venerdì , 19 Luglio 2024
Miele, il 2021 amaro degli apicoltori siciliani. “Intere produzioni azzerate”
Foto di Michael Strobel da Pixabay

Miele, il freddo fa crollare la produzione dell’80% rispetto al 2022

Basse temperature e siccità hanno compromesso la campagna primaverile. Import in continua crescita, ma secondo la Ue il 46% è a rischio adulterazione, Le api sono il primo indicatore dei cambiamenti ambientali.

Albert Einstein sosteneva che «se l’ape scomparisse dalla faccia della terra, all’uomo non resterebbero che quattro anni di vita». Minacciate dalla crisi climatica e dai trattamenti per le sementi in agricoltura a lungo considerati responsabili della morìa delle api in Europa, queste ultime restano uno dei principali indicatori dello stato di salute dell’ambiente.

Quest’anno il freddo anomalo seguito alla lunga siccità ha compromesso la produzione di miele primaverile (che rappresenta la grande maggioranza) con un crollo stimato fino all’80% sul 2022. Un dato che si confronta con una produzione dello scorso anno di 23.500 tonnellate, in crescita sul precedente ma largamente al di sotto delle potenzialità che nell’ultimo decennio si sono ridotte del 23 per cento.

Pioggia e vento hanno rovinato i fiori e impedito alle api di volare facendo crollare le produzioni negli 1,5 milioni di alveari italiani curati da circa 73mila “pastori delle api” in tutto il paese.

«La produzione primaverile è quella principale perché andando avanti le fioriture si riducono – spiega Lorenzo Bazzana, responsabile economico della Coldiretti ed esperto del settore – con il passare dei mesi si alza la quota produttiva, la stessa tipologia di pianta fiorisce prima in pianura che in collina e montagna, anche se con il cambiamento climatico questa differenza si sta assottigliando».

Le oltre 60 varietà nazionali sono prodotte in una filiera corta caratterizzata nella maggior parte dei casi da apicoltori che invasettano e commercializzano il miele. «Tanto è vero che – sottolinea Bazzana – è uno dei settori con la più alta percentuale di vendita diretta. In fondo si tratta di un prodotto trasformato. Sfruttando la costanza floreale delle api molti apicoltori ottengono un miele monovarietale, come quello di acacia, castagno e tiglio; quando le api vanno a impollinare fiori diversi c’è il millefiori. Chi fa nomadismo si sposta per seguire le fioriture e fare una seconda raccolta».

Ben 3 colture alimentari su 4 dipendono in parte, per resa e qualità, dall’impollinazione dalle api. Tra queste ci sono, secondo la Fao, mele, pere, fragole, ciliegie, cocomeri e meloni. Le api domestiche e quelle selvatiche sono responsabili del 70% della riproduzione di tutte le specie vegetali.
Negli ultimi anni, dopo lunghi dibattiti e studi d’impatto, la Commissione europea ha introdotto una serie di divieti sui cosiddetti neonicotinoidi, i concianti per le sementi del mais considerati responsabili dell’eccezionale morìa di api in Europa.

«Il problema di questo tipo di trattamenti – spiega ancora Bazzana – è la scarsa aderenza al seme e la diffusione nell’ambiente circostante. Ma più in generale oggi la principale minaccia è la crisi climatica, che si aggiunge alle malattie conseguenti ai possibili trattamenti sbagliati e ai nuovi parassiti che sono venuti fuori, dall’aethina tumida alla vespa vellutina, a conferma che l’ape resta il primo indicatore dei cambiamenti ambientali».

Intanto il calo della produzione nazionale ha lasciato sempre più spazio all’import, cresciuto del 12% nel 2022 con oltre 26.500 tonnellate, ben oltre metà dei consumi, provenienti – denuncia la Coldiretti – anche da paesi che non sempre brillano per trasparenza e sicurezza alimentare. Con gli arrivi dalla Turchia cresciuti del 146%, dalla Cina del 66%, dalla Romania del 134% e dall’Ucraina dell’83 per cento.

Secondo un’indagine della Commissione europea su campioni importati fra il 2021 e il 2022, il 46% (quasi 1 su 2) è sospettato di adulterazione, con il numero assoluto più alto fatto registrare dalla Cina (74%), quello dei campioni sospetti (93%) dalla Turchia e i “dubbi” (100%) dal Regno Unito. Questo probabilmente perché, sostiene la Coldiretti«si tratta di miele prodotto in altri paesi e ulteriormente miscelato».

Il miele prodotto in Italia – dove se ne consuma circa mezzo chilo pro capite all’anno, sotto la media europea di 600 grammi, un terzo rispetto alla Germania – è riconoscibile attraverso l’etichettatura d’origine obbligatoria. La parola Italia deve essere presente per legge sulle confezioni di miele raccolto interamente sul territorio nazionale, mentre nel caso in cui provenga da più paesi Ue l’etichetta deve riportare l’indicazione «miscela di mieli originari della Ue» indicando il nome dei paesi; se invece proviene da paesi extraUe dev’esserci la scritta «miscela di mieli non originari della Ue» con il nome dei Paesi, mentre se è un mix va scritto «miscela di mieli originari e non originari della Ue».

di Alessio Romeo
Fonte: il sole 24 ore

Info Redazione

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