lunedì , 15 Aprile 2024
Vespa orientalis e Vespa velutina
Vespa orientalis, il calabrone orientale. FOTOGRAFIA DI ASakoulis/SHUTTERSTOCK

Vespa orientalis e Vespa velutina

La diffusione di queste due specie di calabrone in Italia ha creato allarmismi e preoccupazione. Ma quanto sono pericolose? E soprattutto quali azioni dobbiamo intraprendere se troviamo un nido all’interno delle nostre abitazioni?

La Vespa orientalis, detta anche calabrone orientale, sgomenta gli italiani che non riescono a riconoscerla. Le notizie rimbalzano sempre più allarmate e confuse: l’arrivo di una nuova specie da temere nelle nostre città spaventa. A Roma in particolare, ma anche a Grosseto, Firenze, Trieste, Genova e in tutto il Sud. Molte persone temono l’arrivo del famigerato calabrone gigante giapponese, Vespa mandarinia, altre semplicemente si spaventano alla vista di una grossa vespa e ne temono il pungiglione (anche grazie alla stampa allarmistica), altri la confondono con la più piccola Vespa velutina.

La verità è che il calabrone orientale in Italia c’è sempre stato, ma solo nel Meridione, dalla Campania in giù e in Sicilia, oltre a essere distribuito in Asia (dalla Turchia all’India e a nord sino al Kazakistan), in Nord Africa, nei Balcani, a Cipro, a Creta e a Malta. Non si tratta quindi dell’arrivo improvviso di una nuova specie invasiva arrivata da lontano, ma di una semplice espansione naturale, verso nord, complici i cambiamenti climatici. “L’epiteto specifico ‘orientalis’”, spiega a National Geographic Roberto Ritrovato, ricercatore indipendente specializzato nello studio delle vespe, “sembra proprio implicare che sia l’ennesimo insetto venuto a invaderci dall’Asia, ma ciò non è assolutamente vero. Il nome della specie non allude alla sua provenienza, ma alla località nella quale furono raccolti gli esemplari sui quali Linneo si basò per descrivere la specie nel 1771”.

Vespa orientalis e Vespa velutina: cosa sappiamo sull'invasione dei calabroni in Italia
Vespa velutina, detta anche calabrone asiatico o calabrone dalle zampe gialle. FOTOGRAFIA DI Wirestock Creators/SHUTTERSTOCK

Del resto le specie si spostano continuamente e in Italia ce ne sono anche altre il cui areale è in espansione come sciacalli, lupi, fenicotteri e anche pesci che arrivano sino alle nostre coste dallo stretto di Suez, come i pesci palla. “Secondo alcuni”, continua Ritrovato, “è possibile che Vespa orientalis sia stata portata da noi tramite commercio navale al tempo dei Fenici, circa 3000 anni fa, ma la tesi preponderante è che sia una specie trans-adriatica, giunta da noi in modo naturale in epoca preistorica, probabilmente durante uno dei tanti episodi di prosciugamento del Mar Adriatico. In ogni caso è presente nel Sud Italia almeno da millenni, per cui è da considerarsi autoctona in ogni senso del termine”.

“Ben diversa è la storia di Vespa velutina”, spiega Rita Cervo, professore associato del Dipartimento di Biologia dell’Università di Firenze, “arrivata con le merci dal Sud-Est asiatico nel Sud della Francia nel 2004 per poi espandersi da lì in Portogallo, Spagna, Belgio, Germania e Italia, dove al momento sembra presente solo in Liguria, Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna. Esistono 22 specie di calabroni in Eurasia, e tutte hanno un potenziale invasivo. Vespa orientalis per esempio è invasiva in Cile, mentre Vespa crabro, il nostro calabrone europeo, è invasivo in Sardegna, dove è arrivato nel 2012 tramite le merci”.

A conti fatti al momento ci ritroviamo in Italia con ben tre specie di vespe molto grandi e potenzialmente in competizione tra loro: il calabrone europeo, che è sempre stato presente in tutta la penisola, il calabrone orientale, in espansione dal Sud della penisola, e Vespa velutina, detta comunemente calabrone asiatico o calabrone dalle zampe gialle, alloctona. Distinguerle, se si sa cosa osservare, non è difficile: il calabrone europeo è bruno con l’addome e la fronte giallo chiaro, alcune bande nere ed è lungo sino a 4 cm; il calabrone orientale ha le stesse dimensioni ma è rossiccio e ha solo una banda gialla sull’addome, oltre alla fronte; il calabrone asiatico infine è più piccolo, nerastro, con le zampe gialle e una banda giallo-arancio sull’addome.

Per il cittadino tuttavia saper distinguere le tre specie può sembrare irrilevante, rispetto alla domanda essenziale: pungono?

Vespa orientalis e Vespa velutina: cosa sappiamo sull'invasione dei calabroni in Italia
Vespa crabro, il calabrone europeo. FOTOGRAFIA DI ThomasLENNE/SHUTTERSTOCK

Secondo Cervo “tendenzialmente non sono aggressive se non vengono disturbate nelle vicinanze del nido o salvo incidenti”. Tuttavia, rispetto a una vespa normale, inoculano più veleno per via delle dimensioni e questo aumenta la sensazione di dolore. Il veleno di tutti questi calabroni può avere effetti spiacevoli sull’organismo poiché è epatotossico, nefrotossico, può causare emolisi e spasmi muscolari. Per un adulto in buona salute tuttavia questo non è un problema, a meno che non sia stato aggredito da molti individui, e i sintomi ben presto scompaiono. Il problema insorge semmai in caso di reazioni allergiche al veleno in individui sensibili, che possono portare a shock anafilattico con conseguenze anche fatali, ma questo è un evento raro.

