martedì , 12 dicembre 2017
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Api intente a ventilare sul predellino di volo

Il ronzio delle api

Leggendo «Nel Mondo delle api» di Karl von Frisch, si resta meravigliati per le infinite geniali osservazioni di questo Premio Nobel e si comprende come dalla sua scuola siano usciti discepoli, come Lindauer, che hanno continuato l’opera del maestro con mirabile costanza e con sorprendenti intuizioni che ci hanno permesso di penetrare più a fondo nei misteri della vita delle api e di altri insetti.

Questi scienziati ci dimostrano come l’amore per la natura, la paziente osservazione e l’ostinata sperimentazione, possano raggiungere mete che non sembravano possibili per l’intelligenza umana.

Riflettendo sugli aspetti pratici delle loro scoperte, mi pare che alcuni movimenti e ancor più i vari toni del ronzìo possano guidare l’apicoltura nei suoi interventi richiesti da una razionale coltivazione.

Incomincio col ronzìo emesso dall’alveare orfano.

L’ orfanità può essere iniziata da pochi minuti, come quando si leva un melario e si mette in disparte per lavorare nel nido. Dopo dieci minuti o poco più, le api che si trovano nel melario, emettono un forte ronzìo di richiamo con la ghiandola di Nasanoff ben visibile. Rimesso il melario sopra il nido, il ronzìo cessa immediatamente. Anche le api d’un favo senza regina tolto dal nido e messo in disparte, si comportano allo stesso modo, e rimesso il favo nel nido emette un forte ronzìo per pochi secondi, quasi per annunziare che hanno ritrovato la loro famiglia, poi riprendono tranquille il normale lavoro e ronzìo.

Se mancano tali larve il ronzìo è più forte, le api sui favi, invece di eseguire i lavori normali, muovono le ali a intermittenza e viaggiano continuamente. Battendo le nocche su d’una parete dell’arnia si ottiene un suono prolungato e lamentoso che si distingue facilmente dal ronzìo emesso da un’ alveare normale, con regina feconda. È utile che l’apicoltore acquisti certezza nel distinguere le varie situazioni. Si raggiunge questo scopo confrontando all’occasione alveari che sono orfani con altri normali.

L’occasione si  può anche provocare artificiosamente prelevando da un alveare il favo che contiene la regina con i favi di covata con larve, e portando il nucleo così formato a qualche metro di distanza, lasciando il nucleo orfano sul posto.

Ape regina marcata in azzurro

Dopo circa mezz’ora le api orfane si metteranno in agitazione, cercheranno la regina correndo sui favi e sulle pareti, denunciando chiaramente lo stato anormale.

Invece il nucleo con la regina sarà calmo, e gradualmente perderà le bottinatrici che nel ritorno dai pascoli andranno al vecchio posto, dove troveranno le sorelle nelle disperazioni per la perdita della regina e di ogni possibilità di allevarsene una. Riunendo dopo un’ora i due nuclei, si vedrà l’alveare calmarsi e riprendere i lavori.

La conoscenza del comportamento delle api orfane è sempre utile, ma lo è specialmente nei casi in cui si aspetta che una regina faccia il volo di fecondazione e inizi la deposizione di uova. Infatti la ricerca d’una regina vergine è sempre difficile, perché non ha l’addome sviluppato come la regina feconda, e non è accompagnata dalle nutrici che la sollecitano a deporre le uova. A proposito della ricerca della regina, consiglio di osservare attentamente le regine quando si vedono, per abituare l’occhio a riconoscerle, dai loro movimenti e dall’atteggiamento delle nutrici che le seguono.

È tuttavia necessario trattare con molta delicatezza le giovani regine, perché l’esagerazione nell’uso del fumo e i bruschi movimenti possono causarne il volo, con il conseguente pericolo delle perdite. E se per caso si vedesse la regina alzarsi dal favo, è opportuno restare fermi nella posizione che si aveva nel momento in cui la regina s’è alzata. Possibilmente si osserva la regina in volo e questa ritornerà sul favo da cui è partita o entrerà dalla porticina dell’alveare.

Se invece, attratta dal grande numero di api d’un alveare vicino, la regina entrasse in quello, sarebbe irrimedialmente perduta.

E ritorno al linguaggio delle api, incominciando dai suoni emessi dalla regina. Quasi tutti gli apicoltori conoscono il canto della regina vergine che annunzia il secondo sciame, chiamato per questo «sciame canoro». E conoscono anche il canto delle regine ancora chiuse nelle celle, che rispondono alla sorella già sfarfallata: un canto dal suono reso opaco dalle pareti della cella che  non permettono la vibrazione libera delle ali che producono il suono.

Pochi sono invece gli apicoltori che conoscono il suono emesso dalle regine feconde che si preparano alla sciamatura.

Non ricordo neppure manuali che descrivono tale suono. lo l’ho sentito chiaramente due volte e conosco altri apicoltori che l’hanno sentito. È molto leggero e le nostre orecchie non sentono la risposta delle regine nasciture. Un ronzìo conosciuto da tutti gli apicoltori è quello che le api degli sciami emettono quando hanno scoperto la nuova dimora, l’arnia che l’apicoltore ha messo a loro disposizione.

