sabato , 23 Ottobre 2021
Verso la chiusura dell’annata apistica
Foto di Pasquale Angrisani

Verso la chiusura dell’annata apistica

Non è agevole affrontare l’argomento delle operazioni di chiusura del ciclo produttivo pensando a questa annata apistica che è stata positiva solo per una minoranza di apicoltori: è già arrivato il momento di chiudere la partita che molti quest’anno hanno a malapena giocato. Dopo tutti i preparativi e le ansie che ad ogni apertura di stagione contraddistinguono l’aspettativa di tutti gli apicoltori la stagione di raccolta si è dimostrata nella maggioranza dei casi modesta se non critica soprattutto per le grandi produzioni precoci, acacia in testa. Ora i primi temporali, l’ozio delle api e altri inconfondibili segni ci avvertono che, conclusasi inesorabilmente la buona stagione, bisogna affrettarsi a ricevere adeguatamente la pausa invernale. Accompagnati da un briciolo di delusione, è giunta l’ora di chiudere l’annata e predisporre le cose per l’anno venturo rinnovando l’eterna speranza che da questa semina si possano avere migliori frutti di quanto non sia avvenuto quest’anno.

Così nelle ultime battute di questa estate calda e siccitosa la stagione apistica si avvia rapidamente alla sua conclusione e quasi ovunque le risorse nettarifere vanno esaurendosi progressivamente e talvolta anche bruscamente. Le numerose bottinatrici non più richiamate dalle fioriture stazionano disimpegnate nei pressi dell’arnia, sempre pronte ad innescare pericolosi saccheggi. I fuchi vengono inesorabilmente allontanati mentre all’interno la covata si restringe a favore delle scorte di miele e polline.

Le operazioni da compiere in questa fase non hanno dei tempi di esecuzione molto rigidi ma è comunque buona regola anticiparle per quanto possibile, vista la grossa variabilità del clima autunnale.

I melari
Il primo passo da compiere riguarda l’asportazione dei melari dalle arnie. Dopo la smelatura i favi restituiti alle api sono stati ripuliti e riparati; non infrequentemente in alcuni tratti sono state riposte piccole quantità di miele opercolato.

Operando secondo le consuete norme generali si procederà a prelevare i melari e ad immagazzinarli ordinatamente approfittando dell’occasione per compiere una selezione dei favi ed eventualmente anche la raschiatura della propoli il cui mercato, largamente attivo, può rendere l’operazione abbastanza remunerativa .

Poiché la temperatura non è ancora scesa al di sotto dei valori d’inibizione dello sviluppo della tarma sarà opportuno eseguire due trattamenti, a distanza di 10-15 giorni, ricorrendo alle pastiglie di zolfo bruciate alla sommità delle pile o alle più comode ma costose bombolette per enologia: impilati i melari, con i favi regolarmente distanziati, in gruppi di 10-15 unità chiusi sopra e sotto da coprifavi, si introduce il beccuccio tra due melari posti in alto e si immette l’anidride per un tempo pari a circa due secondi per ogni melario presente. L’anidride solforosa risulta un efficace principio nei confronti della tarma ed è anche utile per la inibizione di fermenti, muffe e spore del nosema. Altrettanto efficace risulta anche l’acido acetico mentre meno pratiche e consuete sono altre sostanze come il bromuro di etile o il solfuro di carbonio. Da tener presente che principi come canfora, naftalina o paradiclorobenzolo, oltre a risultare poco efficaci verso la tarma, tendono ad incorporarsi nella cera pregiudicando così la riutilizzazione dei favi e vanno quindi trascurati.

Alcuni apicoltori adottano il sistema di lasciare i melari in apiario dividendoli dal sottostante nido con dei diaframmi parziali costituiti da dei piani in compensato o in masonite aperti agli angoli o di lato per consentire alle api periodici sopralluoghi nella camera superiore.

Indubbiamente tale pratica risulta molto vantaggiosa per il consistente risparmio di lavoro e di spazio per l’immagazzinamento nonché per il controllo della tarma, affidato alle stesse api. Non trascurabili però gli inconvenienti rappresentati dallo sviluppo di muffe e fermenti che potrebbero alterare il miele della stagione successiva.

Sebbene attuata da molti la pratica di lasciare un melario colmo di miele non risulta invece razionale soprattutto nelle zone fredde perché aumenta eccessivamente lo spazio che le api devono riscaldare, immobilizza pressoché in modo permanente melari e telaini, mentre il miele può cristallizzare o fermentare. Per contro il vantaggio di poter meglio contrastare imprevisti rigori stagionali è più che altro apparente in quanto il superamento delle difficoltà invernali dipende non da un solo fattore ma dall’adozione di tutte le regole razionali dell’invernamento: eventuali scorte di riserva saranno più convenientemente riposte in magazzino e concesse opportunamente alle famiglie bisognose in tempi e modi più corretti.