Fortunatamente, secondo Ritrovato, il calabrone orientale si trova al limite nord del suo areale per cui forma colonie piccole, con una media di 100-200 individui, mentre in un nido di calabroni europei possiamo ritrovare anche 300 operaie. La sua espansione tuttavia è legata a un clima caldo e arido per cui “nella seconda metà degli anni ’60 un trend di raffreddamento climatico che colpì l’Europa meridionale causò la completa sparizione di Vespa orientalis da città come Roma, Split e Skopje, tutte aree nelle quali era precedentemente segnalata. Le recenti ondate di caldo favoriscono tuttavia l’espansione del calabrone orientale, in particolare nelle aree urbane soggette all’effetto isola di calore, che tende a rendere le città più grandi alcuni gradi più calde rispetto alla campagna circostante. L’espansione delle aree urbane ha facilitato la risalita di Vespa orientalis lungo lo stivale, anche aiutata dal trasporto accidentale umano, tramite il quale essa “salta da un’isola di calore all’altra”. Ma che fare se ci si ritrova accidentalmente in casa, per esempio nel vano delle tapparelle o nel solaio, un nido di calabrone?

“I Vigili del fuoco intervengono solo se il nido costituisce un pericolo per l’incolumità pubblica”, spiega Rita Cervo. “I privati devono purtroppo chiamare le ditte di disinfestazione, che applicano prezzi sempre più alti per via della domanda in aumento. In Toscana tuttavia l’amministrazione regionale ha attivato un progetto di gestione e monitoraggio di Vespa velutina che prevede la distruzione dei nidi grazie alla collaborazione degli apicoltori, che sono direttamente interessati ad arginare il problema. Questo dovrebbe aiutare a calmierare i prezzi per favorire le segnalazioni dei nidi e quindi il controllo alla diffusione della specie. A questo scopo, da tempo, abbiamo creato il sito stopvelutina.it, in modo da poter ricevere le segnalazioni dei cittadini”.

Vespa orientalis e Vespa velutina: cosa sappiamo sull'invasione dei calabroni in Italia
Nido di calabrone orientale in un infisso. FOTOGRAFIA DI Phasut Waraphisit/SHUTTERSTOCK

Il problema dei nidi tuttavia dovrebbe ridursi con l’arrivo dell’inverno, poiché vengono abbandonati e non riutilizzati l’anno successivo, per cui possono essere facilmente rimossi. È importante semmai segnalarli e rimuoverli in primavera, quando le colonie sono ancora piccole, per limitare la diffusione di queste specie, soprattutto in aree urbane, dove possono costituire un problema sanitario.

L’altro inconveniente costituito dal calabrone orientale e dalle altre specie simili è che le larve, a differenza degli adulti che si nutrono di sostanze zuccherine, sono carnivore e mangiano principalmente insetti, soprattutto le api, cacciate per loro dalle operaie: questi imenotteri infatti possono costituire un serio problema per l’apicoltura. In oriente le specie asiatiche di api da miele adottano un insolito meccanismo di difesa, formano una “palla” di api intorno al calabrone e, facendo vibrare le ali, scaldano i muscoli del torace. Il calore prodotto dall’attività muscolare può arrivare a 47°C e, insieme all’anidride carbonica emessa, è in grado di uccidere il calabrone in circa 30 minuti. In Europa continentale tuttavia le api mellifere sono meno capaci di difendersi in questo modo, forse perché sinora hanno dovuto convivere solo con Vespa crabro che, a differenza degli altri calabroni, non è specializzato nel cacciare api. Di conseguenza soccombono più facilmente, soprattutto quando il nido subisce un attacco da parte di molti calabroni. Le api vengono di solito catturate in volo e subito decapitate e smembrate. Il torace, ricco di muscoli e quindi di proteine, viene masticato e ridotto a un bolo con cui vengono nutrite le larve. Anche i docili bombi soccombono all’attacco dei calabroni, almeno del calabrone asiatico, ma è stato recentemente scoperto che anche loro sono in grado di difendersi: se presi in volo si lasciano cadere per terra e l’impatto li “sgancia” dalla morsa del predatore, o almeno questo dà il tempo al bombo per attivare il pungiglione.

Malgrado tutto, a densità sufficientemente alte, il calabrone orientale, (così come quello asiatico), può esercitare sulle api da miele una pressione predatoria molto intensa. In base ai pochi dati attualmente a disposizione, pare tuttavia che questo sia per ora un problema limitato a Sicilia e Campania. Sicuramente in futuro sempre più città del Centro-Nord verranno raggiunte da questa specie, creando dal Lazio in su una distribuzione a macchia di leopardo che salta le aree più rurali e le zone troppo umide o troppo fredde, come le Alpi. Rimane da vedere come e se le tre specie di calabroni riusciranno a coesistere con noi.

Lisa Signorile
Fonte: nationalgeographic

Info Redazione

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