occasionalmente sono state ritrovate anche nei Paesi settentrionali numerose crisalidi, così da far ritenere un suo adattamento anche in climi considerati non ideali.

La sfinge testa di morto, un predatore del miele
Foto di Thomas Schaff

Il ciclo biologico inizia con la deposizione di uova su diverse piante ospiti come pomodoro, patata o melanzana, ma sembra che non disdegni deporre anche su carota, oleandro, ulivo, barbabietola e fragola. Dalle uova si sviluppano grosse larve fitofaghe dai colori vivaci, facilmente riconoscibili per un «cornetto» posto sull’estremità caudale.

Le larve sono anche caratterizzate da un portamento tipico chiamato «posizione a sfinge» che esse assumono alzando la parte anteriore del corpo quando vengono disturbate. Dopo l’incrisalidamento, che avviene in estate, appaiono gli adulti che sono attivi fino all’autunno. Le farfalle sono attirate dagli alveari e dopo esservi penetrate vi permangono pochi minuti per cibarsi di miele. Di solito i danni sono minimi quando sono presenti uno o pochi individui; quando gli intrusi sono molto numerosi (Borchert cita la comunicazione di un apicoltore italiano che ha catturato in un solo apiario ben 240 farfalle), il disturbo all’organizzazione della famiglia può essere sensibile e provocare eccitazione delle api, la perdita della regina o addirittura l’abbandono del nido. Quasi sempre le farfalle riescono ad uscire dall’alveare sfuggendo alle punture delle api, grazie al loro robusto scheletro chitinoso.
A volte una puntura bene assestata uccide l’intruso che cade sul fondo; le operaie, non potendo allontanare il pesante insetto, iniziano subito la sua demolizione asportandone dapprima le numerose piccole squame colorate che ne ricoprono il corpo, successivamente «il predone» viene svuotato degli organi e rivestito infine di propoli: è in questo stato di mummificazione che si ritrovano le farfalle durante l’autunno o la primavera successiva.

Un altro curioso comportamento, presumibilmente di difesa messo in atto dalle farfalle quando sono raccolte in una mano, consiste nell’emissione di un suono, una sorta di «eri» emesso da un’apposita struttura della faringe.

Contro questo insetto che è da considerarsi più un intruso che un parassita, non si attua di solito una vera lotta, limitandosi al suo controllo con l’impedirne l’entrata negli alveari lasciando, anche in estate, una normale griglia dentata che riduce le dimensioni dell’ingresso. In casi di forti infestazioni si può procedere all’allestimento di semplici trappole. Alla sera, dopo aver ristretto le entrate delle arnie con la solita griglia, si dispone una scatola contenente del miele accanto agli alveari. Nella scatola si pratica un foro di 15-20 mm, applicando all’interno una struttura ad imbuto, così da costruire una specie di nassa: le farfalle, attirate dal miele, vengono così facilmente intrappolate.

Dott. Angelo Sommaruga
Fonte: L’Ape nostra Amica anno X n.5

Info Redazione

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