sabato , 24 Febbraio 2024
Calendario dei lavori: dicembre
Apiario innevato

Il calendario dei lavori: dicembre

Dicembre si presenta quasi sempre come il mese più incerto dell’anno in quanto, oltre ad essere il più freddo, è anche il mese di transizione che chiude il vecchio per aprire le porte al nuovo anno. Anche quest’anno sta per terminare non è stato certamente molto prospero e fiorito, almeno per l’apicoltura, e ci lascia molte incognite, specialmente nel campo della sanità con particolare riguardo alla Varroa, la quale avanza a grandi passi e in casi abbastanza frequenti ha già lasciato il segno. Malgrado tutto, penso che non dobbiamo perderci di coraggio e cercare invece di lottare nel miglior modo possibile per salvare il nostro patrimonio apistico.

In questo mese, in apiario, altro non c’è da fare se non qualche visita esterna per accertarsi che tutto sia in ordine; questo è il periodo più critico per le api, le quali sono in glomere e vanno lasciate tranquille e al calduccio nella loro arnia. L’apicoltore diligente e previdente coglierà ugualmente l’occasione per controllare tutta l’attrezzatura dell’apiario e fare le eventuali riparazioni. È tempo anche di preparare i fondi a rete che, come sappiamo, sono indispensabili, di aggiustare o rifare qualche arnia, preparare i nuovi telaini armati e montati di fogli cerei in modo da avere tutto pronto per quando inizierà la nuova stagione apistica.

Per i fogli cerei penso sia utile raccomandare l’utilizzo della propria cera lavorata e garantita da una buona ditta di fiducia. È meglio non usare fogli di dubbia provenienza poichè potrebbero portare malattie, in special modo la Peste Americana il cui bacillo resiste fino alla temperatura di 120 °C. Anche la preparazione dei telaini oggi è semplificata: non serve più infatti fare la scanalatura superiore in quanto il foglio, proprio per evitare un’alta produzione di fuchi, si monta sulla parte bassa del telaino; non si deve temere per questo che i telaini siano poco resistenti, ponendoli infatti in basso si evitano stiramenti delle celle e conseguente loro deformazione atta alla formazione di molti fuchi. Per ogni evenienza basta mettere del filo di ferro in più e passare bene il zigrinatore.

Dobbiamo cercare di guidare al meglio la deposizione della covata maschile cercando di eliminare tutte le possibilità di deposizione sui favi laterali per orientarla sul favo trappola centrale ed averla così sotto stretto controllo e più facilmente asportabile non appena opercolata. Si possono già trovare in commercio i fogli cerei a celle maschili; uno per famiglia è sufficiente è sarà di grande aiuto nella lotta contro la varroa che predilige la covata maschile raddoppiando addirittura il suo ciclo di sviluppo.

Vorrei ora fare alcune considerazioni in base anche a molte osservazioni rilevate durante le visite a molti apiari durante la passata stagione apistica; considerazioni che peraltro sono state fatte anche da altri esperti e da studiosi del problema, e qui riporto il titolo di un articolo apparso su “Apitalia” a firma del Dott. Raffaele Bozzi:”Varroa vecchia e problemi nuovi”.

Si è parlato nella passata stagione delle conseguenze virali nelle famiglie dove l’infestazione era ad uno stadio avanzato. Purtroppo si è osservato che, parlando con apicoltori sia in riunioni di gruppo sia singolarmente, non si è ancora riusciti a rompere quella cerchia di omertà e incredulità sulla gravità del problema.

Molti apicoltori tendono a fare le cose comunicando poco fra loro: questo è grave perchè non basta cercare di salvare il salvabile del proprio apiario (magari in ritardo e con prodotti inadeguati o addirittura non autorizzati), ma bisogna essere consapevoli e partecipare attivamente al risanamento di tutto il territorio in modo da poter praticare l’apicoltura con profitto. I mezzi per fare questo ci sono sia da parte delle associazioni apistiche che da parte delle U.S.L.; basta chiedere, comunicare, tenersi informati, parlare con gli esperti di zona, informare i veterinari locali e soprattutto essere tempestivi nella diagnosi e nei trattamenti.