Controllo degli alveari
La seconda tappa che prelude l’invernamento vero e proprio comprende una serie di operazioni che potremmo dire di  preinvernamento. Punto di partenza rimane una visita completa ed accurata del nido con la quale si accerteranno le condizioni della regina, l’estensione della covata e soprattutto l’entità delle scorte e della popolazione.

È regola generale considerare valide per superare l’inverno le famiglie con almeno sei favi popolati: è già apprezzabile un certo spopolamento che proseguirà per tutto l’inverno e parte della primavera ed è risaputo che oltre alle scorte è necessario un certo numero di api perché il glomere possa rendere al meglio nelle sue funzioni biologiche di sopravvivenza invernale. Regine scadenti, api poco numerose e covate troppo ridotte rappresentano allora tutti motivi per procedere senza indugi a delle riunioni con il sistema tradizionale del giornale.

In merito alle scorte bisogna invece ricordare che in caso di carenze si possono usare favi opercolati provenienti dalle famiglie che ne possiedono in eccedenza; non è infatti necessario lasciare miele in eccesso che, se non vicino alla formazione del glomere, resterebbe comunque inutilizzato e soggetto al rischio di cristallizzare.

Se nella fase terminale dell’estate si sono avute raccolte di melata con suo immagazzinamento nei favi è necessario provvedere alla loro sostituzione in quanto non idonee come alimento invernale per l’estrema facilità con cui inducono fenomeni di diarrea.

L’esecuzione di una nutrizione autunnale non viene vista da molti con occhio favorevole. Tuttavia se ben condotta può costituire un buon sistema di integrazione delle scorte e di stimolo per la covata da cui nasceranno le api che poi affronteranno l’inverno. Si dovrà fornire sciroppo discretamente denso e in quantità cospicue molto ravvicinate nel tempo per evitare un’azione di stimolo sulla deposizione: la percentuale media rimane sul 60% di zucchero. La nutrizione autunnale è per alcuni occasione per effettuare trattamenti terapeutici specie per la peste americana. Non perdiamo l’occasione per ribadire che, se non ricorrono motivi precisi e definiti, tali interventi restano una pratica pericolosa, costosa e inefficace.

In tema di sanità per chi purtroppo ha toccato con mano il drammatico problema della varroa ricordiamo che i mesi di ottobre e novembre risultano i più appropriati per effettuare sia gli accertamenti diagnostici che quelli terapeutici.

Ma ritornando alla pratica apistica corrente, in occasione della visita di preinvernamento non si dimentichi di effettuare la rotazione dei favi e l’eventuale allontanamento di quelli non più popolati che risultino troppo invecchiati o difettosi.

Infine, ultimi accorgimenti prima dell’inverno, l’inserimento del diaframma vicino all’ultimo telaino popolato, la disposizione della porticina ai minimi passaggi e l’aumento dell’inclinazione dell’arnia.

Nelle zone dove il problema principale dell’inverno è costituito dall’umidità si potrà rimediare lasciando aperto il foro della nutrizione sul quale si sovrapporrà materiale coibente in modo da consentire una sottile funzione di camino di tiraggio.

L’apposizione tra coprifavo e tetto di materiale coibente è l’ultima operazione prima di lasciare gli alveari nella più completa quiete. Va data la preferenza a materiali economici, puliti e leggeri quali il polistirolo, la gommapiuma, la lana di vetro o, meglio di tutto, diversi giornali più volte ripiegati. L’ancoraggio delle arnie nelle zone dove l’inverno si dimostri particolarmente ventoso può essere fatto con sistemi diversi: legature con spaghi o fil di ferro, pietre, camere d’aria tagliate a nastro sono tutti metodi ugualmente efficaci.

Molto in voga nel nord Europa e negli USA, l’avvolgimento delle arnie con carte catramate o altri materiali risulta invece del tutto sconsigliabile per i nostri climi a causa della forte permanenza dell’umidità che rimane prigioniera tra arnia e isolante. .

Terminati così i principali interventi nel nostro apiario ci disporremo ad attendere la lunga pausa invernale con la speranza che l’anno prossimo sia meglio del suo predecessore.

Dott. Lorenzo Benedetti
Fonte: L’Ape Nostra Amica anno V n. 5

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