venerdì , 30 Settembre 2022
Verso la chiusura dell’annata apistica
Foto di Pasquale Angrisani

I lavori in apiario in attesa dell’anno nuovo

Come ogni anno, quasi senza accorgersene, dopo i lavori estenuanti e senza soste svolti per tutta l’estate, arrivano all’improvviso i segnali che preannunciano la chiusura dell’annata apistica. Non è facile per noi che dobbiamo anticipare queste note rispetto agli effettivi tempi di esecuzione, fare una valutazione appropriata del bilancio stagionale. Stando tuttavia ai dati noti finora quest’anno, sebbene di gran lunga migliore che non i suoi due predecessori, si è rivelato abbastanza mediocre. Più che l’estate, decorsa con discreta regolarità anche se un po’ siccitosa, i maggiori scompensi hanno riguardato la primavera che col suo andamento irregolare per temperatura e piovosità ha pesantemente interferito con lo sviluppo degli alveari, che oltretutto uscivano da un inverno particolarmente pesante. La nutrizione si è prolungata in molte zone fino ai limiti del periodo di prima raccolta. Abbastanza sacrificate quindi le produzioni precoci, acacia in testa, un po’ meglio quelle tardive, discrete le produzioni nelle zone montane. Sembra inoltre che questa stagione abbia avuto anche una forte irregolarità da zona a zona.

Con più o meno soddisfazione quindi ci si prepara per l’ultimo impegno stagionale dell’apicoltura con i preparativi per affrontare il freddo invernale.

Già i primi temporali, l’abbassamento della temperatura a fine agosto, l’ozio delle bottinatrici e altri inconfondibili segni ci avvertono della prossimità dell’autunno. Le risorse nettarifere si sono esaurite progressivamente, talvolta anche bruscamente. Le numerose bottinatrici, non più impegnate dai lavori di raccolta, girovagano nei dintorni dell’apiario sempre pronte ad innescare pericolosi saccheggi. A tale proposito la stagione estivo-autunnale ed i relativi lavori in apiario richiedono particolare attenzione e vigilanza contro tale avversità che raggiunge i massimi livelli di rischio proprio in queste occasioni.

L’interno degli alveari rivela già un’evidente riduzione della covata che si limita ai pochi favi centrali a favore delle scorte di miele e polline sempre più abbondanti. I fuchi sono ormai assenti e le api ancora numerose non rivelano più la frenesia dei lavori di piena stagione. Alla comparsa di questo quadro è giunto il momento di avviare i lavori di preinvernamento che verranno anticipati il più possibile tenendo conto della grossa variabilità del clima autunnale.

I melari
I lavori in apiario in attesa dell'anno nuovoPrima di procedere alla sistemazione dei nidi, i melari ancora presenti in apiario devono essere rimossi e accantonati. Conclusasi l’ultima smelatura i favi restituiti alle api sono stati ripuliti e riparati, e ormai quasi totalmente vuotati tranne per qualche angolo lasciato pieno di miele di recupero. Poche api li presidiano e così il loro prelievo risulta operazione abbastanza facile. Seguendo quindi le norme generali delle visite, si procederà al distacco dei melari con i relativi telaini e al loro trasferimento in magazzino dove verranno disposti ordinatamente dopo averli passati in rassegna ad uno ad uno. Nel corso dei lavori di sistemazione si procederà ad una selezione dei favi, allontanando quelli rotti o difettosi e quelli che hanno contenuto covata.

Le cassette melario vanno poi disposte in pile nell’angolo del magazzino loro destinato, sistemando all’interno i telaini a distanza naturale tra loro. Si può approfittare di questa occasione per effettuare anche la raschiatura dei rivoli di propoli che le api hanno deposto sui lati e sui portafavi dei telaini e agli angoli dei melari stessi. Si tratta in genere di scaglie di sufficiente purezza che possono essere accantonate e quindi vendute a prezzi abbastanza interessanti, capaci di giustificare la semplice operazione di raccolta.