Quando poi la regina è entrata nell’arnia, il ronzìo si fa più festoso, la ghiandola di Nasanoff è ben visibile e tutte le api si volgono verso l’entrata. È uno spettacolo bello da vedere quando le api si dirigono decisamente verso l’entrata, e ben presto «prendono possesso» della nuova dimora. Il ronzìo cessa, quando la maggior parte delle api, precedute dalla regina, sono entrate e hanno occupato i favi muniti di fragranti fogli cerei. Qualche volta accade che la regina, o perché troppo vecchia e perciò incapace di volare con lo sciame, o perché ha le ali mutilate, non segue lo sciame. Questo, dopo averla attesa e cercata per circa un’ora, decide di ritornare all’alveare di partenza. Il giorno dopo, la gi6vane regina sfarfallata comincia il canto di richiamo che dura circa una settimana, dopo di che, uscirà con lo sciame secondario, chiamato anche canoro. È probabile che alla prima regina si uniscano altre sorelle che divideranno lo sciame in vari gruppi appostandosi su rami diversi.

Questi sciametti accompagnati da ottime regine, potrebbero essere raccolti separati, per avere qualche regina disponibile. Se invece i piccoli sciami si uniscono, le regine si eliminerebbero a vicenda, e resterà la più forte. Per impedire che «lo sciame canoro» abbandoni l’arnia per seguire la regina nel volo di fecondazione, consiglio di aggiungere subito un favo di covata, presa ad altro alveare e liberata dalle api. Visitando, dopo 5-6- giorni, si troverà la giovane regina feconda, oppure, nel caso che sia andata perduta nel volo di fecondazione, si troveranno celIe reali in costruzione. Le api manifesteranno l’orfanità col ronzìo caratteristico degli alveari che hanno regine in allevamento. Naturalmente non sarebbero le migliori regine.

Riprendo le osservazioni sul tema del linguaggio.

Quando si visita un alveare in glomere, le api manifestano la situazione d’allarme sollevando l’addome, mostrando il pungiglione con una gocciolina di veleno sulla punta, emettendo pure l’odore caratteristico del veleno. Sembra quasi che vogliano avvertirci che, sono pronte alla difesa della loro società.

Ape che indica la posizione del cibo tamite la danza delle apiCon un po’ di fumo cessa l’allarme, l’arma rientra nel fodero, e si può lavorare tranquillamente. Una differenza sensibile c’è anche fra il ronzìo delle bottinatrici che tornano cariche dai pascoli, e quello a zic zac, secco e furtivo delle api che ronzano tentando l’entrata di qualche alveare, scarso di sentinelle, dal quale sentono uscire il profumo dei tesori che custodisce.

In questi casi, prendendo un’ape in uscita dall’alveare fra pollice e indice, premendo leggermente sull’addome, l’ape rigurgiterà una gocciolina di miele, come chi restituisce il maltolto. Se invece si tratta di un’ape bottinatrice diretta ai pascoli, non esibirà la gocciolina di miele perché la sua borsetta melaria è vuota; sarà riempita fra poco sui prati in fiore. Un ronzìo secco e brevissimo, emettono le api quando vengono fermate dalle nostre dita o fra due telaini.

Sembra che chiedano aiuto, perché in quel punto corrono subito altre api, e l’allarme cessa immediatamente quando cessa la stretta. L’apicoltore deve riconoscere questo ronzìo ed eliminarne subito la causa.

Piacevole è il ronzìo notturno dopo una giornata di abbondante importazione. Le api producono così una corrente d’aria che serve a mantenere pura e fresca l’aria all’interno .del nido e ad eliminare l’eccesso di umidità contenuta dal miele fresco. Dall’ intensità di tale ronzio s’indovina la forza dell’alveare e la bontà d’una giornata.

Caratteristico è pure il ronzìo emesso da un alveare normale, che riposa tranquillo perché ha una regina feconda, sufficienza di scorte, uno stato di benessere. Se manca qualcuna di tali condizioni le api emettono ronzii differenti a seconda se trattasi di orfanità, di fame, diarrea, presenza di nemici (topi). Il più noto ronzìo di anormalità è quello di cui ho scritto sopra, l’orfanità. Ripeto il consiglio di confrontare il ronzìo d’alveare orfano con quello d’un alveare normale, perché nell’esercizio dell’apicoltura, capita sicuramente di giovarsi di tale esperienza.

Fra tutti i ronzii il più gradito è indubbiamente quello d’uno sciame. È un ronzìo sonoro e festoso che si sente anche da lontano. Le api con l’addome turgido di miele, sono particolarmente miti. È la festa della moltiplicazione della specie che perfino le piante festeggiano con fiori profumati e smaglianti.

Von Frisch e i suoi discepoli hanno scritto cose meravigliose sul linguaggio delle api, io mi sono limitato ad alcuni aspetti che hanno valore pratico. E spero che gli amici apicoltori possano trarne, all’occasione, qualche vantaggio.

Abramo Andreatta.

Info Redazione

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