Non si tratta solo del miele sulle nostre tavole. La sopravvivenza delle api, oggi sempre più minacciate da cambiamenti climatici, pesticidi e perdita di habitat, è strettamente connessa all’equilibrio dell’intero ecosistema e alla sicurezza alimentare globale. La loro funzione è cruciale: quasi il 90% delle specie di piante da fiore selvatiche e il 75% delle colture alimentari di interesse economico nel mondo dipendono — in tutto o in parte — dall’impollinazione operata dagli animali, come ricorda l’Ispra.
Una partita mondiale da 153 miliardi di euro
Un’attività, come sottolinea Lorenzo Ciccarese, ricercatore Ispra, con un valore economico stimato in circa 153 miliardi di euro a livello mondiale, «dei quali circa 22 nella sola Europa e 2,5 per l’Italia, mentre la produzione agricola mondiale direttamente associata all’impollinazione rappresenta un valore economico stimato tra 235 e 577 miliardi di dollari».
Tra tutti gli impollinatori, gli Apoidei sono i più numerosi, con 20 mila specie presenti in tutto il mondo, comprendendo gli apoidei selvatici e le api da miele gestite, Apis mellifera.
Nell’Ue più di 600 mila apicoltori
Nell’Unione Europea sono presenti più di 600 mila apicoltori, che gestiscono 17 milioni di alveari, per una produzione totale annua di circa 250.000 tonnellate di miele.
«I sistemi di impollinazione sono sempre più minacciati dagli impatti diretti ed indiretti causati dall’uomo, tra cui la frammentazione dell’habitat – sottolinea il ricercatore -, i cambiamenti nell’uso del suolo, le moderne pratiche agricole, le invasioni di piante e animali non autoctoni per finire con l’uso di pesticidi che comprendono: insetticidi, erbicidi, fungicidi e biocidi utilizzati quest’ultimi anche per il controllo degli insetti molesti».
Lo studio dell’Ispra
Da tempo l’Ispra porta avanti uno studio in cui si evidenzia lo stato di salute delle api. I dati sulle morie, dal 2015 al 2023 «indicano, presumibilmente, un uso spesso improprio di fitosanitari, in quanto le api stesse o le matrici apistiche rivelano in tutti questi anni, in modo più o meno costante, la presenza di uno o più principi attivi». Non solo: «Nel 2023, come anche negli anni precedenti, i piretroidi risultano tra i principi attivi più rinvenuti nei campioni, ampiamente utilizzati in agricoltura come anche per le disinfestazioni contro le zanzare e altri insetti molesti – scrive l’Ispra -. Mediamente, questa famiglia di composti chimici, risulta altamente tossica per gli insetti impollinatori, incluse le api, come anche molto tossici per l’uomo. Anche nel corso del 2023 come nei 9 anni precedenti, i mesi con maggior numero di casi di morie denunciati sono stati, maggio e aprile, coincidenti con le fioriture primaverili. In tali periodi è vietato effettuare trattamenti fitosanitari poiché le api svolgono un’intensa attività di bottinamento che le rende maggiormente vulnerabili alla presenza di inquinanti diffusi presenti nell’ambiente e sui fiori, in particolare ai fitosanitari utilizzati nelle aree agricole».
Non tutto è perduto
Nonostante la gravità del quadro, non tutto sembra essere perduto e, a sentire il ricercatore, c’è ancora speranza. Anche perché, da qualche tempo vengono portate avanti diverse iniziative proprio per «far sì che ci sia una inversione di tendenza».
«Abbiamo una finestra per risolvere il problema – argomenta Ciccarese -. Se si guarda alle cause del cambiamento climatico sono le stesse che danno luogo alla biodiversità». Ci sono poi altre misure che possono essere adottate sul campo. «Vanno bene quelle che puntano a evitare gli sfalci intorno alle città e all’interno – aggiunge -. In questo caso le comunità possono fare molto». Un altro elemento riguarda anche le campagne: «Una delle iniziative è quella di conservare le isole naturali – aggiunge il ricercatore -, ossia lasciare spazi senza essere lavorati in modo che le api e gli impollinatori possano avere il loro spazio».
Qualche cosa viene portata avanti anche nelle città. Tra le tante c’è Apicincittà, «indagine di monitoraggio delle api e della flora d’interesse apistico», oppure il progetto Vebs sul «buon uso degli spazi verdi e blu». Non meno importanti altre iniziative, promosse sia da associazioni no profit, sia da qualche impresa che propongono l’adozione di un alveare.
Miele, in Italia calo dell’1%
In questo scenario si registra, comunque, un calo nella produzione di miele, seppure di poco. Nel 2024 la produzione si è ridotta dell’1% e si è fermata a 21,857 mila tonnellate. A fornire il dato è l’analisi dell’Osservatorio Coldiretti sulla base dei dati dell’Osservatorio Nazionale Miele che evidenzia tuttavia forti differenze a livello territoriale con aumenti che arrivano al +74% nell’Emilia Romagna e crolli che raggiungono fino al -62% in Molise. A contribuire maggiormente al raccolto nazionale sono stati nell’ordine il Piemonte con 3215 tonnellate, l’Emilia Romagna con 2251 tonnellate, la Toscana con 2189 tonnellate, la Calabria con 2153 tonnellate, la Lombardia con 1946 tonnellate e la Campania con 1593 tonnellate. Sono 56887 gli apicoltori impegnati allevamenti familiari con 278732 alveari che si affiancano a 20157 professionisti con 1292248 alveari. Rimane pesante la situazione di mercato nel settore, a causa dell’elevato livello delle importazioni che condizionano negativamente le vendite.
