I problemi di impollinazione ad opera delle api sono alquanto complessi. Emile Rabiet ci propone alcune osservazioni riguardanti l’area di bottinaggio e le sue variabili.
L’ape che ha trovato una sorgente di nettare (può essere anche una piccola quantità di acqua zuccherata raccolta a titolo sperimentale) vi si attacca e se ne accontenta; lo stesso accade con una fonte anche ridotta di polline. Ma se questa risorsa è notevole, abbondante? Come un prato di fiori che si estende apparentemente «all’infinito»? Allora, esplora solo una parte dei moltissimi fiori, sempre nello stesso posto, di preferenza vicino all’arnia o vicino al corridoio di volo che porta al pascolo?
Questa superficie o volume, esplorata continuamente dalla bottinatrice e che può crescere in caso di necessità, è comunemente chiamata «area di bottinaggio». Abbiamo visto che non va confusa con la zona di bottinaggio» ovvero la zona bottinata dalle api attorno all’arnia.
Questo studio non è privo di interesse, e molto importante in materia di impollinazione; poiché è spesso un elemento di riflessione per i problemi che si pongono.
Le dimensioni minime
Quali possono essere le dimensioni minime dell’area di bottinaggio? Si dice a volte «qualche metro» Può essere ancora più ridotta, per forza di cose, quando la specie vegetale esplorata è rappresentata localmente da pochi fiori.
Ho visto così il caso in cui due o tre api (a volte una sola) si ostinavano a bottinare i rari fiori di un solo soggetto di dimensioni ridotte; trattandosi di una specie vegetale comune, si potrebbe pensare che esse esplorassero anche altri rappresentanti di questa essenza che crescevano un po’ più lontano. Ma io ho potuto fare la stessa osservazione su alcune specie delle quali sono certo non vi fossero altri esemplari intorno: Actionomeris aeternifolia, Dierama ulcherimum, Hoya carnosa, Sparmania africana etc., (tutte piante che i miei vicini non coltivano!).
La situazione è differente quando la superficie da esplorare è molto grande e dispone di un gran numero di fiori; accontentarsi di una porzione di questa, sempre la stessa, non è più un imperativo; l’ape ci si confina senza dubbio perché si ritrova più facilmente, perché ciò evita voli troppo lunghi, con dispendio di energia, (sempre al primo posto la ricerca del rendimento) etc.; perché cercare altrove quando si è sicuri di raccogliere del «bottino» in un luogo che si conosce bene e che si trova facilmente?
Quali sono in queste condizioni, le dimensioni dell’area minima esplorata? E’ difficile a dirsi; è sufficiente che questa permetta all’ape di «fare il pieno» entro limiti ragionevoli e senza tempi morti; quali limiti? Si può dire in tutti i casi che l’area non oltrepassa allora qualche metro quadrato.
Le dimensioni variabili
L’area di bottinaggio può estendersi considerevolmente.
S’ingrandisce quando il nettare diventa meno abbondante, sia per una diminuzione del numero di fiori, sia per una limitata secrezione (se tuttavia l’estensione è possibile!). Misure rilevate da ricercatori hanno confermato queste supposizioni. Le dimensioni dell’area possono passare dunque da qualche metro a parecchie decine di metri. L’area può aumentare, seguendo le mie constatazioni, quando l’ape è disturbata; il timore che può provare nei confronti dell’osservatore, fà sì che essa si allontani, si attardi alla ricerca di un bottino e possa così allungare il suo percorso in direzione opposta al disturbatore.

Meglio ancora (o peggio) quest’area è spesso un volume, in un albero per esempio; lì, i fiori sono per la maggior parte sbocciati a parecchi livelli, disposti tra i rami, come alle loro estremità, di fatto, in tre dimensioni. Le api bottinando, economizzano i loro tempi e i loro sforzi; evitano di coprire lunghe distanze tra i fiori; vanno perciò sempre più vicino. Così allorché le piante sono allineate su una riga, esse seguono quella riga, piuttosto che passare da una all’altra.
L’area del bottinaggio si allunga a volte considerevolmente. Ecco un esempio tipico di questo modo di agire; ho potuto osservare un giorno nel mio orto-frutteto delle api che esploravano dei cavoli coltivati in fila. Su una riga dove i fiori erano corti, tutte bottinavano normalmente; esse seguivano la fila ed entrando in ogni fiore, raccoglievano nettare e polline simultaneamente; su un’altra fila, ugualmente seguita e dove cresceva una varietà a fiore lungo, le api bottinavano di lato, introducendo la ligula tra gli elementi fiorali e così senza avere contatti con il polline raccoglievano solo nettare. La distinzione tra le aree di bottinaggio era così molto facilitata all’osservatore! Per le medesime ragioni, esse rimangono di preferenza su un albero se non c’è altro che sia vicino a questo.