Facendo delle statistiche, peraltro fino ad ora abbastanza generiche, è stato notato, in alveari dove la varroa è presente già al secondo-terzo anno, che all’inizio della stagione apistica il comportamento delle api regine è assai anomalo, con una grande capacità di ritmo di deposizione, specialmente in regine nate da sciame. Questo, a seconda dello sviluppo primaverile, porta spesso all’esaurimento totale delle scorte e se non si interviene tempestivamente si può arrivare all’estinzione della famiglia.

Questo, a quanto sembra, è dovuto ad uno squilibrio all’interno della famiglia causato senz’altro dall’infestazione della varroa. La regina, cercando di rimediare all’alta mortalità di covata, aumenta il ritmo di deposizione e di conseguenza esaurisce prima le sue capacità riproduttive, cosicchè avremo regine vecchie già al secondo anno. Il fenomeno è stato notato in maniera ancora più evidente su nuclei appena formati e su famiglie dove è stata sostituita la regina; questo sembra dovuto all’istinto di sopravvivenza delle famiglie ammalate.

Il sottoscritto ha osservato tale fenomeno anche su famiglie affette da Acariosi le quali, malgrado l’infestazione, hanno riempito due melari per poi crollare ed estinguersi completamente nell’inverno successivo. Sono state inoltre notate molte sciamature anomale; famiglie con regine giovani sciamare una e anche due volte, dove l’infestazione era più grave sciamature addirittura terziarie, così da lasciare l’arnia con poche api esaurite e molte varroe, sciami piccoli che il più delle volte bisogna riunire per la sopravvivenza e di conseguenza mancato raccolto. Molte famiglie infestate, dopo aver sciamato, proprio per la grande deposizione della regina sono andate ancora a melario con una buona produzione. Subito dopo la smielatura o al massimo entro settembre, c’è stato però il crollo totale della famiglia e in certi casi perfino la sparizione della regina con conseguente saccheggio violento al punto tale da lasciar l’arnia vuota o con un pugno di api affamate. Questo l’ho osservato personalmente in due apiari: uno di 20 famiglie e uno di 60.

Riunendo il tutto si sono potute ricavare 7-8 famiglie deboli che difficilmente riusciranno a superare l’inverno. Altro problema che si presenta è la forte orfanità dovuta alla mal riuscita sostituzione di regine o a fecondazioni non andate a buon fine causa lo squilibrio genetico inflitto dall’acaro, con forte ritardo dei voli di fecondazione e difficile accettazione delle regine da parte di famiglie orfane.

Si è visto come sciami ad alto grado di infestazione appena raccolti, inarniati e risciamati il giorno successivo, si siano stabilizzati non appena liberati dalla varroa attraverso trattamenti con l’Apivar. Tutto questo è stato notato non solo dove la varroa è presente al terzo anno, ma anche dove è stata diagnosticata nell’anno precedente e principalmente dove gli apicoltori, increduli della gravità del problema, non hanno fatto gli opportuni accertamenti e hanno rimandato il tutto al domani che prontamente è arrivato col suo carico di distruzione.

Ecco qui che entra in campo la solidarietà, la tempestività, l’informazione e la professionalità che deve acquisire l’apicoltore. Quanto sopra detto conferma che la varroa fa e può recare maggiore danno all’apicoltura che alle api, le quali tentano comunque di soprawivere per la conservazione della specie. Nel futuro probabilmente si creeranno, anche con l’aiuto dell’uomo, dei ceppi resistenti tali da reagire senza traumi all’attacco dell’acaro.

Pertanto, e qui ritorno al precedente discorso, a poco servono gli sforzi individuali per salvare i propri alveari; ciò che conta è lo sforzo collettivo su tutto il territorio dove è praticata l’apicoltura. Penso ormai che i tempi in cui si allevavano le api per hobby siano passati e che gli apicoltori che continueranno questa attività saranno solo dei professionisti; ma non professionisti per il numero di alveari posseduti, bensì per la capacità di condurre e di curare gli alveari, salvaguardando particolarmente i prodotti dell’alveare. Perciò se è vero, come dimostrato, che l’apicoltore ama la natura, egli deve anche contribuire a mantenerla integra.

Chiudo sperando di essere stato abbastanza chiaro e con la quasi certezza di poter affrontare tutti insieme, con tranquillità e cognizione di causa, la nuova stagione apistica, malgrado tutti gli inconvenienti citati.
Pietro Francescatti

Info Redazione

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