Il miele italiano è ingrediente prezioso nel paniere del Made in Italy, prodotto da difendere. I nemici sono tanti, non c’è solo la Vespa velutina, specie aliena invasiva, killer degli alveari. Claudio Porrini dell’Università di Bologna – allievo di una grande scuola, quella di Giorgio Celli – fa una premessa: “
Una delle ricerche di Celli nel 1980 era proprio sulla presenza degli apoidei selvatici. Vale soprattutto per questi insetti il ragionamento sul declino che ormai facciamo da 10-15 anni. Perché non hanno un apicoltore che se ne prenda cura. Non producono miele, a parte i bombi che ne fanno pochissimo ma solo per loro. L’ape mellifera è l’unica a produrne in abbondanza. E vive in società perenni, mentre tutti gli altri sono quasi sempre solitari”.
Cosa vuol dire che le api sono società perenni
“L’ape da miele anche durante l’inverno fa società – svela Porrini -, ad esempio mette in pratica strategie per il riscaldamento, accumula miele per i periodi come l’autunno, l’inverno e l’inizio della primavera”.
Cosa succede a dicembre nelle arnie
Tra dicembre e gennaio “le api non escono – spiega il ricercatore -, possono farlo se la temperatura supera i 10 gradi, oggi con il riscaldamento globale succede. Se invece siamo sotto quella soglia, rimangono nell’alveare. Sono i giorni del famoso glomere”.
Cos’è il glomere, l’abbraccio dinamico delle api
In parole semplice, suggerisce Porrini, “quello che fanno le api è la stessa cosa che faremmo noi, se fossimo in una stanza fredda. Ci avviciniamo e ci riscaldiamo a vicenda. Il glomere è esattamente questo, pensiamolo come un abbraccio dinamico, un circolo molto lento di api che dall’interno, dove si sta meglio, si spostano all’esterno, si danno il cambio, c’è un irrigidimento di muscoli che produce calore. Quindi se le api hanno cibo, passano anche inverni molto rigidi, non importa se la temperatura esterna scende sotto i 40 gradi”. Nel patto tra uomo e api, d’inverno il miele non viene prelevato dall’apicoltore, “che anzi glielo mette, se non ne hanno abbastanza”.
Tutte le api sono in difficoltà, ecco perché”
Naturalmente le difficoltà, chiarisce lo studioso, “riguardano tutte le api, selvatiche e mellifere. Perché tutte dipendono dall’ambiente che c’è intorno. Quindi con depauperamento ambientale, cementificazioni e monoculture chiaro che soffrono entrambe. Mentre le seconde possono essere accudite dagli apicoltori, le altre no. Per questo declinano. Ma soffrono anche le api da miele. Producono di meno, si ammalano di più. Perché ad esempio il cibo che trovano è di scarsa qualità”.
Il problema del polline
L’altro grande problema è proprio questo, riguarda il polline, soprattutto, “perché quella è la parte proteica che aumenta le difese immunitarie. Troviamo sempre meno leguminose, come erba medica e trifoglio. Con la chiusura delle stalle, purtroppo il ciclo culturale ha interrotto le famose rotazioni in cui erano sempre inserite leguminose con alto livello proteico, perché servivano per l’alimentazione delle vacche. La soluzione radicale è quella di aumentare la biodiversità, sia ambientale che colturale, con coltivazioni variegate. E poi arricchire il nostro ambiente con le siepi, le colture fiorite. E soprattutto bisognerebbe andare incontro a quella che si chiama biodiversità funzionale”.
L’altro nemico delle api: la Vespa velutina
Cambiamento climatico, chiusura delle stalle ma anche Vespa velutina. Il viaggio nel mondo delle api non poteva non approdare al calabrone dalle zampe gialle, specie aliena invasiva approdata in Europa nel 2004, dalla Francia volata in Liguria e da lì in diverse regioni d’Italia, soprattutto del Nord. In attesa di “un antagonista vero”, che Porrini si aspetta – più poi che prima -, consoliamoci ammirando l’acutissima intelligenza delle api. Sorride Porrini mentre ricorda: “Tanti anni fa, durante una sperimentazione con Celli, ci siamo chiesti se eravamo noi a studiare le api o se piuttosto non fossero loro a studiare noi. Perché a un certo punto avevano capito che gioco stavamo facendo, le stavamo attirando con del cibo in un certo posto. Quando abbiamo tardato ad arrivare, non le abbiamo trovate più: non c’erano le api e non c’era il miele, non sapevamo dove erano andate a finire, le avevamo marcate. Alla fine le abbiamo scovate: erano più in là di 10 metri, proprio dove sapevano che noi avremmo portato il miele”.
Nella società delle api vige la pena di morte. Dunque intelligentissime e sociali, le api. Ma non solo.
“Celli le definiva così:”.
Rita Bartolomei
Fonte: quotidiano
Apicoltore Moderno