Negli ultimi mesi si è parlato molto del “Miele Qualità Certificata”, il nuovo sistema di certificazione volontaria inserito nel Sistema di Qualità Nazionale Zootecnia (SQNZ). Ma che cosa prevede realmente questo disciplinare? E, soprattutto, che cosa dovrà cambiare concretamente nel lavoro di un apicoltore che deciderà di aderire alla certificazione?
Per capirlo, bisogna andare oltre il semplice limite del 17% di umidità o il divieto di superare i 40 °C. Il disciplinare interviene infatti su molti aspetti della produzione: dalla gestione degli alveari all’alimentazione delle api, dai trattamenti contro la Varroa alla raccolta dei melari, dalla smielatura fino al confezionamento, alla conservazione e alla tracciabilità del prodotto. In questo articolo, la redazione di Apicoltore Moderno analizza il disciplinare punto per punto, cercando di tradurre le regole tecniche in una domanda molto concreta: che cosa cambierà davvero, in apiario e in laboratorio, per chi vorrà produrre Miele Qualità Certificata?
La prima cosa da chiarire è che non tutto il miele italiano dovrà rispettare queste regole. La certificazione sarà infatti volontaria e potranno aderire gli apicoltori e gli operatori della filiera che sceglieranno di sottoporre la propria produzione ai requisiti e ai controlli previsti dal disciplinare. Non si tratta quindi di un nuovo obbligo per chi produce miele, ma di uno standard aggiuntivo di qualità certificata, al quale gli operatori potranno scegliere di aderire. L’obiettivo è creare una categoria di prodotto con caratteristiche definite e verificabili, permettendo a chi rispetta il disciplinare di distinguersi sul mercato e di comunicare al consumatore un livello di controllo superiore.
C’è però un’altra precisazione importante, soprattutto per evitare equivoci sulle tempistiche. Al momento il sistema non è ancora pienamente operativo. La proposta di disciplinare è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 22 aprile 2026 ed è stata successivamente notificata alla Commissione europea. Il periodo di esame europeo termina il 14 ottobre 2026. Per questo, al momento, è più corretto parlare di un disciplinare ancora in fase di approvazione, e non di una certificazione già pienamente operativa. Sarà quindi necessario attendere la conclusione dell’iter europeo prima di poter parlare dell’avvio effettivo del sistema e delle modalità con cui gli apicoltori potranno aderire.
Fatta questa premessa, vale la pena entrare nel merito delle regole. Perché il vero interesse del “Miele Qualità Certificata” non sta soltanto nei due numeri che hanno attirato maggiormente l’attenzione, cioè 17% di umidità e 40 °C di temperatura massima. Il disciplinare costruisce infatti un sistema molto più ampio, nel quale la qualità del miele viene collegata alle modalità con cui viene prodotto, raccolto, lavorato, confezionato e conservato. La certificazione, in altre parole, non parte dal vasetto: parte dall’alveare e arriva fino al consumatore.
Il punto di partenza: non si certifica soltanto il miele
A questo punto possiamo entrare nel merito del disciplinare. La caratteristica più interessante del progetto è probabilmente proprio questa: non si vuole certificare semplicemente un miele perché è italiano o perché presenta determinati valori analitici, ma un intero metodo di produzione. I controlli, infatti, non riguarderanno soltanto il prodotto finito, ma diversi momenti della filiera, dall’alveare all’apiario, dalla raccolta dei melari alla smielatura, fino alla lavorazione, al confezionamento e alla conservazione. Per un apicoltore, quindi, aderire alla certificazione significherà soprattutto organizzare e documentare in modo preciso il proprio lavoro, così da poter dimostrare che il miele è stato prodotto secondo tutte le condizioni previste.
