Recentemente è stata osservata la sopravvivenza di alveari non trattati contro la varroa: questo fenomeno è stato riscontrato sia in famiglie in parte abbandonate, sia in molti sciami selvaggi che sono in grado di sopravvivere da un anno all’altro.
Le ipotesi sulle ragioni di questa capacità sono diverse, compresa quella relativa alla dimensione delle cellette. In effetti, nelle colonie selvatiche le celle sono più piccole a quelle costruite sui normali fogli cerei prestampati; inoltre non avviene la regolare sostituzione dei favi, per cui col tempo le cellette si restringono ulteriormente e tendono ad arrotondarsi a causa dell’accumulo di esuvie larvali, attenuando anche l’originaria struttura esagonale.
In questo modo diminuisce lo spazio utile per la larva e la successiva ninfa, ma al tempo stesso sembra aumentare il disturbo verso le nuove generazioni di varroa.
Alcuni studi hanno evidenziato come la femmina fondatrice di varroa ha bisogno di un certo spazio per riuscire ad aggrapparsi alla ninfa di ape allo scopo di nutrirsi, e per organizzare lo sviluppo della prole.
Aumenta inoltre anche il rischio che la preninfa d’ape, con i suoi movimenti, danneggi le uova dell’acaro: la femmina fondatrice tende a deporre il primo uovo, quello apolide da cui avrà origine l’unico maschio, al riparo in uno dei vertici superiori dell’esagono.
Se la celletta è arrotondata l’uovo, rimane meno protetto, aumentando cosi le possibilità che sia danneggiato questo stadio essenziale per la continuazione del ciclo biologico della varroa.
Nella cera vecchia sembra sia inoltre presente un fattore chimico di disturbo, com’è stato già accertato per Acarapis woodi. Le cui colonie si sviluppano molto più velocemente su cera nuova.
Apicoltore Moderno