Finché non sopraggiungono i rigori del freddo invernale la tarma della cera costituisce una minaccia costante per i favi così disposti. Per fermarne lo sviluppo si ricorre ad uno o due trattamenti a base di zolfo eseguiti a distanza di due settimane. Disposti in gruppi di 10-15 pezzi accatastati in verticale i melari vanno chiusi sopra e sotto con due coprifavi; quindi si procede a bruciare due o tre pastiglie di zolfo in una bacinella di metallo posta sopra l’ultimo melario in alto. Molto più pratico anche se leggermente più costoso è il ricorso alle bombolette spray contenenti vapori di zolfo (anidride solforosa), già pronte all’uso e reperibili presso i negozi per enologia e i Consorzi agrari. Introdotto il tubicino d’uscita tra gli ultimi melari in alto appena divaricati con la leva, si eroga il gas contando due secondi per ogni melario presente. L’anidride solforosa costituisce un discreto disinfestante, inibitore oltre che delle uove delle tarme anche di fermenti, muffe e in parte anche spore del nosema. Molto efficace risulta anche l’acido acetico più difficile da manovrare per la sua pericolosità (è corrosivo), mentre non consigliabili sono il bromuro d’etile e il solfuro di carbonìo, entrambi altamente tossici per l’operatore. Altri principi tarmicidi di facile reperibilità come la canfora, la naftalina, il paradiclorobenzolo sono poco efficaci contro la tarma mentre tendono ad incorporarsì nella cera pregiudicandone la purezza.

È diffusa tra molti apicoltori la tendenza a lasciare un melario colmo sopra gli alveari per tutto l’inverno. Non possiamo definire tale pratica razionale prima di tutto perché non tiene conto della caratteristica fondamentale dell’arnia razionale, appositamente concepita in più parti proprio per assecondare le varie fasi vitali e produttive del ciclo biologico delle api. Sicché nelle zone fredde diviene eccessivo lo spazio che le api hanno a disposizione con conseguente dispersione di calore e maggiori consumi, mentre il miele sovrabbondante e non presidiato tende a cristallizzare o a fermentare. Il presunto vantaggio di favorire le api con scorte sovrabbondanti è infine apparente poiché il superamento della crisi invernale non dipende da un solo fattore ma dall’adozione di tutte le regole razionali dell’invernamento, tra cui un opportuno rapporto tra spazio a disposizione, scorte, quantità di api invernate. La paura di esaurimento delle scorte può quindi più agevolmente essere superata con periodici controlli e accurate integrazioni autunnali o primaverili.

Il preinvernamento
I lavori in apiario in attesa dell'anno nuovoSi tratta di una serie di operazioni importantissime che richiedono particolare cura fino a portare gli alveari nelle condizioni ottimali per il superamento dell’inverno. Con le condizioni climatiche ancora favorevoli all’inizio di autunno la prima di queste operazioni consiste in una visita completa del nido per valutare (ed eventualmente intervenire) le condizioni della regina, la presenza e l’estensione della covata e soprattutto l’entità delle scorte e delle api operaie.
In questo periodo gli alveari hanno già cominciato a ridursi come popolazione, sia per una minore natalità e sia per una maggiore mortalità. Indicativamente si ritiene un alveare popolato su sei telaini come il minimo accettabile per superare l’inverno. La quantità delle api presenti in autunno è molto importante, poiché è noto che oltre alle scorte ci deve essere un numero minimo di api affinché il glomere possa assicurare la temperatura necessaria alla sopravvivenza invernale. Per lo stesso motivo particolare interesse riveste la presenza della covata estivo-autunnale dalla quale deriveranno le api adattate al periodo invernale. Infatti gran parte delle api adulte presenti in autunno andrà via via scomparendo con uno spopolamento costante fino alla successiva primavera, misurabile nel 20-25% circa. Sulla base di questi principi è allora chiaro che ogni qual volta si riscontrano regine scadenti o vecchie, api poco numerose, covata insufficiente, scorte scarse, si deve procedere senza dubbio alla riunione fino alla ricostituzione di nuclei equilibrati e sufficientemente forti e popolosi.
Nei lavori autunnali la pratica della riunione costituisce uno strumento fondamentale a cui si deve far ricorso costantemente per portare avanti in modo concentrato tutte le risorse esistenti in apiario a fine estate.
Disperdere api e risorse in troppe unità di modeste proporzioni e di scarsa forza aumenta enormemente il rischio di perdite invernali legate ai più svariati motivi: orfanità, saccheggio, freddo, fame, malattie.

