La costruzione dei favi, ha luogo sempre dall’alto, nei ricoveri naturali sono fissati sotto la soffitta mentre nelle arnie razionali sono fissati sotto i longheroni superiori dei telaini, in ambedue i casi, i favi costruiti dalle api non raggiungano il fondo del ricovero o le asticelle inferiori dei telaini, anche aumentando lo spazio tra i telaini e il fondo dell’alveare.(foto 1)
Se osserviamo attentamente il favo costruito dalle api, da un punto di vista tecnico strutturale, esso si presenta come una struttura bidimensionale alveolata, in grado di resistere al peso degli elementi contenuti nelle cellette, miele e polline e alle azioni trasmesse dagli agenti esterni, grazie anche allo strato protettivo di propoli che avvolge le cellette.
Esso è composto di tante cellette a forma esagonale che servono a delimitare i diversi ambienti. Nel nido, la parte superiore del favo è usata per depositare il miele, nella parte sottostante il polline, mentre la restante parte è destinata ad accogliere la produzione di materiale biologico, quando il favo è completamente opercolato di miele da entrambi i lati pesa all’incirca 10 Kg, peso a dir poco esorbitante per la cera che lo sostiene.
Per comprendere, come il favo riesce a sopportare questo peso, dobbiamo analizzare come il peso totale del favo si ripartisce sulle singole cellette (cfr. disegno n. 1). Il peso di una singola celletta piena di miele, che si ricava moltiplicando il volume della celletta per il peso specifico del miele, è applicato nel baricentro della celletta ed è diretto verso il basso, spostandosi lungo la sua retta d’azione, incontra un nodo che non è altro un punto in comune con tre pareti di celle adiacenti. A questo punto il peso si scompone in due componenti lungo le rette d’azioni delle pareti, che essendo simmetriche rispetto al peso, sono uguali. Le reazioni “r/2” che nascono nel nodo per l’equilibrio sono uguali e contrarie alle componenti del peso.
Tali reazioni agendo lungo le rette d’azione delle pareti incontrano un altro nodo e vanno a sommarsi all’altra reazione che proviene dal nodo della cella vicina, le loro somme “R” dirette verso l’alto lungo le pareti verticali delle cellette sono uguali e contrarie alla semisomma del peso di due cellette di miele adiacenti. Tale fatto avviene in tutte le cellette e man mano che ci avviciniamo al punto di attacco del favo, le pareti delle cellette verticali sono sempre più sollecitate a trazione.
Da questo possiamo capire che la struttura reticolare del favo, avente una forma bidimensionale, resiste bene solo a trazione, ecco perché le api attaccano sempre il favo al soffitto e incominciano la costruzione sempre dall’alto perché se il favo toccasse il fondo del ricovero o la traversa inferiore, un piccolo aumento del carico assiale o una differenza di temperatura, provoca lo scorrimento del favo verso il basso e lo deformerebbe.
Per spiegare questo fenomeno possiamo fare riferimento a una riga da disegno in materiale plastico mantenuta agli estremi nel palmo delle mani. Sulla riga si può esercitare con le mani uno sforzo di compressione assiale. La riga soggetta lungo il suo asse a compressione, impressa dalle mani, resiste fino a un certo carico, in gergo detto carico limite, oltre il quale inizia a incurvarsi lateralmente per instabilità laterale. Allo stesso modo il favo resiste fino a un determinato carico limite, indotto dall’aumento di temperatura o dal peso oltre il quale si deforma lateralmente. Tale carico dipende direttamente dall’area e dalla forma della sezione trasversale e inversamente proporzionale alla dimensione longitudinale del favo soggetto a compressione. In altri termini, più il favo è lungo, tanto più piccolo sarà il carico necessario per deformarlo.
Ecco perché, in molte riunioni che ho partecipato, ho sconsigliato sempre gli apicoltori che hanno preso l’abitudine, per contrastare la varroa, di montare il foglio cereo appoggiato alla traversa inferiore del telaino. Anche se nella parte bassa del favo saranno costruite celle da fuchi, (tutto in natura è stato creato per uno specifico scopo) il danno che la varroa compie è nettamente inferiore al danno che noi provochiamo negli alveari, quando favoriamo la costruzione di favi deformati.
Pasquale Angrisani
Apicoltore Moderno