I principali requisiti del disciplinare
Tra i requisiti che caratterizzano maggiormente il Miele Qualità Certificata troviamo un’umidità massima del 17%, l’estrazione esclusivamente mediante centrifugazione, il divieto di pastorizzazione e sterilizzazione e il divieto di portare il miele oltre i 40 °C. A questi si aggiungono limiti precisi per l’HMF, fissato a 15 mg/kg al confezionamento e a 35 mg/kg alla commercializzazione, oltre a limiti particolarmente restrittivi per i residui degli acaricidi utilizzati nella lotta alla Varroa. Sono requisiti che vanno oltre le normali condizioni previste per la commercializzazione del miele e che, proprio per questo, possono avere conseguenze concrete sulle modalità di lavoro dell’apicoltore.
Ma cosa significano realmente questi numeri quando si passa dal disciplinare all’apiario e al laboratorio? È qui che la certificazione diventa particolarmente interessante, perché molti dei requisiti previsti non si limitano a descrivere il prodotto finale, ma impongono una precisa gestione delle diverse fasi produttive.
Il 17% di umidità: un parametro che può cambiare il modo di lavorare

Partiamo da uno dei valori che ha attirato maggiormente l’attenzione: l’umidità del miele non dovrà superare il 17%. Per il consumatore può sembrare semplicemente un dato riportato su un’analisi, ma per l’apicoltore significa prestare molta attenzione alla maturazione del miele, al momento della raccolta e alle condizioni dei melari. Un miele con un’umidità elevata è infatti maggiormente esposto ai fenomeni fermentativi e, di conseguenza, raggiungere in modo costante il valore richiesto significa organizzare con attenzione la produzione e controllare il miele prima della lavorazione.
C’è però un aspetto del disciplinare che merita di essere sottolineato. Nel caso in cui il miele presente nei melari abbia un’umidità compresa tra il 17% e il 20%, è prevista la possibilità di intervenire attraverso una deumidificazione controllata, utilizzando corrente di aria calda e/o un deumidificatore, con l’obiettivo di portare il prodotto al di sotto del 17%. È quindi importante non semplificare il concetto dicendo che “miele certificato” significa necessariamente “nessuna aria calda”. La deumidificazione è prevista, ma deve essere effettuata nel rispetto delle condizioni stabilite dal disciplinare e, soprattutto, senza superare i limiti di temperatura consentiti.
Mai oltre 40 °C: perché il limite della temperatura è importante
L’altro grande elemento caratterizzante riguarda la temperatura. Il miele destinato alla certificazione non deve superare i 40 °C e sono vietati i trattamenti di pastorizzazione e sterilizzazione. La ragione è legata anche alla necessità di preservare le caratteristiche del prodotto e di contenere la formazione dell’HMF, l’idrossimetilfurfurale, un parametro che può aumentare in seguito al riscaldamento e durante la conservazione. Il disciplinare introduce quindi un controllo analitico molto preciso: l’HMF non dovrà superare i 15 mg/kg al momento del confezionamento e i 35 mg/kg alla commercializzazione.
Questo è un passaggio importante perché la qualità non viene affidata soltanto a una dichiarazione del produttore. Il rispetto di determinate condizioni può essere verificato anche attraverso parametri analitici misurabili. In altre parole, non sarà sufficiente dichiarare che il miele “non è stato surriscaldato”: il sistema prevede requisiti che devono essere rispettati e controllati.
La certificazione parte dalle api
Uno degli aspetti che forse il consumatore immagina meno è che il disciplinare non comincia dal laboratorio di smielatura. La certificazione parte dall’apiario. L’apicoltore dovrà essere correttamente registrato nella Banca Dati Nazionale dell’Anagrafe Apistica e dovrà mantenere aggiornate le informazioni relative ai propri alveari. Sono inoltre previsti requisiti relativi alle colonie e alla loro consistenza: al momento della raccolta, le famiglie devono avere almeno 6 favi nel nido.
Anche la componente genetica viene presa in considerazione. Le api utilizzate nella produzione devono appartenere a razze o sottotipi genetici della specie Apis mellifera. È un ulteriore elemento che conferma la filosofia generale del progetto: non si certifica soltanto ciò che entra nel vasetto, ma il sistema produttivo che porta alla sua realizzazione.