Per quanto riguarda le scorte si deve operare per un livellamento tra le colonie equilibrando i favi a disposizione tra i vari alveari. Non è difficile trovare famiglie di normali proporzioni con interi telaini di miele opercolato in eccesso e trascurato nei favi laterali. Tali favi opercolati non presidiati dalle api resterebbero coi primi freddi esterni e lontani dalla sede di formazione del glomere e non verrebbero così utilizzati col rischio di fermentazione o di cristallizzazione. Se quindi si hanno famiglie a cui destinare queste eccedenze sarà bene fornirle a loro subito, altrimenti si potranno accantonare in magazzino tali scorte per poi utilizzarle secondo necessità a primavera. Si ricordi infine che l’eventuale deposito nei favi di miele derivante da melate non costituisce un buon alimento per il periodo invernale in quanto predispone a fenomeni di diarrea. I favi contenenti melata vanno perciò allontanati (e smelati) e sostituiti con favi di miele di nettare.

La pratica della nutrizione autunnale, non molto diffusa tra i più, costituisce in alcuni casi un buon sistema per l’integrazione delle scorte e il sostegno dell’ultima covata. Lo sciroppo dovrà essere preparato con una maggiore concentrazione di zucchero (60% e oltre) e somministrato in quantità abbondanti in una unica volta per evitare un effetto stimolante sulla deposizione. Con la nutrizione autunnale si provvederà anche alla somministrazione di medicinali. Non perdiamo l’occasione per ribadire che se non sussistono motivi precisi e definiti tali interventi costituiscono una pratica rischiosa, inutilmente costosa ed inefficace.

Sempre in tema di sanità, l’autunno rappresenta ancora il periodo più appropriato per la lotta alla varroasi sia per quanto riguarda gli accertamenti che la terapia. Ricordiamo che già a fine estate, appena finito l’ultimo raccolto, si può procedere alla pulitura dei fondi per l’esame dei residui che verranno mantenute per circa 7-10 giorni. La possibilità di accertare presenza ed entità della varroasi già a fine estate favorisce enormemente l’adozione di interventi razionali ed efficaci già nei mesi successivi.

L’ultima visita
Pochi lavori restano ormai da portare a compimento. Tra questi la rotazione dei favi vecchi e l’allontanamento di quelli esterni non più presidiati dalle api: tolti i favi eccedenti e spostati i rimanenti da un lato dell’arnia si pone, dopo l’ultimo favo, un diaframma. La porticina verrà limitata allo spazio di passaggio minimo ed è anche bene aumentare leggermente l’inclinazione dell’arnia in avanti per favorire il drenaggio.

L’interposizione di materiale coibente fra tetto e coprifavo è l’ultima operazione da compiere prima di lasciare gli alveari nella più completa quiete. I vecchi trattati di apicoltura dicevano «testa calda e piedi freddi» indicando appunto la necessità di proteggere la parte alta degli alveari, lasciando invece libero il fondo per favorire la circolazione d’aria e il drenaggio dell’umidità. Pienamente valido anche oggi questo motto favorisce il contenimento del calore all’interno degli alveari diminuendo così i consumi di miele. Si utilizzano in genere per questo scopo materiali vari, economici e leggeri, spesso di recupero. Polistirolo espanso, gommapiuma o più giornali accuratamente ripiegati fanno tutti egregiamente allo scopo. Ultimo lavoro riguarda l’ancoraggio delle arnie, assolutamente necessario nelle zone ventose o montane. Filo di ferro, camere d’aria o mattoni disposti sopra i tettucci eviteranno ai forti venti invernali di scoperchiare o ribaltare gli alveari. L’avvolgimento delle arnie con nailon, carta catramata o altri materiali isolanti non è assolutamente da consigliare, sebbene ricorra sovente nell’ apicoltura di altre nazioni come pratica diffusa. La forte umidità trattenuta dall’involucro risulterebbe altamente nociva per l’alveare.

E così, svolti anche questi ultimi impegni si conclude quest’ultima fase della stagione apistica e non ci resta che godere del riposo legato alla pausa invernale, riposo il più delle volte fittizio in quanto l’inverno consente finalmente di compiere tutti quegli infiniti lavori di preparazione e risistemazione che non è stato possibile fare nel pieno della stagione produttiva.

dott. Lorenzo Benedetti
Fonte: “L’Ape nostra amica anno VII n. 5”

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