Ho potuto osservarlo a più riprese, soprattutto sui mandorli. Questi erano raggruppati per due, ma tra ogni gruppo, lo spazio tra i due era di parecchi metri (4 o 5). Le api andavano dall’uno all’altro soltanto in quei giorni ove il nettare era visibilmente poco abbondante; le api si attardavano poco sui fiori che visitavano e cercavano più lontano quelli che avrebbero potuto soddisfarle, andando così a cambiare albero a più riprese.
Pertanto succede che la bottinatrice vada regolarmente da una pianta all’altra situata ad una certa distanza e viceversa, se ciascuna di esse ha poco nettare. Ho visto il caso della Ruta graveoleus ad esempio: due soggetti erano situati ad alcuni metri l’uno dall’altro e ciascuno era poco fiorito.
Ho anche disturbato l’operaia avvicinandomi un po’ troppo, ogni volta che era posata per bottinare rimuovendola così per un momento da un soggetto ad un altro.
Succede anche che l’ape scelga alcune piante, o alcuni fiori tra quelli in antesi e si potrebbe credere che tutto può essere bottinato. Questa scelta può verificarsi per diverse ragioni; alcuni fiori sono più produttori di nettare, per esempio. Il caso più tipico è quello ove l’ape raccoglie in particolare il polline; essa sceglie i fiori che ne producono, essendo le altre piante sprovviste perché con fiori femminili o già appassiti. La forma e le dimensioni della zona dipendono dunque dalla posizione e dal rendimento dei fiori esplorati (possono essere raggruppate – su soggetti maschili per esempio – o disperse, più o meno numerose, etc.).
Conseguenze pratiche
Le conseguenze di questo modo di fare delle api si rivelano spesso importanti in materia di impollinazione. In natura, il fatto che ogni individuo sia generato da genitori diversi è favorevole alla specie sia animale che vegetale.
Ogni genitore cede (per caso apparentemente) una parte dei suoi caratteri ad ognuno dei suoi discendenti e ogni individuo in virtù di questo possiede, di fatto, con la fecondazione incrociata, un insieme di caratteristiche differenti da quelle di suo padre e sua madre, dei suoi fratelli e sorelle: ciò dà una grande possibilità di adattamento alla specie. Questo spiega, perché la fecondazione incrociata sia spesso la regola nelle piante a fiore, anche quando i fiori sono bisessuali, questa fecondazione incrociata è privilegiata e dà certamente prodotti migliori di quelli nati con auto fecondazione (un solo genitore). Ora, perché questa fecondazione possa avvenire tra soggetti vegetali differenti, è necessario che il polline sia portato da uno all’altro dagli insetti (impollinazione entomofila) o dal vento (impollinazione anemofila) o da altri vettori. Per le piante entomofile uno degli impollinatori più efficaci è l’ape, qualora essa non rimanga sullo stesso soggetto perché costituisce la sua area di bottinaggio.
In materia di impollinazione delle piante coltivate, bisogna citare qui due problemi essenziali che si possono porre allorché si voglia far intervenire le api;
1) la maggior parte dei nostri alberi fruttiferi sono autosterili, cioè a dire che ogni albero è incapace o quasi di autofecondarsi, inoltre quelli di una stessa varietà (clone in realtà) non si fecondano tra loro. Bisogna dunque fare «coabitare» degli alberi di almeno due varietà differenti ed è indispensabile che gli insetti trasportino polline dall’uno all’altro se si vogliono ottenere frutti. Ora, se in un frutteto, ogni albero è lontano anche di poco dai suoi vicini e se produce nettare in abbondanza, le api, la cui area di bottinaggio è limitata, sono fedeli al medesimo soggetto e non vanno assolutamente sugli altri.
Come rimediare a questo? È preferibile che gli alberi si tocchino almeno sulla stessa fila perché le api passino facilmente da uno all’altro «senza accorgersene», Si nota che su questo punto non sono d’accordo con Edmond Barbieri che reclamizza a proposito del mandorlo di facilitare al massimo la circolazione presso gli alberi con degli «accorgimenti giudiziosi».
2) È sempre più di moda produrre in coltura degli ibridi perché i semi così ottenuti sono di migliore qualità; i soggetti nati da questi sono più vigorosi ecc. Per questo si selezionano delle «linee pure» scelte per alcune caratteristiche e si «incrociano» due linee di sesso differente. È così che si ottengono i semi detti di «prima generazione». Per ottenere l’incrocio tra una linea maschio e femmina si seminano, per ragioni di comodità su righe parallele, ma le api bottinano su di una sola fila piuttosto che passare da una riga all’altra e l’impollinazione incrociata non è realizzata (neppure dunque la fecondazione). Il rimedio sarebbe di mescolare le linee maschio e femmina su ogni riga, ma è piuttosto complicato.
È meglio spaziare le «linee» in modo che si tocchino durante la fioritura; in modo da non distinguersi più e che le api estendano la loro area di bottinaggio in tutte le direzioni. Questo è solo un accenno per un argomento molto vasto e complesso che merita una ben più ampia trattazione.
Emile Rabiet
Tratto dalla: Revue Francaise D’Apicolture.
Apicoltore Moderno