Alimentazione delle api: attenzione ai tempi
Anche l’alimentazione artificiale viene regolamentata. La nutrizione di soccorso è ammessa in determinate condizioni, ma deve essere sospesa almeno 10 giorni prima della posa dei melari. Durante il flusso produttivo, con i melari presenti, l’alimentazione è vietata e il disciplinare stabilisce inoltre precise limitazioni sulle sostanze utilizzabili per l’alimentazione delle colonie.
Per l’apicoltore questo comporta una conseguenza molto concreta: non sarà sufficiente ricordare che cosa è stato somministrato alle api. Sarà necessario poter documentare le operazioni effettuate e i prodotti utilizzati. Anche l’alimentazione, quindi, entra a pieno titolo nel sistema di tracciabilità che accompagna la certificazione.
Varroa: i residui diventano parte del controllo
La lotta alla Varroa destructor rimane naturalmente indispensabile per la salute delle colonie, ma nel sistema di certificazione la gestione sanitaria assume un’importanza ancora maggiore. Il disciplinare stabilisce requisiti relativi ai trattamenti e introduce limiti molto bassi per i residui degli acaricidi che possono essere riscontrati nel miele. I valori previsti sono 0,020 mg/kg per il singolo acaricida e 0,030 mg/kg per la somma dei residui.
Questo significa che la gestione sanitaria dell’apiario diventa direttamente collegata alla possibilità di ottenere e mantenere la certificazione del miele. Non basta quindi effettuare correttamente i trattamenti: occorre utilizzare prodotti conformi, rispettare le modalità previste e poter documentare ciò che è stato fatto. Anche la gestione della tarma della cera viene regolamentata, con l’indicazione di sistemi come Bacillus thuringiensis, acido acetico e catena del freddo.
Anche la raccolta dei melari viene regolamentata
Il disciplinare interviene anche sulle modalità di raccolta. Il miele destinato alla certificazione deve essere raccolto da favi di melario privi di covata e, al momento della posa, i melari non devono aver precedentemente contenuto covata. Sono previste inoltre indicazioni relative all’utilizzo del fumo durante le operazioni di raccolta, con l’obiettivo di evitare il trasferimento al miele di odori estranei o residui indesiderati.
Può sembrare un dettaglio, ma è perfettamente coerente con la filosofia generale del sistema: ogni elemento che può influenzare la qualità del miele deve essere gestito e, quando necessario, documentato. La qualità certificata non viene quindi considerata soltanto come una caratteristica chimica del prodotto, ma come il risultato di una serie di pratiche che iniziano molto prima della smielatura.
Smielatura: solo centrifugazione
Su questo punto il requisito è particolarmente chiaro: l’estrazione del miele deve avvenire esclusivamente mediante centrifugazione. Non si tratta quindi soltanto di ottenere un prodotto con determinati valori di umidità o HMF, ma anche di rispettare una precisa modalità di estrazione dai favi.
Per molti apicoltori che già utilizzano uno smielatore questo requisito potrebbe non comportare cambiamenti significativi. Per chi invece utilizza sistemi differenti, l’eventuale adesione alla certificazione potrebbe richiedere una revisione delle proprie procedure di lavorazione. Anche la smielatura, in definitiva, diventa una fase da inserire all’interno di un processo produttivo documentato.
Il controllo della temperatura continua durante la lavorazione
Il limite dei 40 °C non riguarda soltanto un eventuale processo industriale di pastorizzazione. Il disciplinare stabilisce infatti condizioni precise anche per la permanenza della massa di miele a determinate temperature, con limiti temporali nelle fasce comprese tra 32 e 40 °C, mentre la temperatura media della massa non deve superare i 40 °C.
Questo aspetto potrebbe essere particolarmente importante per quegli apicoltori che utilizzano sistemi di riscaldamento per facilitare la lavorazione del miele. Per chi aderirà alla certificazione, quindi, potrebbe non essere più sufficiente dire semplicemente “lo scaldo poco”. Sarà necessario poter dimostrare, attraverso le procedure e le registrazioni previste, come, quanto e per quanto tempo il miele è stato sottoposto a determinate temperature.