La crisi di mercato
Francesco Giardina, responsabile settore apicoltura per la Coldiretti, punta l’attenzione sul mercato, perché «in alcuni paesi è consentito l’utilizzo dello zucchero». «Basta andare a vedere cosa succede negli scaffali dei supermercati – dice – il miele che arriva da fuori ha costi più bassi e crea un problema al posizionamento del prodotto». Attenzione anche al problema dei cambiamenti climatici. «Il troppo caldo, seguito da rapide giornate di freddo – aggiunge – non fa altro che confondere le api, oltre che, in casi estremi, farle morire»
Repubblica Ceca: api decimate da malattie e sovrappopolazione, tra miele che cala e paesaggi poco favorevoli
La situazione dell’apicoltura in Repubblica Ceca è diventata negli ultimi anni sempre più problematica. Dopo una leggera crescita nel biennio 2021–2022, con oltre 65.000 apicoltori registrati e un picco di 715.462 colonie di api, il 2023 ha segnato un’inversione di tendenza netta: il numero degli apicoltori è sceso a 63.344 e le colonie si sono ridotte a 669.445. A determinare il calo è stata una moria diffusa alla fine del 2022 e inizio 2023, che ha colpito in media il 40% degli alveari su tutto il territorio nazionale.

Secondo il Ministero dell’Agricoltura ceco, le principali cause di questa perdita sono riconducibili a patologie gravi come la varroasi (provocata dall’acaro Varroa destructor), malattie batteriche quali la peste del fuco e la putrefazione del covato, particolarmente virulente in alcune aree. Il fenomeno si è aggravato ulteriormente nell’inverno successivo (2024/2025): secondo i dati del progetto europeo COLOSS, oltre un quarto degli alveari non ha superato la stagione fredda, segnando la peggiore perdita registrata negli ultimi 12 anni. “All’inizio di settembre 2024, erano registrati 644.847 alveari. Con i tassi di mortalità osservati, più di 160.000 colonie non hanno superato l’inverno”, ha dichiarato Jiří Danihlík, ricercatore della Facoltà di Scienze dell’Università Palacký di Olomouc.
Gli scienziati indicano diverse concause per la crisi: un inverno umido seguito da una primavera insolitamente calda ha favorito la diffusione degli acari, rendendo inefficaci molti trattamenti. A complicare la situazione è intervenuta anche un’anomala e abbondante produzione di miele di melata (melezitose) nel luglio 2023. Questo tipo di miele, molto denso e difficile da rimuovere dai favi, ha ostacolato la corretta gestione degli alveari, limitando le possibilità di controllo sulla varroasi proprio nel momento più critico.
Dal punto di vista economico, il settore mostra segnali di sofferenza. La produzione media di miele per alveare è cresciuta leggermente nel 2022, attestandosi a 10,8 kg per colonia, ma resta lontana dai livelli registrati nel decennio precedente. Nel 2023, le esportazioni sono state modeste: appena 757 tonnellate, destinate in gran parte ai paesi dell’Unione Europea, con la Slovacchia come principale mercato di sbocco. Al contrario, le importazioni hanno raggiunto quota 3.857 tonnellate, provenienti soprattutto da Ucraina, Slovacchia, Germania, Spagna e Polonia. La Cina, spesso indicata come grande esportatrice verso l’Europa, ha avuto in questo caso un ruolo secondario.
Ma la crisi del miele non si spiega solo con malattie e clima. C’è anche un problema strutturale, legato alla configurazione del territorio e all’eccessiva concentrazione di alveari. La Repubblica Ceca è, infatti, tra i Paesi europei con la più alta densità apistica: 9,1 colonie per chilometro quadrato, contro una media UE di 2,5. Questo sovraffollamento causa una competizione intensa per le risorse floreali, che in alcune zone del paese risultano insufficienti per garantire nutrimento a tutte le colonie. La scarsità di foraggio contribuisce a indebolire le api, rendendole più vulnerabili alle malattie.
Anche l’assetto agricolo gioca un ruolo chiave. I campi coltivati in Repubblica Ceca hanno dimensioni medie di oltre 120 ettari per azienda, ben al di sopra della media europea (19,1 ettari). Questo modello di agricoltura estensiva, dominata da grandi aziende, riduce la diversità floristica, limita le aree rifugio per gli impollinatori e aumenta l’esposizione ai fitofarmaci. L’uso intensivo di pesticidi, già identificato da molti studi come uno dei principali fattori di declino per le api, trova qui un contesto ideale per generare effetti diffusi. Secondo diversi esperti cechi, una maggiore diffusione di aziende agricole di dimensioni più contenute, associate a una gestione del territorio più frammentata e naturale, contribuirebbe non solo a migliorare la biodiversità, ma anche a contrastare la moria degli impollinatori.
In questo scenario, la Repubblica Ceca rappresenta un caso emblematico delle sfide che l’apicoltura europea sta affrontando: il cambiamento climatico agisce da moltiplicatore di problemi già esistenti, mentre la struttura produttiva e territoriale ostacola una risposta efficace. Una transizione verso modelli agricoli più sostenibili, insieme a strategie di prevenzione e monitoraggio sanitario più capillari, sembra essere l’unica strada per tutelare il futuro delle api — e con loro, quello dell’ecosistema.
di Davide Madeddu (Il Sole 24 Ore) e Ivana Míšková (Deník Referendum, Repubblica Ceca)
Fonte: ilsole24ore
Apicoltore Moderno