Il controllo non finisce con la smielatura
Anche dopo l’estrazione il percorso del miele continua a essere importante. Confezionamento e conservazione fanno parte del sistema di qualità, perché non avrebbe molto senso ottenere un prodotto conforme al momento della lavorazione e poi conservarlo in condizioni tali da comprometterne le caratteristiche.
Il miele dovrà quindi essere confezionato in modo adeguato e conservato in condizioni che ne permettano il mantenimento delle caratteristiche richieste, prestando attenzione soprattutto a temperatura, luce e umidità. La logica è semplice: se si certifica un determinato livello qualitativo, bisogna cercare di conservarlo fino al momento in cui il prodotto arriva al consumatore.
La vera parola chiave è: tracciabilità
Arriviamo probabilmente a uno degli aspetti più importanti dell’intero progetto. Per ottenere la certificazione non basterà produrre un buon miele: bisognerà poter dimostrare come è stato prodotto. L’apicoltore dovrà quindi essere in grado di documentare le operazioni effettuate e di ricostruire il percorso del prodotto lungo la filiera.
In termini molto semplici, per ogni lotto dovrà essere possibile rispondere a una serie di domande: da quale apiario proviene? Quali alveari sono coinvolti? Quali trattamenti sono stati effettuati? È stata utilizzata alimentazione artificiale? Quali melari sono stati raccolti? Quando è stato prodotto il miele? Come è stato smielato? Quali temperature sono state utilizzate? Quale lotto è finito in quel determinato vasetto?
È questo il concetto di tracciabilità. Ed è anche uno degli elementi che distinguono maggiormente una certificazione da una semplice dichiarazione commerciale. Il consumatore non si troverà soltanto davanti alla scritta “miele di qualità”, ma a un prodotto che dovrebbe poter essere ricondotto a procedure, registrazioni e controlli verificabili.
Cosa dovrà fare concretamente un apicoltore?
A questo punto possiamo provare a tradurre il disciplinare in una serie di attività concrete. In apiario, l’apicoltore dovrà prestare particolare attenzione alla registrazione e all’aggiornamento degli alveari, alla gestione dell’alimentazione, alla registrazione dei trattamenti sanitari, alla scelta dei prodotti utilizzati contro la Varroa, alla gestione dei melari e alla raccolta dei favi conformi.
In laboratorio, invece, l’attenzione si concentrerà sul controllo dell’umidità, sulle modalità di smielatura, sull’eventuale deumidificazione, sulle temperature, sulla pulizia e sulla prevenzione delle contaminazioni, oltre naturalmente alla corretta identificazione e tracciabilità dei lotti. Prima della vendita dovranno poi essere garantiti la conformità dei parametri analitici, il corretto confezionamento, l’identificazione del lotto, l’etichettatura prevista, la corretta conservazione e la disponibilità della documentazione necessaria per i controlli.
In sostanza, per chi aderirà al sistema, la certificazione entrerà nella gestione quotidiana dell’azienda. Non sarà un controllo effettuato una sola volta sul vasetto, ma un insieme di procedure che dovranno essere rispettate e documentate nel tempo.
Conviene aderire?
Questa è probabilmente la domanda che si faranno molti apicoltori quando il sistema diventerà operativo. La risposta, naturalmente, non può essere uguale per tutti. La certificazione potrebbe risultare particolarmente interessante per chi vende direttamente al consumatore, lavora sulla propria immagine aziendale, dispone di un marchio riconoscibile o punta a un segmento di mercato premium. Per un’azienda che invece vende grandi quantità di miele sul mercato all’ingrosso, sarà necessario valutare attentamente se il maggior valore riconosciuto al prodotto sarà sufficiente a compensare i costi della certificazione, delle analisi, dei controlli e della gestione documentale.
Tra i possibili vantaggi ci sono maggiore riconoscibilità del prodotto, differenziazione sul mercato, maggiore trasparenza, valorizzazione del lavoro dell’apicoltore e possibilità di posizionare il miele in una fascia premium. Dall’altra parte ci saranno maggiori registrazioni, controlli, costi di certificazione, una gestione più rigida delle diverse fasi produttive e la possibilità che alcune partite non possano essere certificate perché non conformi ai requisiti.
La vera domanda, quindi, sarà una sola: il consumatore sarà disposto a pagare di più per un miele prodotto e controllato secondo questo standard? È probabilmente questa la sfida economica più importante che il progetto dovrà affrontare.
Miele certificato significa miele migliore?
Su questo punto è importante essere molto chiari. Un miele non certificato può essere eccellente, così come un apicoltore può produrre un miele di altissima qualità senza aderire al SQNZ. La certificazione non stabilisce quindi una divisione tra “miele buono” e “miele cattivo”.
La differenza è un’altra: nel caso della certificazione, il produttore sceglie di sottoporsi a un sistema di requisiti, registrazioni e controlli verificabili. Sarebbe quindi più corretto dire che il “Miele Qualità Certificata” è un prodotto ottenuto secondo uno specifico disciplinare e sottoposto ai relativi controlli. È una distinzione importante, soprattutto quando si parla di comunicazione al consumatore, perché evita di far passare il messaggio secondo cui tutto il miele non certificato sarebbe automaticamente di qualità inferiore.
A che punto siamo?
Anche sulle tempistiche è importante fare chiarezza, perché in questi mesi sono circolate diverse informazioni che rischiano di creare confusione. Al 10 agosto 2026, il Miele Qualità Certificata non è ancora un sistema pienamente operativo. La proposta di disciplinare è stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 22 aprile 2026 e il progetto è stato successivamente notificato alla Commissione europea con la procedura 2026/0374/IT. Il periodo di attesa termina il 14 ottobre 2026; fino a tale data, la Commissione europea e gli altri Paesi possono esaminare la proposta ed eventualmente presentare osservazioni.
Solo dopo la conclusione dell’iter sarà possibile capire con precisione quando e attraverso quali modalità il sistema potrà diventare operativo per gli apicoltori. Per il momento, quindi, è più corretto parlare di una proposta di disciplinare in fase di approvazione e non di una certificazione già disponibile per tutti gli operatori.
La conclusione di Apicoltore Moderno
Per noi di Apicoltore Moderno, l’aspetto più interessante del progetto non è soltanto il limite del 17% di umidità o quello dei 40 °C. Il vero elemento di novità è il tentativo di dare un valore concreto e verificabile a una serie di pratiche che molti apicoltori già considerano importanti: buona gestione delle api, attenzione alla Varroa, raccolta corretta, controllo delle temperature, miele non sottoposto a trattamenti termici eccessivi, tracciabilità e attenzione a tutte le fasi della filiera.
Il vero salto di qualità, se il sistema funzionerà come previsto, sarà riuscire a trasformare tutto questo in qualcosa che il consumatore possa riconoscere, comprendere e verificare. Ma per riuscirci serviranno due condizioni fondamentali. La prima è che il sistema di controllo sia serio, trasparente e realmente efficace. La seconda, ancora più importante per gli apicoltori, è che il mercato riconosca economicamente il valore della certificazione.
Perché chiedere al produttore più controlli, più registrazioni, più attenzione e, in alcuni casi, maggiori costi ha senso soltanto se, alla fine, quella qualità viene riconosciuta anche nel prezzo del miele.
Per ora bisogna quindi attendere la conclusione dell’iter europeo. Ma una cosa, per gli apicoltori, è già abbastanza chiara: se il disciplinare entrerà definitivamente in vigore, la qualità non si dovrà più soltanto raccontare. Si dovrà dimostrare e documentare.
Redazione di Apicoltore Moderno
Apicoltore Moderno